Il fallimento della trasformazione: i tre Cristi | Psicologia Esoterica

C’è un’idea dura a morire, soprattutto in certi ambienti esoterici: quella che basti comprendere concetti elevati per trasformarsi interiormente e superare vecchie e ingombranti identificazioni, senza troppo stress, senza scomodarsi troppo (emotivamente e fisicamente). Come se la coscienza fosse un software aggiornabile con poco sforzo e impegno, così come facciamo con i nostri device.

La realtà invece, come spesso accade, è meno romantica e molto più scomoda, anche se indubbiamente molto più avventurosa, sorprendente e ricca di colpi di scena.

I tre Cristi

I tre Cristi come esperimento di realtà

Un esperimento psicologico degli anni Cinquanta, noto come i tre Cristi di Ypsilanti (dal nome dell’ospedale psichiatrico in Michigan) è una lezione brutale. Una di quelle lezioni che nessuno ama ricordare, perché mette in crisi l’idea consolatoria di una trasformazione possibile per linearità logica e razionale.

Tre uomini, internati in un ospedale psichiatrico, erano convinti di essere Gesù Cristo. Non metaforicamente. Non simbolicamente. Identitariamente. Il loro nome, la loro storia, il loro corpo erano stati completamente cancellati e assorbiti da quella convinzione.

Milton Rokeach, lo psicologo che ideò l’esperimento, pensò di metterli a confronto tra loro. Se tre Gesù si incontrano – dato che di Cristo ce ne può essere solo uno – qualcuno dovrà pur cedere, no?

Era un’ipotesi ingenua. E proprio per questo profondamente interessante.

Quando le convinzioni vengono attaccate

L’esperimento durò circa due anni. Due anni di convivenza forzata, confronti continui, manipolazioni, interventi mirati a scardinare le convinzioni deliranti dei tre uomini attraverso la logica e la contraddizione rivelata apertamente.

Il risultato, alla fine, fu netto: nessuno guarì, ovvero nessuno abbandonò la propria identità cristica. Anzi, ciò che emerse fu qualcosa di molto più inquietante.

Le convinzioni profonde, quelle che strutturano l’identità, non solo non si dissolvono quando vengono attaccate frontalmente: si rafforzano, si irrigidiscono, trovano nuove forme per sopravvivere, peggiorando quindi la condizione esistenziale di prima, chiudendo ancora di più la coscienza in se stessa, invece che espanderla.

Leon Gabor: dalla gloria alla frammentazione

Leon Gabor, inizialmente il più lucido dei tre protagonisti, quello che sembrava avere più risorse cognitive, fu anche colui che pagò paradossalmente il prezzo più alto.

Sottoposto a manipolazioni emotive profonde, vide la propria identità frantumarsi ulteriormente. Passò dal sentirsi “Rex”, una figura di gloria, al “Dottor Sterco”, incarnazione dell’umiliazione totale.

Infine si rifugiò in un’identità ancora più bizzarra e autoreferenziale: un ermafrodito sposato con se stesso. Il suo mondo interno non si semplificò. Divenne più complesso, più caotico, più isolato, più infelice. Ogni legame umano fu progressivamente espulso.

Joseph Cassel: l’adattamento che spegne

Joseph Cassel reagì in modo diverso: non esplose ma, gradualmente, si spense.

Alla fine dell’esperimento apparì infatti più cupo, più silenzioso, chiaramente depresso. Le pressioni esterne lo avevano reso più prudente nel linguaggio, più attento a ciò che diceva per evitare punizioni o perdere benefici.

Il delirio, però, non era stato minimamente scalfito. Aveva semplicemente imparato a nasconderlo meglio, ad adattarsi superficialmente per sopravvivere.

Clyde Benson: la fissità come scudo

Clyde Benson, invece, rimase quasi immobile. La sua strategia psichica fu una negazione assoluta e impermeabile. Finti sonni, ritirate letargiche, assenza emotiva. Un guscio perfetto.

Non ci fu nessuna trasformazione, nessuna frattura visibile. Il nocciolo delirante rimase intatto, come uno scudo contro il vuoto di una vita precedente che non voleva, o non poteva, affrontare.

L’unico vero cambiamento: quello dello sperimentatore

Il fallimento dell’esperimento fu totale sul piano clinico. Ma non fu inutile. Rokeach ammise infatti che l’esperimento non curò i pazienti, ma curò lui stesso dall’illusione di onnipotenza scientifica.

Scoprì, sulla propria pelle, che l’identità non si smonta con la logica, che il delirio non cede sotto l’urto del confronto, e che l’attacco diretto alle convinzioni profonde produce spesso un effetto contrario.

Il messaggio per il mondo iniziatico

Questa lezione non riguarda solo la psicologia clinica. Riguarda in pieno anche il mondo esoterico ed iniziatico. La linea di confine tra ciò che definiamo “salute mentale” e il delirio identitario è infatti molto più sottile di quanto si immagini, soprattutto quando le identificazioni sono socialmente accettate.

Chi inizia ad osservarsi attentamente non può che cogliere in se stesso un’alternanza velata ma continua di personalità che si scambiano la scena. Essendo semplicemente più adattate al contesto sociale che le circonda, nessuno (o quasi) se ne accorge, tantomeno noi stessi,

Ogni cammino di ricerca interiore non può che passare attraverso una presa di coscienza di questa realtà e attraverso uno svincolamento graduale dalla presa di queste identificazioni, a partire da quelle più distruttive, da quelle che trascinano e mantengono in uno stato esistenziale infelice.

Pensare però di trasformarsi davvero attraverso il semplice accumulo di concetti e l’assorbimento di simboli, senza però mettere bene a fuoco i rischi e le tappe dell’avventura intrapresa, è una forma raffinata di autoinganno.

Le convinzioni identitarie non sono idee. Sono strutture. Sono difese. Sono il risultato di condizionamenti, adattamenti profondi a sofferenze antiche, o desideri mancati, che vengono continuamente messe in scena sul teatro della propria esistenza.

Quando queste strutture vengono attaccate senza che esista una reale aspirazione, e una ricerca attiva, verso qualcosa di più vasto, il rischio non è la liberazione, ma la regressione. La psiche, per difendersi, non può fare altro che scivolare verso forme più primitive, più chiuse, più sterili. Proprio come accadde a Leon, Joseph e Clyde.

Così come non è possibile ricercare un mutamento interiore per imposizione sanitaria, non è neanche possibile farlo per senso del dovere, per morale religiosa o per ricerca di riconoscimento e ammirazione. I danni sarebbero similari a quelli che abbiamo appena visto.

Quando il crollo non è trasformazione

In ambito iniziatico, questi cedimenti sono spesso descritti come “prove”, “crolli dell’ego”, “passaggi oscuri”. Ma non ogni crollo è trasformazione, e non ogni perdita di stabilità è evolutiva: dipende.

Senza una direzione, senza un desiderio autentico di incarnare un’identità più ampia e più viva, il rischio è di decadere, non di ascendere. Lo studio infatti, da solo, non salva; la conoscenza, se non è accompagnata da un lavoro reale sull’identificazione, può persino diventare un’arma contro se stessi.

I tre Cristi non cambiarono idea. Cambiarono forma, e non in meglio.

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