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Archive for the ‘Ebraismo’ Category

Non  avrai altri dèi al mio cospetto. Non farti sculture o immagini alcune di ciò che è in cielo, in alto e di ciò che è in terra, in basso e di ciò che è in acqua, sotto la terra. Non inchinarti ad esse e non servirle, poichè io sono Hashèm il tuo Dio, Dio geloso che serba il ricordo del peccato dei padri fino ai figli, fino alle terze e alle quarte generazioni, con coloro che Mi odiano; ma che agisce ricordando il bene per migliaia di generazioni, per coloro che mi amano e per coloro che osservano i Miei precetti.

(Es 20, 3)

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DALETH

Eccoci alla quarta lettera dell’alfabeto ebraico.

La parola dalet significa porta. Si tratta qui della porta che si varca per entrare nel mondo della Manifestazione, le cui meraviglie paiono come miseria in confronto allo splendore della Realtà. Dal significa infatti povertà, indigenza. È unicamente attraverso il prendere consapevolezza dei nostri limiti e della nostra “miseria” che possiamo intraprendere il percorso che dalla Manifestazione conduce alla Realtà varcando la Dalet in senso opposto.

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Parlare dei Dieci Comandamenti richiama immediatamente alla memoria le Tavole della Legge ricevute da Mosè sul Sinay oltre che interminabili e noiosissime ore di catechismo… Chi poi non ha visto almeno una volta nella vita l’intramontabile colossal con Charlton Heston nei panni di Mosè?

L’immagine ad effetto è immediata, unita alla percezione interiore di un insieme di norme morali e di buona condotta imposte dall’alto come un limite alle tante cose interessanti che si possono fare nella vita…

In realtà se appena appena facciamo lo sforzo di cercare di capire un pò di più, potremo scoprire nella Tradizione ebraica significati profondamente diversi, che portano a rivelare qualcosa di estremamente affascinante.

Nell’ebraismo innanzitutto non si parla di comandamenti ma la Tradizione li designa come le Dieci Parole (ebbene sì, il nostro Decalogo ne è proprio la traduzione quasi letterale).

Esistono poi differenze tra la versione ebraica e la versione che ne è stata resa dal cristianesimo (l’ordine è leggermente diverso,  nella versione ebraica non esistono gli atti impuri e vi sono poi sfumature importanti che approfondiremo nel corso dei post successivi). 

Haim Baharier, studioso di ermeneutica ed esegesi biblica, afferma:

“Parlare di Dieci Comandamenti mi pare ingiusto. Non ci sono imperativi, nessuna imposizione. I verbi sono al futuro. Quei verbi portano promesse che si realizzano”.

Lo scenario che si apre è immediatamente molto differente: un’imposizione è statica, monolitica, non lascia spazio a null’altro che l’esecuzione o la trasgressione. Una promessa è aperta al futuro, alla speranza, alla creatività ed al mutamento. 

Il primo comandamento come ci è arrivato dal cristianesimo tuona: Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio al di fuori di me. La Prima Parola nella Tradizione ebraica è quella su cui si fondano le Parole (o le promesse) successive: Io sono Hashèm (1) il tuo Dio, che ti ha tratto fuori dalla terra d’Egitto, dalla schiavitù.

Non c’è ingiunzione, non c’è imposizione… c’è un’affermazione: io sono il Dio della libertà, io sono la libertà! E’ una bella differenza! 

Volendo ancora andare ancora più in profondità una traduzione più letterale suonerebbe così: Anokhì è Adonài il tuo Elohìm, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi. Anokhì significa Io ma sta anche ad indicare l’Anak, il filo a piombo. Nella Tradizione occidentale potrebbe essere paragonato alla Coscienza.

Nulla di esteriore dunque, nessun dio esterno che impone una legge ma l’affermazione che la libertà è conseguita solo grazie alla realizzazione di una Coscienza interiore, Testimone della Coscienza universale. 

La Tradizione ebraica sa molto bene che tale livello di Coscienza può essere conseguito unicamente attraverso l’impegno ed il cambiamento che deriva dalla lotta interiore. Abramo si mette in viaggio ed abbandona la propria terra, Giacobbe diverrà Israele unicamente quando passerà dall’altra parte del Giordano dopo aver combattuto con un misterioso essere divino (metafora del combattimento interiore).

