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La storia d’amore tra Buddha, sua moglie e il figlio Rahula, è forse la più bella storia d’amore mai raccontata. Perché è la storia d’amore tra un uomo e una donna che trascende i confini del tempo e dello spazio.

È la storia d’amore di tutte le coppie del mondo, in realtà con la differenza che la maggior parte delle coppie vive questa storia in modo inconsapevole, mentre alcune coppie (poche) lo vivono in modo consapevole. È una storia d’amore che contiene molti messaggi, e molte direttive per vivere una vita di coppia soddisfacente. E indica alla coppia la strada da perseguire per essere felici.

Un giorno Siddharta Gautama, principe degli Shakya, capisce che la sua vita manca di qualcosa. Ha una splendida moglie e un figlio. È ricco, ammirato e invidiato. Ma gli manca qualcosa. Sente che deve trovare il significato dell’esistenza e che una vita condotta senza scopi non merita di essere vissuta. E vuole cercare il segreto della felicità, ovverosia una formula, per rendere felice l’essere umano a prescindere dalle circostanze esterne.

Prende quindi una decisione che per la maggior parte della gente sarebbe folle: se ne va di casa. Se ne va di notte, perché non reggerebbe al dolore della famiglia, e perché forse ha paura di essere trattenuto dal figlio.

“Aspettami”, disse silenziosamente Siddharta baciando la moglie che dormiva. “Un giorno tornerò”. Continua a leggere »

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Grazie ad Antonio sono riuscito ad assaporare e a sbirciare dentro quel misterioso quanto inesprimibile sentimento che lega un maestro ai suoi discepoli. Anche in questa direzione, purtroppo, la nostra cultura non è per nulla di aiuto, dato che tende a sospingerci verso rapporti più formali e distaccati con coloro che reputiamo detentori di qualche conoscenza.

Il saggio viene così facilmente considerato alla stregua di un’enciclopedia da poter consultare e sfogliare per estrarne utili informazioni, dove il rapporto affettivo di amicizia che si può creare è di secondaria importanza, se non addirittura inutile. Ho dovuto imparare anche io a non farmi limitare da un approccio così riduttivo e sterile, ed è così che ho appreso le linee generali che da millenni contraddistinguono la sacra alleanza tra maestro e discepolo.

È buona norma per un maestro tradizionale non avere un elevato numero di allievi intorno a sé, altrimenti non potrebbe seguirli con la giusta intensità e profondità. Troppe persone minerebbero un clima di intimità e familiarità con una conseguente dispersione energetica che renderebbe disordinato l’insegnamento e meno efficace l’addestramento. Questo numero può dipendere dal tempo, dall’energia e dal potere personale del maestro.

Un discepolo deve infatti aver accesso alla vita privata del maestro e poterla condividere il più possibile, esattamente come un figlio può condividere la propria vita con quella del padre. L’essenza di un insegnamento, così come quella di un’educazione genitoriale, non si trasmette con parole o concetti ma attraverso una formazione continua, dove l’esempio vivente rappresenta la chiave di volta per un reale e viscerale mutamento.

A tal proposito ricordo che un caldo pomeriggio di Agosto, durante gli incontri nelle vacanze estive, Antonio iniziò a parlare del misterioso ed intimo Continua a leggere »

Nonostante non siamo ancora riusciti ad incontrarlo di persona (la distanza, gli impegni e i suoi ormai prossimi 90 anni non rendono la cosa così facile…), non vogliamo precluderci di dedicargli anticipatamente questo post, in fiduciosa attesa di poter parlare con lui seduti in un caratteristico caffè parigino.

Alejandro Jodorowsky “Jodo” è un uomo pubblico, un personaggio famoso. I suoi film, libri, fumetti e lavori teatrali ne fanno un artista eclettico oramai celebre in tutto il mondo. Nato in Cile nel 1929, Jodo vive da molti anni a Parigi, dove continua con grande energia a lavorare a nuovi progetti che rompono gli schemi sociali e morali dei nostri tempi.

Non è però la condizione di artista longevo e di successo, comune ad altre persone, quella che rende Jodo tanto speciale. Le sue opere artistiche hanno sempre una componente di ricerca iniziatica e il suo lavoro di decenni sui Tarot e sulla psicomagia, non lo rendono banale come la maggior parte delle star hollywoodiane, sempre alla ricerca di riflettori e compiacimenti.

La sua tensione principale è ed è sempre stata quella di ricercare il vero e una strada per giungere ad una reale libertà interiore. Il successo artistico non è mai stato il suo obiettivo ma si è rivelato semplicemente come una conseguenza della sua modalità di ricerca.

E questo non è tutto, c’è molto altro che merita di essere conosciuto. Anche se Continua a leggere »

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Personalmente ho sempre avuto una sorta di attrazione/repulsione verso l’idea di maestro. Stimolato da una forza nostalgica che ho compreso solo il giorno in cui ho conosciuto Antonio, fin da piccolo evocavo e sognavo l’incontro con un mentore dotato di profonda saggezza e amorevolezza.

