Pillole di ebraismo | La reale verità – Emet

Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità… se mi conviene!

La maggior parte di noi, nel pensare al proprio livello di verità verso se stessi e nella relazione con gli altri, potrebbe d’impulso definirsi sincero e di potere allo stesso tempo contare su di un certo livello di integrità; questo perché in generale siamo abituati a pensare alla verità come qualcosa che ci appartiene o come qualcosa di acquisito in modo quasi scontato con l’età adulta. E se qualcuno ci dicesse che in realtà ci raccontiamo un sacco di menzogne, saremmo disposti a metterci in discussione?

Proviamo ad entrare nel vivo della questione affidandoci al dizionario della lingua ebraica. La parola verità in ebraico è emet e deriva dal verbo aman che significa essere affidabili, autorevoli. Ci arricchisce in realtà anche il greco che ci dice che la verità è aletheia e significa svelare, togliere veli, mettere a nudo. Mettendo insieme le due cose otteniamo una definizione di verità che ne mette in discussione il concetto ordinario, per cui la verità sarebbe semplicemente rispondenza piena con la realtà effettiva. Da etimologie più antiche apprendiamo invece che la verità è essere affidabili e autorevoli nello svelare, nel mettere a nudo… qualcosa di molto più interessante in cui affidabilità e autorevolezza sono intimamente legati al coraggio di mettere a nudo!

Alla luce di ciò, quanto siamo veramente abituati ad analizzare i fatti accaduti per scandagliare interiormente la corrispondenza tra quello che pensiamo e quello che facciamo? Purtroppo ben poco perché non è nella struttura umana farlo spontaneamente!

Talvolta viviamo la verità come qualcosa di ostacolante laddove potrebbe rivelarsi scomoda o svantaggiosa, per cui siamo disposti a negare l’evidenza dei fatti arrivando addirittura a credere nelle nostre menzogne, che siamo quindi pronti a difendere a spada tratta. Il risultato è quello di una forma di cecità interiore in cui scegliamo la menzogna come comoda guida e lasciamo che questa ci bendi gli occhi per non mettere a nudo ciò che sarebbe pesante da vedere.

Allo stesso modo ci ostiniamo a rimanere fermi nelle nostre convinzioni per difendere quella che riteniamo la verità assoluta mentre ci sfugge il fatto che, nel confronto con l’altro, non c’è niente da vincere, semmai qualcosa da perdere, da lasciare andare, per svuotarsi di idee per la maggior parte delle volte distorte e lasciare spazio a qualcosa di nuovo.

A tal proposito Rabbi Nachman, diceva:

“La vittoria non sopporta la verità e se qualcuno ti mette dinanzi agli occhi una cosa vera tu la respingi a causa della vittoria; chi vuole la verità in se stessa scacci lo spirito della vittoria: solo allora si prepari a guardare la verità”. (1)

Verità o vittoria: cosa scegliamo? La vittoria personale in questo caso corrisponde sicuramente all’affermazione dell’ego, quella parte di noi che, impregnata dei contenuti con cui la società ci alleva, non può accogliere una verità diversa, nella misura in cui essa fa luce sulle nostre menzogne interiori.

Certo non è facile scegliere di rinunciare alla nostra verità o meglio non è facile rinunciare alle nostre menzogne perché sono parte costitutiva di noi e la cosa comporta una destrutturazione interiore che fa vacillare la nostra identità di fronte al senso di vuoto che ne deriva.

Proprio per questo rinunciare alle nostre convinzioni non è affatto facile, né un percorso da sannyasin (2), tutt’altro! È una scelta consapevole che richiede l’osservazione scrupolosa delle nostre dinamiche, dei significati che diamo alle cose che ci spingono ad agire, la comprensione della ciclicità con cui ci ritroviamo ad affrontare sempre le stesse difficoltà per questioni irrisolte in passato… e la cosa è indubbiamente un passaggio graduale perché si tratta di una trasformazione che richiede molto per essere compiuta.

Rabbi Pinchas raccontava ai suoi discepoli:

“Niente mi è stato più difficile da superare della menzogna. Ci son voluti quattordici anni, mi sono rotto tutte le ossa, poi finalmente ce l’ho fatta”. Raccontava anche: “Ventuno anni ho servito per la verità. Sette per apprendere che cos’è la verità. Sette per scacciare la falsità. Sette per accogliere la verità”. (3)

La domanda lecita a questo punto potrebbe essere: “Ma come si fa ad intraprendere in modo davvero sincero un percorso di questo tipo?”. E la risposta è apparentemente semplice: bisogna desiderarlo. Il desiderio è un motore fondamentale che nasce da un richiamo nostalgico verso qualcosa che sentiamo come vero, qualcosa che magari ancora ci sfugge, tuttavia sentiamo che c’è perché qualche volta ci sussurra che non è tutto qui.

Ecco allora che il desiderio, quando unito alla volontà di fare chiarezza e mettere a nudo le maschere con cui ci interfacciamo, ci porta ad affrontare le più eroiche battaglie interiori grazie alle quali apprendiamo quanto difficile è vivere appesantiti dagli schemi sociali e quanta più leggerezza si può sperimentare nella sincerità di intenti e di azioni.

Giurare di dire la verità è un patto con se stessi, un’alleanza che si stabilisce con la parte di noi che sentiamo più vera e che cresce in base al consenso che le diamo e allo spazio che decidiamo di farle per lasciarla entrare.


[1] Martin Buber, Storie e leggende chassidiche, Mondadori, 2008, Milano, pag. 66.

[2] Nella Tradizione Induista è lo stadio finale della vita che corrisponde alla rinuncia dei beni per il cammino spirituale.

[3] Arthur Green, Queste sono le parole, Giuntina, 2002, Firenze, pag. 649.

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2 pensieri riguardo “Pillole di ebraismo | La reale verità – Emet

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  1. Bellissimo questo post,. è un ulteriore incoraggiamento al cammino di ricerca interiore. sono parole azzeccatissime che fanno intuire di essere sulla strada giusta!.. 😊Grazie!

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