Israele dovrà peregrinare nel deserto per quarant’anni prima di accedere alla Terra Promessa (metafora della Realizzazione) e quante battaglie dovrà affrontare per poterlo fare! Tutta la narrazione biblica è un divenire, simbolo del mutamento che ognuno di noi deve ricercare ed affrontare.

Ebreo deriva infatti dal termine laavar il cui significato è passare. Egli è dunque chi compie il passaggio, chi trasmuta da uno stato ad un altro sempre teso alla realizzazione di quella Coscienza superiore, quell’Io divino contenuto nella Prima Parola.


(1) Letteralmente significa il Nome. La Tradizione ebraica non pronuncia il Nome divino di quattro lettere (Tetragramma) e ne sostituisce la menzione con dei sostitutivi. Il più famoso tra questi è Adonai.

 

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Il termine sodomita richiama alla mente la pratica sessuale con persone delle stesso sesso e secoli di lettura superficiale della Bibbia associano a questa il peccato per cui la biblica città di Sodoma è stata distrutta dal volere divino.

Il vero peccato però è accontentarsi di leggere con superficialità il Testo Sacro e della lettura, spesso dettata da preconcetti di tipo ideologico, che gli interpreti di turno hanno deciso di dare (e, a titolo di cronaca, ricordiamo che fino a non molto tempo fa il magistero cattolico dapprima vietava e poi scoraggiava al popolo la lettura della Bibbia).

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Influenzati da una prospettiva culturale che spesso associa il fatto di ammettere i propri errori ad un atto di estrema debolezza, nonché abituati a coccolare con cura il nostro orgoglio, rimaniamo ancorati alle nostre ragioni, difendendo la nostra verità (?) senza metterci in discussione, con il risultato che, a volte, in qualche momento di lucidità interiore, ci accorgiamo di aver addirittura smarrito il senso della verità.

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Na’aseh ve-nishma, “faremo e ascolteremo” è ciò che dissero gli Israeliti quando accettarono l’Alleanza mosaica sul Sinai (Es 14,7). Come molti passi della Torah può sembrare oscuro ad un approccio superficiale e ad una lettura puramente letterale. Se però si cerca di scendere appena un poco più in profondità si può accedere con maggior chiarezza ad un significato di sicuro illuminante. (altro…)

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A un rabbi molto giusto fu concesso di visitare sia il purgatorio (Gehenna)* sia il Paradiso (Gan Eden, il Giardino dell’Eden). Prima venne condotto in purgatorio e udì terribili grida provenire dalle creature più tormentate che avesse mai visto. Si fece allora più appresso e vide che erano uomini e donne seduti a banchetto a una gran tavola apparecchiata con vasellame d’argento e porcellana finissima e imbandita coni cibi più prelibati che si possano immaginare. (altro…)

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Da sempre è conosciuta la storia dell’esilio del popolo di Israele dalla loro terra, così come non sfuggono i racconti dei pellegrinaggi a Gerusalemme al Muro del Pianto, unica parte rimasta del Tempio distrutto nel 70 d.C per mano dell’Imperatore romano Tito, che ha dato inizio alla diaspora ebraica.

Sembrerebbe di primo acchito che la promessa di una terra dove scorre latte e miele, fatta dalla divinità al popolo eletto, non sia stata ancora mantenuta nei millenni di storia che si sono susseguiti: ma è proprio così?

Per rispondere a questa domanda è necessario staccarsi dalla semplice narrazione biblica per provare a ricercare un significato nuovo e diverso, dal gusto squisitamente simbolico nonché accattivante.

La terra di Israele – l’Eretz Israel – è per la Tradizione Ebraica il luogo interiore in cui nell’iniziato attecchisce il seme di un nuovo insegnamento, sia che derivi direttamente da un maestro o da una tradizione esoterica. In quel luogo simbolico (e reale) l’iniziato lo custodisce e lo fa crescere dentro di sé fino a farlo germogliare, così che possa dare i suoi frutti.

Israele è infatti (altro…)

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