L’Alleanza Sacra | Il primo incontro (cap. 1)

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Come la maggior parte delle persone, ho sempre pensato che la forza dei maestri spirituali, così come l’attendibilità e la profondità dei loro insegnamenti, dovesse necessariamente essere proporzionata alla loro fama e notorietà. Inizialmente questo tipo di convinzione mi bastava e mi incentivava ad approfondire le più importanti filosofie religiose per sviscerare le risposte che offrivano ai più pressanti quesiti esistenziali.

Poi, con il trascorrere del tempo, persi gradatamente fiducia nei sistemi dogmatici e istituzionalizzati, cattolicesimo in primis. Per la verità persi anche fiducia nei confronti di qualsivoglia filosofia spirituale, non avendo incontrato nessuno che potesse rappresentare un concreto esempio di vita ma solo discreti predicatori.

Mi rivolsi allora al mondo dell’occulto e dello spiritismo, attratto dalla possibilità di entrare in contatto con esseri al di fuori della nostra sfera di esistenza e poterli così interrogare sui misteri della vita. Alcune esperienze in questo senso mi impressionarono molto, altre mi lasciarono invece del tutto incredulo ed indifferente.

Certamente la frequentazione assidua di certi ambienti lasciò in me una profonda impronta, abituandomi a considerare pericolosi e fuorvianti per la conoscenza sia il cieco fanatismo che lo scetticismo a priori.

Ad ogni modo l’approccio alla ricerca tramite i contatti medianici, per quanto li trovassi indubbiamente affascinanti ed emozionanti, mi lasciò infine ancora insoddisfatto. Non riuscivo ad accettare infatti l’idea che anche i veterani del mondo del channeling potessero essere non meno irascibili, meschini ed incoerenti di altre persone all’oscuro di quel tipo di esperienze altisonanti.

Come potevano dei sedicenti sensitivi padroneggiare (all’apparenza) conoscenze così sofisticate, e ciononostante non essere padroni di se stessi? Alcuni eventi a cui assistetti, di sapore molto poco angelico, mi convinsero a rimettermi nuovamente in peregrinazione.

Mi avvicinai dunque alla scienza attuale e ne seguii anche il percorso accademico, sperando di poter trovare almeno in essa le risposte alle domande esistenziali che mi tormentavano. Psicologia, sociologia ed antropologia divennero il mio nutrimento quotidiano per anni, conducendomi verso un ateismo sempre più insofferente, deluso da ogni altra forma di conoscenza.

La teoria dell’inconscio e delle dinamiche cognitive mi inquietavano ed affascinavano allo stesso tempo, rivoluzionando radicalmente la mia visione utopistica dell’essere umano, che iniziava ad apparirmi più simile ad una macchina schiava della sua complessa struttura, piuttosto che a un essere vivente in libera e cosciente evoluzione.

La mia mente divenne così avida di nuovi paradigmi e nuove certezze. Questa volta avevo evocato la scienza come mia alleata, la più alta forma di conoscenza per l’essere umano contemporaneo. Ma neanche tra gli scienziati – sciamani del nostro tempo – trovai un serio rappresentante di una forma di sapienza in grado di elevare l’essere umano oltre il suo così misero livello di coscienza attuale.

Una mia innata predisposizione a tenere sempre un occhio aperto senza farmi suggestionare troppo dalle parole, mi condusse presto a forti delusioni nel vedere come anche i più insigni professori accademici non fossero meno preda dei più bassi istinti e meccanismi psicologici tanto comuni, a dispetto delle appariscenti teorie che padroneggiavano così bene quando erano seduti in cattedra.

Pur disilluso, continuai comunque instancabilmente ad approfondire i miei studi e le mie ricerche dentro e fuori l’ambiente accademico. Paradossalmente, anche se le condizioni di vita esteriore soddisfacevano tutto sommato egregiamente le mie necessità fisiche, emotive e intellettuali, mi sentivo lacerare da questa immotivata insoddisfazione interiore. Un nucleo misterioso e profondo dentro di me continuava a far sentire la sua presenza.