Allo stesso tempo però, ero nauseato dalla maggior parte dei personaggi che si pubblicizzavano e vendevano come tali, alla stregua dei divi di Hollywood, e che ottenevano incredibilmente il consenso di moltitudini di devoti e ammiratori. Per questo motivo non posso biasimarmi più di tanto se nella mia giovinezza, dopo diversi incontri deludenti, persi le speranze rifugiandomi infine in un insofferente ateismo.

La figura di maestro che emerge infatti superficialmente dall’immaginario collettivo occidentale è piuttosto goffa e corrisponde generalmente ad una caricatura grossolana dei più noti guru orientali, spesso mal compresi e mal interpretati dalla nostra cultura.

Su questa scia si delinea l’identikit di una persona con il sorriso zuccheroso e una dentatura bionica, con vesti bianche e svolazzanti, prodiga di carezze e parole caritatevoli per tutti, giocoliere di concetti astratti e fumosi, che vive lontana dalla contaminazione del mondo quotidiano e con un conto in banca proporzionale alle sue “doti” spirituali.

Antonio era ben lontano da una simile caricatura, non ostentava santità e non mendicava consensi, non aveva nulla da vendere e nulla da comprare; la sua serietà e autorevolezza infondevano piuttosto una certa rassicurazione sul fatto che, per quanto indubbiamente rari e difficili da individuare, esistono realmente maestri degni di questo appellativo nella sua più profonda e tradizionale accezione.

Le fantomatiche guide spirituali che si avvicinavano invece al suo cospetto Continua a leggere »

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Antonio parlava molto raramente della sua storia, e credo che i motivi fossero principalmente due: da una parte non aveva il minimo interesse di attrarre l’attenzione su di sé per fini non inerenti all’insegnamento, dall’altra parte era certamente cosciente del fatto che cancellare le proprie tracce personali è il modo migliore per rendersi quanto più possibile immuni alle altrui semplicistiche etichette e definizioni.

Ciononostante, in alcune occasioni, quando il racconto di aneddoti della sua vita poteva servire da stimolo per gli altri, ecco che trapelavano piccoli particolari, che qui di seguito proverò a collegare in sequenza temporale.

Abbandonato ancora in fasce alla ruota degli esposti di una città pugliese, venne allevato in un orfanotrofio cattolico, dove vigeva un clima psicologico estremamente severo e vessatorio. La più bieca moralità sessuale era oppressiva quanto irragionevole per dei bambini così piccoli. I bagni, ad esempio, erano privati di qualsiasi porta, in modo tale da annullare ogni possibile attimo di intimità a rischio di “atto impuro”.

La disciplina quotidiana sconfinava nell’ostinazione priva di compassione: se per qualsiasi ragione di salute un bambino perdeva l’appetito per qualche pasto, le sue pietanze venivano conservate e continuamente riproposte nel suo piatto per fargliele presto o tardi consumare. Non di rado erano costretti a mangiare minestre con vermi o cibi solidi con muffe.

Antonio ricordava di aver sempre avvertito dentro di sé un naturale senso di giustizia. In quegli anni si prendeva cura dei bambini più piccoli di lui difendendoli dalle angherie subite dai preti. Proprio per questo motivo incorreva spesso in punizioni piuttosto brutali, come l’essere rinchiuso in una stanza buia per qualche giorno senza cibo.

Un giorno vide un sacerdote trascinare con la forza un bambino in una stanza appartata, e seguendoli di nascosto si rese conto che stava accadendo qualcosa di strano (pur non avendo ancora a quell’epoca dei parametri di riferimento per comprendere fino in fondo la gravità della situazione). Decise comunque di intervenire urlando, e Continua a leggere »

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Fin dal primo incontro mi resi conto che, contrariamente alla mia idea iniziale, Antonio non era colui che aveva insegnato a Lorenzo le arti marziali praticate da quest’ultimo in palestra, per quanto non si possa ovviamente escludere una sottile connessione tra gli insegnamenti più sottili sulla natura umana e le antiche discipline di difesa personale.

Nel gruppo di persone che frequentava assiduamente Antonio, ognuna faceva riferimento ad una specifica corrente spirituale e la approfondiva sia tramite lo studio che la pratica: vi erano quindi apprendisti della tradizione induista yogica, ebraico qabbalistica, celtica druidica, cinese taoista, eccetera.

Mi colpì moltissimo vedere tutti questi sistemi spirituali riuniti sotto un unico tetto, e certamente in un modo nettamente differente dai soliti ambienti di impronta new age, dove generalmente si fa un miscuglio annacquato e improvvisato di tanti concetti presi a prestito un po’ qua e un po’ là.

Antonio aveva l’incredibile capacità di offrire un insegnamento basilare come denominatore comune per tutti, e allo stesso tempo addestrare ciascuno nella sua propria peculiare disciplina, che poteva essere scelta liberamente in base alle affinità e propensioni personali.

Per esempio Lorenzo, tra le altre cose, stava imparando sotto la supervisione di Antonio il Tai Chi Chuan tradizionale, una disciplina spirituale di tutt’altra natura dell’arte marziale che proponeva invece in palestra (come attività lavorativa), e in modo molto chiaro ed onesto non cercò mai di confondere le due cose.

Durante uno dei miei primi giorni di frequentazione a quelli che erano, di fatto, dei veri e propri Continua a leggere »

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