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Archive for the ‘Antiche Tradizioni’ Category

Non procura vantaggi, tuttavia in suo nome si è disposti a rovinare, vanificare, distruggere ogni cosa: è l’invidia, un vizio capitale che non obbedisce alle leggi della logica, nè dell’edonismo, nè del profitto. Il mondo dell’invidioso è totalmente privo di ogni piacere, conosce solo rabbia e malanimo.

La Bibbia mostra come l’invidia nasca e si sviluppi all’interno dei rapporti familiari e di quelli più intimi, non risparmiando proprio nessuno. Il libro della Genesi associa ad esempio la fratellanza all’invidia, come ben ci ricordano Caino e Abele (Gn 4), Giacobbe ed Esaù (Gn 27, 1-46) e i fratelli di Giuseppe (Gn 37-50). Da questi rapporti, come nelle storie di molti di noi, sembrerebbe che l’invidia diventi più stritolante proprio tra le persone che più sono, o sono state, vicine.

Se per la psicanalisi la distruttività dell’invidioso riflette la possessività primigenia verso la madre, per Dante si tratta di una sorta di cecità che impedisce di riconoscere il bene.

San Cipriano e san Gregorio Magno hanno anche identificato la fisionomia tipica del povero invidioso, un aspetto affatto gradevole: volto minaccioso, grigiastro, aspetto torvo, denti che stridono, guance cadenti, fauci secche. Nei casi più disperati mani pronte a colpire o parole insensate ricche di un veleno denso e amaro.

Prima o dopo l’invidioso troverà il (altro…)

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“Che la fenice more e poi rinasce,

quando al cinquecentesimo anno appressa

erba né biada in sua vita non pasce,

ma sol d’incenso lacrima e d’amomo,

e nardo e mirra son l’ultime fasce”.

Dante Alighieri

Dante Alighieri

Con questi versi Dante descrive la Fenice, uno dei simboli più affascinanti della mitologia egizia: gli egizi identificavano questo maestoso (altro…)

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A chi non è mai capitato di soffermarsi ad ammirare uno stemma posto sul portone di un palazzo antico, cercando di comprendere il significato intrinseco di animali o piante o altre raffigurazioni rappresentate nello stesso? O ancora, perché è stato adoperato un colore piuttosto che un altro? Una risposta chiara ce la fornisce una vera e propria scienza ausiliaria della storia che è l’Araldica, uno studio complesso approfondito degli stemmi, nata non per magnificare nobiltà e privilegio, ma per reale necessità di riconoscimento. L’Araldica può essere considerata infatti un vero e proprio codice sociale comunicativo, mediato da segni, posizioni in scudo e colori. (altro…)

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Quando un essere umano intraprende la via del guerriero diventa gradatamente consapevole di essersi lasciato per sempre alle spalle la vita ordinaria. Ciò significa che la realtà ordinaria non può più proteggerlo e che per sopravvivere dovrà adottare un nuovo modo di vita. (1)

Attraverso le parole del suo benefattore Don Juan Matus, Carlos Castaneda introduce un concetto fondamentale per coloro che desiderano intraprendere il percorso interiore verso la conoscenza e la libertà: la Via del Guerriero secondo la Tradizione Tolteca. (altro…)

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Non molto tempo fa, un Rabbi se ne stava seduto con il suo giovane nipote. Il tono della loro conversazione era lieve e riguardava molti argomenti.

Quasi come se parlasse da solo, il Rabbi disse:

“Sai, nipote mio, è possibile apprendere delle grandi verità perfino dalle cose inanimate. Ogni cosa può insegnarci qualcosa.”

Interpretando la dichiarazione del Rabbi come una sfida, il giovane chiese:

“Dimmi, nonno, cosa mai potrei imparare da un treno?”

“Che per un solo secondo potresti perdere tutto”.

“E dal telefono?” chiese subito dopo. “Dimmi cosa mai potrei apprendere dal telefono”.

“Che quello che dici può sicuramente essere udito anche in luoghi distanti da te”.

“Dalla televisione?”

“Che la stupidità di qualcuno può catturare l’immaginazione di molti”.

“Dalla pubblicità?”

“Che i sazi possono essere trasformati in affamati con semplici immagini”.

“Da Internet?” (altro…)

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Stiamo assistendo ad un periodo di riscoperta del mondo celtico. Quel meraviglioso mondo volutamente occultato, combattuto con forza dalla spada degli antichi romani prima e dal fuoco dell’inquisizione poi, seppellito per centinaia di anni sotto l’etichetta di “barbaro”, ritorna oggi con forza ad emergere.

Le motivazioni non sono chiare, forse è il bisogno di risposte alle domande esistenziali alle quali l’odierna società non riesce a rispondere. Viviamo in effetti sulle fondamenta della civiltà romana, dove la competizione, la conquista, il profitto, la lotta per emergere, erano i pilastri fondanti.

Nel passare dei secoli, questi pilastri, si sono rinforzati diventando sempre più sofisticati, parte integrante della nostra vita, al punto tale da pensare che non esista altro stile di vita possibile al di fuori di quello basato sui valori che ci sono stati trasmessi dalla cultura.

L’odierna società non riesce a rispondere alle domande basilari sull’esistenza. Abbiamo tutto dal punto di vista materiale, eppure viviamo sempre come se ci mancasse qualcosa, inseguendo la felicità nella corsa sfrenata alla ricchezza e al successo, cosa che puntualmente non riusciamo ad afferrare anche quando raggiungiamo questi obiettivi.

Ed è appunto su questa via del decadimento del nostro sistema sociale che il mondo celtico torna a parlarci.

I Celti vivevano a stretto contatto con la natura, basando la loro spiritualità su di essa; per templi usavano i boschi, le sorgenti, le cascate, luoghi incantati che venivano custoditi e mantenuti sacri dai loro sacerdoti.