Nel momento esatto in cui persi completamente ogni barlume di speranza nel poter trovare una strada in grado di farmi uscire dal vicolo buio in cui mi trovavo, in grado di trascinarmi fuori dalla banalità esistenziale che mi circondava e in cui mi sentivo intriso con tutte le mie cellule, inaspettatamente conobbi Antonio. Ma facciamo un piccolo passo indietro.

All’avvicinarmi dei vent’anni di età, quando vivevo a Cuneo, l’arrivo in città di una nuova arte marziale cinese mi attrasse a tal punto da farmi decidere di praticarla prima ancora di aver assistito alla dimostrazione pubblica. Fu uno di quei momenti della mia vita di cui è ancora vivo e forte il ricordo di una spinta interiore inspiegabile quanto potente, che in modo lapidario mi suggerì – per certi versi mi obbligò – di buttarmi alla cieca verso una determinata esperienza.

Questa mia improvvisa decisione sorprese anche me stesso, dato che avevo già praticato per diversi anni in passato due altre arti marziali e le avevo infine abbandonate considerando esaurita la mia esperienza verso quel tipo di pratiche.

L’istruttore, Lorenzo, era un ragazzo molto particolare, forte di carattere quanto fisicamente. Fin da subito attrasse la mia curiosità. Di poche parole, emotivamente schivo, si dimostrava sempre schietto e sincero, al punto tale da rendersi spesso insopportabilmente spigoloso per gli amanti del lieto vivere sociale.

Una sera, al termine di una lezione, lo vidi in disparte intento a leggere un libro sulla civiltà dei Maya. Coincidenza volle che proprio in quel periodo mi stessi anche io interessando a quell’antica civiltà in vista di un esame universitario, e fu così che non persi l’occasione per intrattenermi con lui a parlare di quell’appassionante argomento.

Convinto ormai di aver destato il suo interesse, quella sera stessa decisi di giocarmi subito il mio asso nella manica, e gli rivelai con trattenuto compiacimento di essere uno studente di Psicologia. Generalmente, questo tipo di dichiarazione era sufficiente per attrarre un senso di ammirazione e un sottile timore reverenziale da parte degli interlocutori, un po’ come all’idea di trovarsi di fronte ad un telepata.

Lorenzo non manifestò invece il minimo cenno di stupore, così mi venne la brillante idea di rincarare la dose sfoggiando l’assaggio di una roboante teoria sul funzionamento della psiche. A quel punto pensai di aver definitivamente catturato tutta la sua stima, e quando lui aprì bocca ero pronto ad immergermi nell’impagabile soddisfazione di poter rispondere alle sue domande da novizio, ma le parole che pronunciò differivano dalle mie attese tanto quanto il girare inavvertitamente la manopola sull’acqua fredda sotto la doccia d’inverno.

“Il mio maestro dice che la Psicologia è ancora lontana anni luce dalla reale comprensione della natura umana, e spesso è più pericolosa che altro.”

Il mio corpo rimase lì, immobile, con l’espressione ghiacciata. Ma tutto il mio essere stava precipitando in basso dentro un pozzo stretto, freddo e buio; come se si fosse aperta all’improvviso una botola sotto i miei piedi. Invocai allora dentro di me tutte le riserve di energia disponibili per non mostrare umilianti segni di cedimento, e con una voce probabilmente stridula e artificiosa cercai di far valere coraggiosamente il mio punto di vista.

“Mi sembra un po’ esagerato…”

“Sia come sia, a me non interessa minimamente.”

Così si chiuse il nostro dialogo, senza altri fronzoli.

Quella notte non chiusi occhio, continuando a rigirarmi nel letto con una ferita all’orgoglio che non accennava a rimarginarsi. Come aveva osato liquidare in quel modo sprezzante i miei tanto cari e sudati studi? Chi si credeva di essere? In fondo, era solo il mio insegnante di arti marziali: poteva forse vantare un titolo di studio in grado di elevarlo a giudice dei più grandi scienziati del comportamento umano? Certo che no. La sua era probabilmente solo invidia.

