Oltre la spada: Il vero significato del Bushido e il messaggio per il terzo millennio

Ognuno di noi conosce sommariamente cosa o chi fossero i Samurai: gli antichi guerrieri giapponesi che sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo ormai da molti anni. Libri, produzioni cinematografiche, fumetti, hanno ormai permeato la nostra cultura di informazioni riguardo a quello che è divenuto il prototipo del guerriero per antonomasia: forte, risoluto, dotato di grande maestria nelle arti marziali e senso dell’onore.

Probabilmente ciò è avvenuto a ragion veduta e non casualmente. Se così fosse, perché allora? Quale particolarità si cela dietro questa considerazione? Chi erano? Come vivevano? E cosa possono dire a noi occidentali cercatori del terzo millennio? Per rispondere a queste domande, dobbiamo cercare di esplorare l’essenza del loro stile di vita: un modello di comportamento, educazione e perfezionamento spirituale che prese il nome di Bushido. Il termine è ancora oggi molto evocativo ed è composto fondamentalmente dalle parole Bushi, che significa guerriero, e Do, il cui significato è complesso e profondo e può essere tradotto con Via, percorso; dunque il termine Bushido può essere tradotto con Via del guerriero.

I Bukè, o Bushi, in origine dovevano essere degli uomini rozzi che avevano fatto della battaglia e della guerra la loro vocazione. In ciò ovviamente non risiede nulla di nobile, spirituale o edificante. È stato nel corso dei secoli che quegli uomini d’arme cominciarono ad abbeverarsi alle fonti dello Shinto, del Confucianesimo e del Buddhismo, specialmente nelle sue forme Zen e, sotto la guida di Saggi e Maestri, si trasformarono nei sofisticati guerrieri conosciuti come Samurai. Il verbo Samurau designa la funzione e la meta stessa della vita di chi percorreva il Bushido. Il suo significato era infatti uomo che serve. La classe dei Samurai era un’aristocrazia guerriera che prestava servizio per il clan di appartenenza e per il proprio daimyo, il signore che governava il clan stesso e le terre a lui affidate. Uomo o donna che fosse, il Samurai consacrava tutta la sua intera vita allo studio ed all’applicazione dei principi del Bushido. Ma, cercando di entrare più nel vivo, in cosa consisteva la Via del guerriero dunque? L’Hagakure, uno dei testi fondamentali del Bushido, è molto chiaro a riguardo:

La Via del Samurai è la morte. (1)

Lapidario, non trovate? Certo, si trattava di guerrieri, quindi di persone con uno spiccato senso pratico e abituate ad avere a che fare con la morte, fosse quella altrui o la propria, eppure il senso in cui ciò era inteso era molto più profondo. Prosegue sempre l’Hagakure:

Ogni mattina ed ogni sera, ci sia la morte al centro dei tuoi pensieri, perché solo vivendo come se fossi già morto potrai trovare la libertà nella Via e adempiere ai tuoi doveri per tutta la vita senza pericolo di cadute… Eppure, un Samurai non può dirsi tale se non si consacra al suo signore, se non vive come se fosse già morto, già fantasma di se stesso, se in ogni momento della giornata non si preoccupa del suo signore e di rafforzare il suo dominio risolvendo e facendo procedere le cose. Ecco a cosa deve essere rivolto il suo sguardo. (2)

In queste poche righe, che a noi possono sembrare estreme e suonare anacronistiche, è racchiusa già tutta l’essenza del Bushido. Il Samurai non vive per se stesso ma consacra la sua intera vita al suo signore. Suo unico scopo è vivere in base ai precetti del Bushido e servire il suo signore. La lealtà, la devozione, in giapponese chugi, è la virtù più alta da conseguire e perfezionare. Il Samurai non si considerava però uno schiavo: se riteneva che il proprio daimyo fosse in errore, egli era tenuto a fare di tutto per farglielo comprendere perché si correggesse. A nulla valeva infatti la vita e la Via senza makoto: la sincerità e la veracità. La parola di un Samurai non era mai messa in discussione perché significava verità. La menzogna era considerata una grande debolezza di spirito e altamente disonorevole.