Una società definita (altro…)

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È assodato che alcune immagini e alcuni simboli appartenenti e provenienti da svariate Tradizioni, siano entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Dal punto di vista occidentale tale sorte è senz’altro toccata alle dieci piaghe d’Egitto contenute nel Libro dell’Esodo (dalla Bibbia).

I suoi simboli sono stati mediati soprattutto dai mass media, ed in quella forma si sono fatti strada e si sono fissati in maniera più o meno stabile nella coscienza di ognuno. Nel migliore dei casi essi sono stati interpretati dalla lettura, talvolta  superficiale e poco approfondita, che di essi generalmente se ne dà in un contesto religioso.

Tale sorte è stata forse risparmiata solo a chi respira Tradizioni ancora vive, che approfondiscono il senso delle Scritture andando oltre il banale senso letterale. È questo il caso della più profonda corrente Ebraica.

Per tale Tradizione infatti, lo studio e l’approfondimento delle Scritture rappresentano due capisaldi irrinunciabili della pratica quotidiana. Nello specifico, esistono fondamentalmente quattro livelli di lettura e approfondimento del Testo Sacro: il primo livello è quello letterale (peshat), il secondo livello è quello allegorico (remez) a cui fa seguito la modalità analogico (derash). L’ultimo livello interpretativo è quello mistico (sod).

Quando si cerca di leggere il Testo Sacro, sforzandosi di andare oltre al livello letterale, i significati che emergono (altro…)

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Nel poema più famoso del mistico persiano sufi Farid al-Din ‘Attar – Il Verbo degli Uccelli – si delinea un’impareggiabile metafora del Cammino che si prospetta di fronte a colui che decide di mettersi alla ricerca di se stesso.

Lungi dall’idea di poterne fare una sintesi esaustiva, illustreremo brevemente qui di seguito i punti chiave del poema, evidenziandone la simbologia sottesa.

Il poema si apre quando tutti gli uccelli del mondo decidono di radunarsi in una grande assemblea, ormai consci della necessità di trovare un re, per poter dare un senso e portare armonia nelle loro vite:

Dobbiamo unirci in fraterno sodalizio e partire alla ricerca di un re, essendo ormai chiaro che l’ordine e l’armonia non regnano tra sudditi privi di un sovrano.

L’Upupa (simbolo del Maestro, messaggero della realtà divina), l’uccello più saggio tra tutti, li convince ad intraprendere un difficile viaggio alla ricerca di un leggendario uccello (simbolo dell’Assoluto) che vive sull’albero dell’immortalità, l’unico in grado di rivestire a pieno diritto il titolo di re: (altro…)

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Preferiamo non fare nomi (ognuno valuterà personalmente), ma molti personaggi contemporanei o della storia più recente, si spacciano come maestri appartenenti alla tradizione spirituale Advaita. Più specificatamente, sono considerati come i rappresentanti di quella che viene chiamata Neo-Advaita.

Abbiamo già toccato questo argomento in due post in passato: Nisargadatta, l’Advaita e l’immondizia  e  Advaita Vedanta comoda e per tutti!, ed oggi proviamo a riprendere il discorso mettendo in luce altre sfumature.

Letteralmente, la parola sanscrita Advaita significata “non ci sono due cose”, riferendosi alla non dualità della realtà, ad un’unica verità, che è sempre stata e sempre sarà. Per tale motivo risulta già di per se stesso un po’ ambiguo parlare di Neo-Advaita, come a distinguere una vecchia verità da una nuova verità…

Ad ogni modo, è comprensibile il fatto che sia emersa la necessità di dare una nuova definizione, dal momento che tali neo-maestri presentano la loro corrente spirituale in una forma a volte difficilmente riconducibile – per chi la conosce bene – alla tradizione originaria.

Non è nostra intenzione ipotizzare se tali figure siano o meno in cattiva fede (laddove ci sono interessi economici non abbiamo dubbi in merito). D’altronde, chiunque si (altro…)

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Viviamo in un’epoca così ricca di tecnologia e d’informazioni immediatamente disponibili, che ci pare di avere accesso a ogni risposta, specie se si tratta di argomenti scientifici.

Siamo cresciuti nelle certezze del “progresso” e ci siamo abbeverati ai mirabolanti programmi televisivi del Mondo di Quark di Piero Angela, col sottofondo musicale rassicurante dell’Aria sulla IV corda di Bach.

Siamo stati educati fin da piccoli a pensare alle leggi della fisica come a qualcosa di scontato, meccanico, privo d’intelligenza. Qualcosa che non ha significato o ragioni da investigare e capire: esiste e basta, quindi va bene così e non c’è altro da cercare, sono solo informazioni più o meno complesse da studiare a memoria senza porsi troppe domande… ma è proprio tutto così semplice e scontato? A un sincero e attento cercatore non può sfuggire il vuoto di risposte e di significati.

Ad esempio, la forza di gravità che ci tiene attaccati al suolo, che fa cadere gli oggetti, che regola le orbite delle stelle e dei pianeti, ecc., indubbiamente esiste e ne facciamo ogni giorno esperienza, ma possiamo realmente dire di conoscerla? Sappiamo come un corpo ne attrae un altro attraverso la sua massa? E perché esiste questo fenomeno? C’è una volontà e quindi un’intelligenza che la alimenta?

In realtà la forza di gravità rimane ancora un vero enigma per la scienza moderna, ma ciononostante si arroga il diritto di affermare che, tutto sommato, non ha significato cercare altri significati: esiste e basta e ci si deve accontentare di misurarla.

La religione – altra orgogliosa creatura dell’intelletto umano – esclude che vi sia significato umanamente comprensibile nel (altro…)

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