Ma a fianco di queste doloranti riflessioni continuava a persistere anche un’irrefrenabile curiosità: chi era il suo “maestro”?

Nei giorni a seguire questa curiosità crebbe a tal punto da diventare quasi un’ossessione, come un’irrefrenabile spinta masochista a confrontarmi con il mio nemico per mettere alla prova le fondamenta delle sue opinioni. Perlomeno, questa era la motivazione che davo a me stesso per giustificare la strana e pressante curiosità che avvertivo, dato che oggi, a distanza di molti anni, posso riconoscere chiaramente che venni proprio solleticato nella mia inquietudine fondamentale e nella mia malcelata speranza di comprenderne le origini.

Dovevo assolutamente scoprire l’identità di colui che veniva reputato un maestro dal mio insegnante. Questo solo appellativo, pronunciato dalla sua bocca, evocava nella mia immaginazione un essere alto tre metri con muscoli d’acciaio e un viso sfregiato da innumerevoli combattimenti all’ultimo sangue. Ero comunque pronto all’incontro, confidando nel fatto che avrei sempre potuto utilizzare la mia arma difensiva più efficace nei casi estremi: indurre pietà.

Al termine della lezione successiva mi riavvicinai a Lorenzo in modo piuttosto impacciato, nel tentativo di porgergli la tanto attesa domanda, senza però dargli la soddisfazione di sapere quanto mi avesse in realtà scombussolato il suo atteggiamento del nostro ultimo incontro.

“Lorenzo, mi chiedevo se fosse possibile conoscere il tuo maestro…”

Mi guardò sorpreso come se avesse per un attimo, quasi per sbaglio, sentito un bambino di due anni intonare un breve canto di lirica in tedesco.

“Uhm… no, direi di no. È di un livello non alla tua portata. Ho già accompagnato una persona molto più in gamba di te a conoscerlo un po’ di tempo fa, ed è infine scappata a gambe levate.”

Inspiegabilmente, quelle parole aumentarono ancora di più il mio desiderio, ma non era certo facile contraddirlo né insistere, perlomeno non per me. Riuscii a manifestare il mio disappunto solo rimanendo immobile e silenzioso davanti a lui, come pietrificato. Credo fosse una semplice reazione istintiva (e disperata) per prendere tempo, ma inaspettatamente riuscì a sortire un lievissimo effetto di ripensamento nel mio interlocutore, che frettolosamente si mise a frugare dentro il suo zaino per tirare fuori una serie di libri; poi ne prese in mano uno e me lo porse.

“Tieni, magari leggi questo libro, rende un po’ l’idea”. Si trattava de La Quarta Via di Piotr Demianovich Ouspensky, in cui l’autore raccoglie una serie di domande e risposte intorno all’insegnamento ricevuto dal suo maestro Georges Ivanovic Gurdjieff.

Mi sentii rinvigorire, come se lo avessi neutralizzato al tappeto. Il solo fatto di essere riuscito a non accettare la sua prima sentenza, evitando di fuggire con la coda tra le gambe, mi fece sentire tronfio di soddisfazione. Presi il libro in prestito ringraziandolo e uscii velocemente dalla palestra, onde evitare un suo eventuale ripensamento.

Quel libro divenne il protagonista indiscusso delle mie giornate, occupando tutto il mio tempo libero. Mi ritrovavo in ogni domanda che veniva presentata e sentivo anche risuonare una profonda verità nelle risposte che venivano date, per quanto le trovassi spesso difficili da comprendere a fondo. Il linguaggio era abbastanza tecnico da catturare il consenso della mia mentalità scientifica, forse proprio a ragione del fatto che l’autore stesso era un matematico.

Finalmente mi potevo confrontare con un approccio concreto e diretto ai quesiti fondamentali dell’esistenza, senza divagazioni eteree o tecnicismi privi di sostanza vitale. Allo stesso tempo però, avvertivo come minacciosi questi nuovi punti di vista sulla meccanica psicologica dell’essere umano, perché andavano a minare il cuore degli studi accademici che stavo svolgendo, rivelando paradossalmente una condizione esistenziale ancora più misera e drammatica.

