C’è qualcosa di veramente prezioso che potrebbe rivelarsi a noi provando a focalizzarsi su una semplice parola: Ricorda.
È possibile che nell’immediato associamo il concetto ai nostri ricordi passati o agli impegni da portare avanti nel quotidiano; ciò ha un senso, ma solo in relazione a ciò che è più esterno a noi. Possiamo però iniziare a pensare ad una nuova dimensione del ricordo, qualcosa che ci chiama a mettere in gioco una parte più interiore di noi. Di cosa si tratta?
Partiamo da qualche spunto della Tradizione ebraica… Forse non tutti sanno che nella Torà, la Bibbia ebraica, la parola che più ricorre e che più è ripetuta dopo “Dio” è “Ricorda” o Zachor, una luce che attraversa le pagine del Testo sacro come un filo d’oro che cuce insieme identità, storia e trasformazione personale. Nella Tradizione ebraica, dunque, il Ricordo non è semplice memoria storica, ma una pratica viva, dinamica e fondamentale per la crescita interiore… lo si potrebbe definire uno strumento per restare umani, presenti, radicati.
Che cosa dunque l’uomo deve ricordare? Un versetto in particolare nel Deuteronomio 10,19 recita: “Ricorda che sei stato straniero nella terra d’Egitto”; ebbene queste parole si rifanno alla condizione di straniero o alienazione interiore che viviamo in “una terra che ci sta stretta”, ovvero uno stato di coscienza fatto di pesi, di emozioni negative e di identificazioni in cui anche se avvertiamo segnali di disagio, ci manca la forza di reagire perché la nebbia offusca la nostra lucidità e dunque non c’è possibilità di “vedere”.
Ci dice qualcosa questa condizione?
Secondo la Tradizione ebraica si esce dalla condizione di schiavitù in Egitto attraversando le acque, come Mosè col suo popolo; la cosa equivale simbolicamente a mettere mano nel proprio mondo interiore per arrivare gradualmente a comprendere le dinamiche che mettiamo in atto in relazione a qualcuno o a qualcosa e scoprire come la nostra meccanicità ci rende schiavi e ci porta inesorabilmente ad agire senza consapevolezza, né di quello che facciamo, né di quello che realmente proviamo, né delle conseguenze delle nostre azioni.
Usciti dalla schiavitù e attraversate le acque interiori, la Torà invita il suo popolo a ricordare il tempo della schiavitù in Egitto: perché? Perché ricordare di essere stati stranieri e dunque alienati? E qui arriva il punto nodale. Certamente non si tratta di un ricordo nostalgico: tutt’altro!
Il problema fondamentale è che l’uomo dimentica. Egli vive cioè esperienze in cui le proprie dinamiche meccaniche lo portano a soffrire e, passata la bufera interiore, l’esperienza è archiviata, spesso senza una comprensione completa di quanto è accaduto. Ciò produce forzatamente l’effetto di trovarsi presto a rivivere una situazione simile, magari in un contesto diverso ma con lo stesso disagio, la stessa sofferenza.
Ricordare invece la propria esperienza vissuta, tenerla viva come monito, significa farsene qualcosa, ovvero dare seguito, coi fatti, a qualcosa di diverso rispetto alla volta precedente; e sarà proprio quel fare qualcosa di diverso che fisserà un nuovo senso di essere e di esistere dentro di noi e che di conseguenza ci farà uscire dalla ciclicità della vita, quella condizione umana che ci fa ripetere sempre gli stessi errori e ci porta a rivivere sempre le stesse situazioni e illusioni… per questo bisogna ricordare.
Ricordare è in questo senso da considerarsi un atto rivoluzionario, è un nuovo atteggiamento interiore verso la vita, mosso dalla curiosità di fare un’esperienza nuova, che ci alleggerisce mentre ci porta alla vista nuovi orizzonti che prima non erano contemplabili. È la ricerca della presenza a se stessi in cui sentiamo la differenza con un certo modo di vivere meccanico e caotico.
Riusciamo a concepire questo passaggio anche per noi?
Dunque, alla luce di quanto appena detto, possiamo comprendere meglio il senso dell’invito del Testo sacro a ricordare; il comando di ricordare non è un obbligo nostalgico, ma una chiamata a vivere pienamente, con presenza e profondità. Nella Tradizione ebraica, ricordare è un atto spirituale e trasformativo. È il ponte tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare.
Per questo ogni festa ebraica è una sorta di “laboratorio del ricordo”, un punto di contatto emozionale in cui la riflessione interiore entra ad un livello profondo, non è solo mentale; così a Pesach si rivive l’uscita dalla schiavitù, a Shavuot si ricorda la rivelazione e l’importanza dell’Insegnamento, a Sukkot il deserto interiore che può trasformarsi in un nuovo “raccolto”.
Ma il punto non è solo commemorare. La memoria, quando è viva, non è un archivio, ma un sentiero che ci guida nel presente. È un ricordare per trasformare poiché l’esperienza, se ricordata con presenza, diventa materia viva, da cui trarre consapevolezza e senso di responsabilità.
Chi ricorda consapevolmente, dunque, di essere straniero o di esserlo stato, non si limita a custodire un fatto in qualche angolo remoto della propria mente: al contrario lo interroga, lo sente, lo comprende e poi lo trasforma in qualcosa di diverso alla prima nuova possibilità… per questo possiamo dire che ricordare in modo consapevole è una grande forma di libertà.
Ecco che quando la Torà ci invita a ricordare ci accompagna allo stesso tempo verso un atto rivoluzionario, qualcosa che si compie nel silenzio mentre l’esperienza compresa diventa maestra di vita ed espande la coscienza creando un nuovo senso di sé.
E voi… siete pronti per la vostra rivoluzione?
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