Crociate interiori: il difficile equilibrio tra scelte consapevoli e accettazione dogmatica

Proviamo a riflettere sulle motivazioni che spingono l’essere umano all’apparente ricerca di trascendenza ad arroccarsi in modo bigotto ad un indirizzo escludendo con energia tutti gli altri. Una prima ragione, forse quella più evidente, si ritrova nell’insicurezza di fondo che accompagna silenziosamente ciascuno di noi e che inevitabilmente influenza non solo le nostre scelte ma anche il modo in cui le viviamo. A volte può infatti costare fatica dover sostenere un proprio ideale religioso di fronte agli altri (o anche solo di fronte a se stessi), o giustificare la propria scelta ammettendo che si tratta di una delle tante strade possibili. La conseguenza psicologica più immediata per far fronte all’esigenza di sentirsi nel giusto assoluto senza dover faticare per mettersi in discussione e confrontarsi con gli altri, è quella di idealizzare il proprio percorso come il migliore possibile.

L’indifferentismo, il termine utilizzato dal cattolicesimo per designare e condannare ogni forma filosofica secondo la quale a Dio è ugualmente gradita qualsiasi religione (purché sia vissuta con sincerità ed onestà di intenzioni), è un paradigma esistenziale che richiede una certa serenità interiore, una grande apertura mentale e un pizzico di coraggio. Occorre infatti essere temerari per riconoscere ed accettare il fatto che ciascuno di noi attraversa fondamentalmente da solo il viaggio della vita ed è per questo responsabile in primis di se stesso.

Un secondo aspetto da considerare riguarda la ben nota tendenza umana a ricercare conferme e consensi che vadano a rinforzare le proprie opinioni, piuttosto che punti di vista diversi dai propri. Scrive Sutherland:

“Vi sono molti (…) esempi di questa tendenza nella vita reale: i sostenitori di un determinato partito politico frequentano solo le riunioni di quel partito: non si confrontano con gli argomenti della parte avversa; inoltre, le persone tendono a comprare solo i giornali che sostengono idee favorevoli al loro partito, e non agli schieramenti opposti. Le ricerche di mercato rivelano che chi possiede una data marca di automobile legge solo il materiale pubblicitario – e qualunque altra cosa gli capiti sotto gli occhi – relativo a quella marca, mentre in genere ignora tutto ciò che riguarda le altre marche.” (1)

Il terzo aspetto su cui vale la pena riflettere, è che l’adesione ad un credo religioso prevede sempre l’accettazione di alcuni ideali di vita e di alcune regole di condotta. Non ha molta importanza se le suddette prescrizioni sono imposte o semplicemente consigliate: è infatti inevitabile che la loro adozione comporta dei sacrifici che in qualche modo devono essere profondamente giustificati e motivati a se stessi. Cosa certo non sempre facile.

Facciamo un esempio: poniamo che il gruppo spirituale che decido di perseguire segue una norma alimentare vegetariana ma io, ahimè, sono un amante delle costine di maiale e proprio non riesco a comprendere le motivazioni di chi smette di mangiarle. Converrete che a questo punto i casi sono due: o l’attrazione verso quel tipo di insegnamento non è tale da concepirmi in un futuro a brucare nei prati e quindi lascio stare (giustificandomi inoltre la scelta con motivazioni naif tipo “… e poi la carne è necessaria per le proteine, non sarebbe possibile vivere senza”), oppure la mia curiosità o aspettativa di conoscenza mi permette di accettare la sfida di entrare nel mondo degli erbivori. In quest’ultimo caso è però fuor di dubbio che soffrirò moltissimo ogni qual volta passeggerò di fronte ad una rosticceria straripante di profumi ed ogni qual volta mi ritroverò ad una cena di lavoro con orde di colleghi pronti a gustarmi in faccia, con estremo tatto e compassione, una bella fiorentina al sangue, accompagnando magari la serata da punzecchianti provocazioni tese a mettere in ridicolo la mia scelta alimentare.

Capite che in simili situazioni, molto più frequenti di quanto si possa pensare, ci si ritrova tra due fuochi nemici:

  • da un lato il desiderio represso di poter gustare ancora quel succulento sapore di animale alla brace
  • dall’altro il fastidioso accanimento di coloro che vorrebbero annientare dal loro orizzonte vitale qualsiasi vago discostamento, dalle solite abitudini.

Dunque non ho altra scelta: devo difendermi dal fuoco incrociato e l’unico modo che ho per farlo è quello di creare di me stesso un’immagine speciale, membro di un’élite superiore destinata a ricevere un allettante premio futuro che ripagherà ampiamente di tutti i sacrifici, la Salvezza appunto.

Ecco che nascono le crociate. La divisione in buoni e cattivi, la rigidità che non permette il dialogo, l’allontanamento di tutto ciò che è altro dal proprio orientamento. È naturale e insito nella psicologia umana: quando si aderisce ad un ideale che non si ha adottato per motivazioni proprie, profonde, ma magari per non sentirsi diversi dagli altri o per essere parte integrante di un’équipe di eletti, il fuoco in difesa della propria scelta si accende molto più facilmente, quasi a voler zittire – insieme a chi mette in dubbio la nostra decisione – quella voce interiore, tra tante, che ci ricorda di non essere noi per primi convinti di quanto intrapreso.

Questo effetto è causato dunque dal bisogno di giustificare a noi stessi una scelta a cui sentiamo di non poterci sottrarre. Di fatto, in queste condizioni, possiamo solo sperare che nei campi Elisi vengano preparati tutti i banchetti a base di porchetta e cotechino a cui avremo dovuto rinunciare: sarebbero più che meritati, non credete?


[1] S. Sutherland, Irrazionalità: perché la nostra mente ci inganna e come possiamo evitarlo, Lindau, Torino, 2010, pg. 173.

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