Eppure emergeva per me un nuovo e intrigante messaggio: trascendere tale condizione è possibile, non facile ma possibile. Una cosa era quindi certa: se il maestro di Lorenzo poteva in qualche modo aiutarmi ad approfondire un tale insegnamento, sarebbe certamente valsa la pena rischiare le mie certezze e affrontare le mie paure.

Nell’arco di una settimana lessi tutto il libro e all’incontro successivo lo potei restituire con fierezza al mio insegnante che, ovviamente, lo riprese senza tradire nessun segno di emozione e senza porre le domande di rito che tutti si sarebbero aspettati, ossia quali impressioni mi aveva suscitato il libro. Ma mi stavo già abituando alla sua apparente alessitimia, quindi feci finta di ricevere la domanda.

“L’ho trovato molto interessante e mi piacerebbe poter approfondire questi argomenti. Se il tuo maestro li conosce, credo sia utile per me poterlo incontrare.”

“Ti ho già detto come la penso…”

“Ma allora perché mi hai prestato quel libro?”

Non rispose, e si dileguò con una smorfia di sorriso. Io non insistetti oltre ma dentro di me iniziai già a prepararmi per il prossimo tentativo. Ormai avevo deciso: dovevo incontrare il suo maestro, e avrei trovato il modo di convincerlo. D’altronde, se mi aveva prestato quel libro è perché aveva un punto debole e, prima o poi, lo avrei certamente individuato e da lì sarei passato.

Qualche giorno dopo, come un fulmine a ciel sereno, mi telefonò.

“Ho parlato di te al mio maestro, e nonostante le mie reticenze mi ha detto che non ho il diritto di negare a nessuno un’opportunità. Ci sarà un incontro questo sabato sera. Se vuoi, sei invitato.”

“Certamente, ci sarò! Grazie!”

Febbricitante per la notizia, iniziai subito a vagliare con l’immaginazione tutti i possibili scenari che avrei potuto incontrare, e il livello di emozione salì di pari passo al senso di disagio.

Sabato sera mi presentai con ossessivo anticipo davanti alla palestra. Il luogo dell’incontro distava più di un’ora di macchina da lì, quindi Lorenzo si era gentilmente offerto di ospitarmi nella sua macchina per fare il viaggio insieme. Dietro una parvenza di indifferenza emotiva, nascondeva infatti un cuore generoso.

Quella sera conobbi per la prima volta la sua fidanzata, Susy, e devo dire che si rivelò fin da subito una presenza preziosa per via delle materne attenzioni che mi riservava. Lorenzo infatti non era certo un fuoriclasse nell’arte del mettere a proprio agio le persone, inoltre la mia giovane età e la mia timidezza non erano di aiuto. Durante tutto il viaggio in macchina il silenzio fu la melodia di fondo che mi tenne compagnia.

Quando fummo prossimi all’arrivo a destinazione, nei pressi di un quartiere periferico di Torino, Lorenzo mi fece scendere dall’auto davanti a una porta semiaperta a dirimpetto del marciapiedi, mentre lui proseguì alla ricerca di un parcheggio.

Non feci neanche in tempo ad avvicinarmi alla porta che si fermò poco distante da me un’altra auto, dalla quale scese un uomo di piccola statura con un lungo cappotto marrone, un cappello basco di lana e un grosso paio di occhiali classici. Si diresse subito verso di me con un sorriso luminoso per porgermi la mano:

“Molto piacere, mi chiamo Antonio. Non ti preoccupare,” disse anticipando la mia titubanza con delicata gentilezza, “diamoci pure del tu.”

