Posto il presupposto che per poter procedere velocemente nel proprio sviluppo interiore è necessario l’aiuto di un maestro autentico, quali sono i requisiti essenziali che egli deve incarnare? Conoscenza, esperienza e pazienza.
Il primo attributo è fornito dalla tradizione da cui proviene il maestro, ed è costituito da un insieme di nozioni che risalgono al maestro precedente e via via ad una catena di maestri che hanno mantenuto vivo e trasmesso l’insegnamento nel tempo. Il secondo attributo è rappresentato dall’intima realizzazione di contatto con l’Assoluto e dall’insieme degli avvenimenti che il maestro vive personalmente sia nella sua vita privata che con i suoi allievi. Il terzo attributo riguarda invece la disponibilità del maestro a mettersi a disposizione incondizionatamente per impartire l’addestramento.
La maggior parte di coloro che possiamo considerare maestri autentici sono rimasti e rimarranno nascosti agli occhi della storia conosciuta. (…) Nelle tradizioni antiche il discepolo o la discepola avevano un legame affettivo ed esistenziale molto particolare con il maestro. I discepoli più stretti vivevano in casa del maestro come dei figli a tutti gli effetti, e consideravano il loro padre naturale di valore secondario rispetto a lui.
L’attività dei discepoli consisteva nel seguire le indicazioni di vita del maestro, la sua pratica e il suo studio, cercando di assimilarne l’insegnamento prima di tutto tramite l’esempio. Poteva ovviamente capitare che il legame affettivo fosse molto stretto. I tipi di questo legame erano diversi, il maestro poteva essere un padre, un figlio, uno sposo o un fratello. Non esistevano esclusioni di particolari legami. Nello stesso modo il discepolo o la discepola potevano avere lo stesso ruolo nei suoi confronti.
Ciò che è quindi necessario puntualizzare è che non è possibile trasmettere l’essenza di un insegnamento senza che alla base vi sia l’energia del cuore, ovvero un affetto realmente sincero.
Spesso capita di osservare stuoli di discepoli o discepole che in atteggiamento devoto circondano con tutte le premure e attenzioni possibili il loro adorato maestro. Nelle scuole di derivazione devozionale provenienti dall’Oriente questo è normale, mentre in Occidente desta qualche perplessità ed evoca giudizi di fanatismo e fragilità psicologica. Eppure noi riscontriamo questo genere di atteggiamento anche alla base della religione più diffusa al mondo: il Cristianesimo. Proprio nei vangeli troviamo la figura del Cristo circondata non solo da uomini devoti, ma addirittura da donne decisamente innamorate di lui e che furono inoltre le ultime ad abbandonarlo, e per questo premiate nel vederlo risorto per prime.
Scendendo quindi più in profondità, oltre il velo di un superficiale consenso comune, possiamo scorgere come il puro atto devozionale non conduce per nulla a debolezza interiore ma, al contrario, genera forza e integrità prima di tutto a chi lo esprime.
Una magnifica rappresentazione simbolica della potenza generata dall’intimo legame maestro-discepolo, la si ritrova nel testo sacro induista più famoso al mondo: la Bhagavad Gita. In essa si può scorgere come il protagonista, Arjuna, riesca proprio grazie all’amicizia con il suo guru, Krishna, ad acquisire sicurezza interiore per affrontare le più ardue sfide della vita.
Se da un lato l’atteggiamento del discepolo può apparire più o meno accessibile, quello del maestro risulta invece molto più difficile da comprendere, perfino per chi vive accanto a lui. Non è sempre
chiaro che la missione del maestro è un’opera ingrata e molto difficile da portare a termine senza la collaborazione del discepolo, che spesso e volentieri è più attratto dall’ottenimento di qualcosa che
possa portargli benefici ordinari, piuttosto che ad una reale ricerca di contatto con l’Assoluto.
La prassi vuole che nella maggior parte dei casi il maestro si trovi davanti a persone che devono risolvere gli ultimi legami con le sfere più basse dell’esistenza, prima di poter espandere la loro coscienza in modo realmente decisivo e significativo. Ma proprio perché si tratta di ultimi legami, questi sono i più tenaci e difficili da affrontare, e per questo richiedono una fiducia e un’alleanza non comuni, in modo da far mantenere sempre la rotta anche durante le tempeste interiori più buie e disperate.
Già, perché chi pensa che l’iniziato sia colui che viene benedetto dal maestro per poi abbandonarsi ad un delizioso riposo, è drammaticamente fuori strada. L’addestramento a cui si viene sottoposti è certamente avventuroso e pieno di meravigliose sorprese, ma è anche faticoso e può generare in alcuni momenti – quando ci si trova a dover affrontare antichi meccanismi e preconcetti – delle
pressioni interiori al limite della sopportazione.
Questo processo può durare anche molto tempo e comportare quindi un dispendio energetico notevole che solo l’affetto reciproco con il maestro riuscirà a colmare. Ecco perché la sua responsabilità è altissima, come quella di un gigante alle prese con un piccolo e fragile bocciolo di rosa.
Tratto da: J. Yrpekh, L’Alleanza Sacra, Misteri e insegnamenti di un grande maestro della nostra epoca.
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Che Dio ci aiuti a riconoscere, da Discepoli di Verità, il Maestro di Verità vivente, in un mare di Maestri di Vita.