Alla ricerca (errata) del vero Sè: tra bufale e sforzi inutili

Quante volte sentiamo parlare di “ricerca spirituale” come la risposta a ogni insoddisfazione o vuoto esistenziale? Eppure, quante di queste aspirazioni nascono davvero da un autentico desiderio di trascendenza e non, invece, da un’insoddisfazione più terrena e contingente? È facile confondere la volontà di scoprire il proprio Sé con il bisogno di risolvere un disallineamento tra ciò che desideriamo e ciò che siamo, tra ciò che crediamo di volere e ciò che effettivamente ci realizza.

Questo articolo non vuole giudicare né mettere in discussione l’importanza di aspirazioni più “materiali,” ma piuttosto esplorare un punto cruciale: quando il nostro senso di vuoto si lega a obiettivi esterni o a condizionamenti culturali, la strada verso la cosiddetta “trascendenza” rischia di essere un vicolo cieco. La chiave, allora, sta nel distinguere i bisogni reali da quelli indotti, nell’affrontare le proprie motivazioni profonde e, soprattutto, nel non illudersi che il desiderio di “superiorità spirituale” possa essere una scorciatoia per evitare di guardare negli occhi la propria realtà.

Se la domanda iniziale era “Come aiutare qualcuno nella ricerca del Sé?”, forse è il caso di chiederci prima: “Qual è la vera ricerca che questa persona sta intraprendendo?”

D’altronde, come si potrebbe mai aiutare una persona alla ricerca del suo vero Sé? Cerchiamo di fare chiarezza.

Innanzi tutto il desiderio di trascendenza non può che manifestarsi dall’insoddisfazione verso ciò che si è e verso ciò che si vive, siamo d’accordo? Se però, in fondo in fondo, la mia aspirazione principale sarebbe guadagnare molto, possedere un’auto di lusso, essere riconosciuta o riconosciuto come una persona di valore da migliaia di persone (e perché non milioni?), scrivere un romanzo di successo o conquistare un attore americano, la trascendenza centra ben poco, giusto? Molto banalmente, se la nostra ricerca spirituale scaturisse da desideri insoddisfatti o dall’incapacità di far fronte al nostro immaginario e ai significati di felicità che fanno da sottofondo alla nostra esistenza, non è di una vera guida che si ha bisogno ma probabilmente di un coach. C’è differenza? C’è un’enorme differenza!

Se infatti il senso di vuoto scaturisse da tale mancanza occorrerebbe, a nostro avviso, dedicare ad essa la massima attenzione possibile senza spostare il proprio impegno da un obiettivo che impropriamente potremmo chiamare terreno ad uno celeste. Se desiderassi, sopra ad ogni altra cosa, diventare una persona di successo, è su questo obiettivo che dovrei lavorare cercando di sviscerarne le motivazioni e le strategie per poterlo realizzare. Impegnarsi in qualcos’altro per non pensarci, sarebbe come mettere un coperchio su una pentola in ebollizione: prima o poi qualcosa succederà.

Ora, i condizionamenti a cui siamo sottoposti fin dalla nascita, l’educazione e la cultura che ci circonda, offrono ad ognuno di noi un’immagine piuttosto standard della felicità e della persona che “ce l’ha fatta”. Come se non bastasse siamo tutti, chi più chi meno, inconsapevoli dei meccanismi che ci abitano, delle nostre reazioni, di come comunichiamo, di come ci muoviamo nel mondo. Abbiamo un obiettivo ma per cause tendenzialmente ignorate non facciamo altro che allontanarcene.

Diciamo di ambire ad uno stato – poniamo, l’armonia familiare – mentre non ci accorgiamo che i nostri pensieri e il nostro comportamento conducono a direzioni diametralmente opposte a tale quadretto.

Vorremmo essere amati da chi ci circonda, ma non diamo peso ai sentimenti che noi stessi proviamo verso il nostro prossimo. Daremmo tutto ciò che abbiamo per salvare il mondo ma non ci accorgiamo che noi ogni giorno contribuiamo a renderlo invivibile e opprimente.

Se a tutto questo – e in realtà a molto altro ancora – aggiungiamo la triste motivazione che diamo a giustificazione del nostro senso di vuoto e di isolamento, che in poche parole si riassume con uno sprovveduto “ambisco ad uno stato superiore di coscienza”,la situazione sfiora il ridicolo e il grottesco. È la nostra mancanza di chiarezza a cercare qualcos’altro, il richiamo del nostro inconscio (o conscio che si preferisce non guardare) a parlare, nulla di diverso. Bene, siamo stati crudi abbastanza?

In definitiva, la ricerca del vero Sé non può nascere da un luogo di confusione o da un desiderio di fuga dai propri limiti e condizionamenti. È un cammino che richiede chiarezza, autenticità e il coraggio di guardarsi dentro con onestà, accettando le proprie contraddizioni senza nasconderle dietro aspirazioni celesti. Solo affrontando con sincerità i nostri desideri più terreni e comprendendo le dinamiche che ci guidano, possiamo avvicinarci a una trasformazione autentica.

La trascendenza, se mai arriverà, sarà il frutto di un percorso di integrazione e non di evitamento. Sta a noi scegliere se affrontarlo davvero.


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