Per quel breve attimo che rimase di fronte a me, mi sentii pervadere da una dolcissima ondata di calore. Improvvisamente crollarono tutte le mie prefigurazioni mentali, prima fra tutte l’idea di un palestrato ed appariscente guru cinematografico. Stranamente non ne fui per nulla deluso, al contrario aumentò esponenzialmente la curiosità di conoscere meglio quell’uomo. Forse una parte di me venne anche rassicurata dal suo aspetto così anonimo e semplice.

Nel frattempo arrivarono altre persone ed Antonio mi invitò ad entrare nella porta aperta da cui filtrava la luce di una grande sala. Compresi a breve che si trattava di un locale appositamente adibito a quel genere di incontri. L’ingresso conduceva in un’ampia stanza utilizzata come guardaroba per i cappotti, le borse e le scarpe.

Dato che la sala principale era ricoperta di tappeti persiani, c’erano numerose pantofole a disposizione di tutti per rendere più comoda e familiare la permanenza alle serate. Ai lati dei tappeti erano poste numerose sedie pieghevoli che vennero prontamente predisposte ed orientate verso una poltroncina posta dietro una scrivania: il posto di Antonio.

Non ricordo con dovizia di particolari l’argomento di quella serata, ma venne delineato in modo suggestivo il diritto e la necessità di porsi le domande esistenziali più profonde: chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando.

Antonio fece osservare l’essere umano da una prospettiva più ampia, come un minuscolo granello di sabbia inserito all’interno di un universo estremamente vasto e sconosciuto ma pulsante di vita. Molti grandi mistici del passato sembravano essere in grado di esplorare i più lontani recessi di questo immenso spazio senza l’ausilio dei moderni telescopi o di astronavi; è quindi evidente che esistono metodi di indagine molto sofisticati anche se non riservati a tutti.

La semplicità, la chiarezza e la fermezza delle sue parole erano affascinanti e disarmanti allo stesso tempo, in grado di stimolare ed infondere l’entusiasmante speranza di poter scorgere i misteri della vita oltre il velo dei propri limiti umani.

L’Uomo si trova su questo pianeta ma non sa perché. È arrivato qui, ma da dove? Noi sappiamo da chi siamo nati, e forse da chi sono nati i nostri genitori. Possiamo andare indietro nel tempo per un po’, però ad un certo punto perdiamo le tracce e ci ritroviamo di fronte all’ignoto. Esiste un mezzo per capire realmente chi siamo e da dove veniamo?

Certo. Tutte le risposte e le informazioni sono già presenti dentro l’essere umano, solo che si è perso il modo per accedere a questa conoscenza.”

Ogni volta che un essere umano fa un’esperienza, quest’ultima va a collocarsi nella sua parte più profonda, in quello che oggi viene chiamato inconscio. Non si ferma però solo in quell’area, ma entra anche in quella più vasta realtà psichica che Carl Gustav Jung aveva marginalmente descritto e che chiamava inconscio collettivo.

Oggi conosciamo infatti il concetto di inconscio personale e inconscio collettivo, ma come funzionano? Cosa c’è dentro? Come facciamo a divenirne consapevoli? Non ne sappiamo molto in realtà. L’inconscio collettivo è quel contenitore psichico universale che contiene tutto ciò che accade, quindi se noi vogliamo sapere veramente come stanno le cose, dobbiamo trovare il sistema per accedere coscientemente a questo deposito, proprio come se fossimo delle spine che si collegano ad una rete elettrica.

In realtà l’inconscio individuale di ogni essere umano prende già energia dall’inconscio collettivo ma non è assolutamente consapevole di questo processo, quindi non ha idea di come sia costituito, né come funziona, né tantomeno se sia possibile invertire il flusso della corrente.

Tutti noi sappiamo bene come prendere energia ma non sappiamo trasformarla e non sappiamo darne. Non essendo dei generatori, possiamo solo assorbire passivamente dall’inconscio collettivo determinate energie: pulsioni, idee, eccetera.

Antonio garantiva però l’esistenza di un modo per padroneggiare questo processo, in grado di far modulare le energie per attingere alle informazioni di cui abbiamo bisogno.