Ciò che guidava il Samurai era gi, la giustizia; il retto agire, l’equanimità, la capacità di saper decidere in ogni situazione, anche nella più estrema. Ritenevano importante la ricerca dell’imperturbabilità in ogni situazione, specialmente nelle avversità. Tale era per loro il vero coraggio. L’uomo realmente coraggioso doveva mostrare un animo generoso e sempre calmo. Si assoggettavano continuamente ad una raffinata disciplina fisica e mentale quotidiana in ogni gesto che regolava anche i rapporti con il prossimo: rei, l’etichetta, la cortesia. Secondo una delle più grandi scuole di buone maniere, l’Ogasawara, è detto a proposito della cortesia:

Il fine di qualsiasi norma di cortesia è coltivare la mente in modo che persino quando siete seduti tranquillamente nessuno oserà assaltarvi, nemmeno il più rozzo dei ribaldi. (3)

L’osservanza della cortesia li conduceva al rispetto e all’attenzione per il prossimo. Erano guerrieri ma cercavano di vivere gli ideali della compassione e dell’empatia verso il debole ed i vinti. Si allenavano quotidianamente nelle arti marziali, studiavano con costanza i classici cinesi, leggevano Confucio e Mencio ma aborrivano chi dava sfoggio di erudizione fine a se stessa. Erano uomini d’azione e l’unico fine dello studio era per loro l’applicazione pratica, il perfezionamento del carattere. Non tenevano in alcuna considerazione il lusso ed il denaro e vivevano immersi in una modesta essenzialità. Praticavano la poesia e studiavano la musica per coltivare la sensibilità e la gentilezza d’animo unita alla forza del carattere e alla fierezza. Aborrivano con terrore il vivere senza dignità. Vivere come se si fosse già morti non significava dunque esistere con rassegnazione ma bensì dedicare la propria vita ad uno scopo alto e profondo. Erano pronti a morire e consideravano che ogni giorno che vivevano poteva essere l’ultimo. Per questo cercavano di vivere con intensità, profondità e significato ogni sfumatura possibile della vita, proprio perché sapevano che poteva essere brevissima. Come scrisse Yamamoto Tsunetomo, autore dell’Hagakure:

Ordinariamente non ho mai pensato di vincere, sono preoccupato solo di non perdere nessuna occasione. (4)

Viviamo oggi sotto l’insegna di un estremo individualismo. Il benessere è dato per scontato, quasi dovuto. La vita è vissuta come soddisfacimento dei bisogni essenziali o poco più. La superficialità la fa da padrona, spalleggiata dalla rapidità con cui si ricercano significati facili e che devono soprattutto essere a portata di mano. Tutto ciò non ci vive all’esterno ma ci attraversa e ci è trasmesso da madre cultura. Oltre a ciò, ci permettiamo di vivere la vita con insoddisfazione indulgendo nelle emozioni negative, guardando al nostro prossimo con astio se non con invidia e, nel migliore dei casi, con indifferenza.

Ciò che il Bushido ci può insegnare non è forse il non dare per scontato che domani potremo esserci ancora? Perché allora sprecare ancora tempo nelle emozioni negative e nelle nostre sofferenze? Perché non cercare uno scopo alto per cui vivere e cominciare a non lasciarsi sfuggire nessuna occasione?  

BIBLIOGRAFIA

Inazo N., Bushido, l’anima del Giappone, Luni editrice, Milano 2017.

Polia M., L’etica del Bushido, Il Cerchio iniziative editoriali, Rimini, 1989.

Yamamoto T., Hakagure, come vivere e come morire da samurai, Nuinui SA, Svizzera, 2022.


(1) Yamamoto T., Hakagure, come vivere e come morire da samurai, Nuinui SA, Svizzera, 2022, cap. 1.

(2) Ibidem

(3) Inazo N., Bushido, l’anima del Giappone, Luni editrice, Milano 2017, pag. 42.

(4) Yamamoto T., Hakagure, come vivere e come morire da samurai, Nuinui SA, Svizzera, 2022, cap. 62.

2 pensieri riguardo “Oltre la spada: Il vero significato del Bushido e il messaggio per il terzo millennio

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  1. Molto interessante , grazie per aver condiviso questo articolo … PROVVIDENZIALE.
    mi documenterò sul bushido.
    un abbraccio

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