Il metodo che presentava non si proponeva di fornire quelle informazioni (se non in misura minima) ma piuttosto la chiave per accedervi direttamente. Metteva però in guardia sul fatto che la conoscenza di questo tipo di operatività è molto pericolosa per l’essere umano impreparato, così come rischierebbe seri incidenti stradali colui che si mette improvvisamente alla guida di una Ferrari dopo aver guidato per tutta la vita una semplice bicicletta.

È quindi necessario entrare subito nell’ottica che soltanto chi impara a crearsi uno specifico modus operandi attraverso un’apposita disciplina potrà varcare senza rischi determinati livelli di coscienza.

La nostra cultura parte da premesse fuorvianti che tendono a idealizzare ed enfatizzare in modo erroneo le qualità dell’essere umano attuale: integro, lucido, razionale, dignitoso, responsabile, padrone delle proprie emozioni. Ma un essere del genere chi lo ha mai visto?

Gli sviluppi tecnologici e scientifici moderni non sono certo avanzati di pari passo con l’evoluzione della coscienza, ed oggi ci ritroviamo più che mai immersi dentro una civiltà superba e cieca che sta lentamente distruggendo se stessa e il pianeta in cui vive. Nella realtà dei fatti l’essere umano medio è immaturo, viziato, egoista, distruttivo, ingordo e completamente in balia di emozioni altalenanti; se venisse in contatto con certe conoscenze non potrebbe che usarle per amplificare la sua follia.

Mi rimase particolarmente impressa la semplicità disarmante con cui Antonio delineava il concetto di intelligenza, riconducibile in estrema sintesi alla “capacità di adattamento all’ambiente circostante”. Partendo da questo presupposto l’Uomo ha ben poco da pavoneggiare sull’utilità delle sue sofisticate acrobazie mentali, mentre possono considerarsi a pieno titolo ben più intelligenti altre forme di vita come, ad esempio, gli insetti o i topi.

Per potersi elevare al di sopra della sua misera condizione attuale, l’essere umano ha bisogno innanzitutto di prenderne coscienza, e poi di risvegliare, una forma di intelligenza estremamente più evoluta, che normalmente giace assopita dentro di lui.

Ma il concetto che mi colpì forse più di tutti fu la lapidaria affermazione secondo cui l’essere umano è nato per essere felice; il suo stato di salute interiore è contraddistinto dalla gioia di vivere. L’infelicità, la sofferenza, dovrebbero quindi essere considerate per quello che realmente sono: malattie dello Spirito, e come tali possono essere diagnosticate e poi curate.

Al termine della serata Antonio mi venne vicino con molta tenerezza per accertarsi che gli argomenti trattati avessero riscontrato il mio interesse e per invitarmi a tornare in futuro tutte le volte che avessi voluto, dopodiché fece un veloce saluto a tutti e si fece accompagnare a casa.

Quella notte dormii pochissimo e continuai a ripensare alle parole di Antonio e all’insolita sensazione che avevo provato stando in sua presenza. Difficili da descrivere le emozioni che si agitavano dentro di me, come un’incontenibile gioia nel rivedere una persona dopo molto tempo e dopo aver perso le speranze di poterla rincontrare, pur senza in realtà ricordarmi nulla di quella persona. Si trattava tuttavia di una gioia che non sembrava esaurirsi ma anzi cresceva lentamente di intensità.

In un pianto liberatorio mi lasciai alle spalle le tensioni di quella strana nostalgia che mi aveva accompagnato per tutta la vita, facendomi spesso sentire drammaticamente solo. Avevo la chiara percezione che da quel giorno sarebbe iniziata per me una nuova vita, e così fu, oltre ogni mia aspettativa.

[ capitolo successivo ]

Una risposta a "L’Alleanza Sacra | Il primo incontro (cap. 1)"

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  1. E’ bello ripercorrere l’incontro con il Maestro…ognuno di noi lo ha incontrato in maniera diversa, ma sempre perchè pronto per incontrarlo e ri-scoprire l’Intelligenza del cuore. Un caro saluto da Roma

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