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Quando si esprime l’amore, ridesta in contraccambio un medesimo sentimento anche nel cuore di chi si ama, e così viene cementato il reciproco affetto.

Ma ancor di più accade quando un re, grande e potente, dimostra il suo profondo ed intenso amore per un uomo comune che è disprezzato e considerato l’infimo tra gli uomini: una creatura infelice, abbandonata su di un mucchio di letame.

E tuttavia il re discende in persona dal suo seggio, accompagnato dal suo seguito, e va’ fino a lui e lo solleva dal mucchio di letame, e gli fa onore, e lo conduce nel suo palazzo reale, nella stanza più interna, un luogo dove nessun servo e nessun principe entrano mai.

E qui egli fa di lui il più vero e più intimo compagno, baciandolo, abbracciandolo e legandosi a lui spiritualmente con tutto se stesso.

Ed allora nascerà spontaneamente e poi si raddoppierà e raddoppierà ancora, nel cuore di questo individuo comune ed infimo, l’amore per il re; e si tratterà di una vera affezione dello spirito, proveniente dall’anima e sentita nel profondo del cuore con infinita sincerità.

Anche se il cuore di quest’uomo fosse stato simile alla pietra, si sarebbe certamente intenerito e sciolto, e la sua anima sarebbe traboccata come acqua, struggendosi così d’amore per il re.

Rabbi Shneur Zalman

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Cari amici, è con grande piacere che vi presentiano l’ultimo progetto editoriale che vedrà la pubblicazione gratuita sul nostro blog del nuovo libro di Joannes Yrpekh – L’Alleanza Sacra – dove per la prima volta l’autore ci racconterà il suo incontro e la sua esperienza a fianco di colui che è stato il suo maestro: Antonio.

Questo libro parla di un essere decisamente fuori dal comune, al punto tale da rendere incredibile il fatto che un uomo del genere abbia potuto realmente esistere e vivere in mezzo a noi. Eppure l’autore testimonia per esperienza diretta una realtà molto più bella, reale ed intensa delle varie leggende esistenti sul conto di maestri immaginari.

“Conoscere Antonio poteva essere una benedizione quanto una maledizione. Una benedizione per coloro alla ricerca di trovare il senso della loro vita, una maledizione per chi invece ha sempre creduto che fosse impossibile spingersi oltre la natura umana, accomodandosi sopra una comoda rassegnazione.”

Ogni settimana verrà quindi pubblicato su questo spazio online un frammento del libro, suddiviso complessivamente in 11 capitoli, fino alla sua piena pubblicazione, dopodiché sarà anche possibile scaricarlo in formato pdf.

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Buona lettura!

Se anche fosse normale e giusto per tutti comportarsi e pensare in un certo modo, ma vedo che questo modo è la strada che conduce il nostro povero mondo verso l’abisso, chi se ne frega… io nuoterò contro corrente e non mi nasconderò dietro il “tanto solo tu non puoi cambiare niente”.

Se anche fosse necessario sacrificare qualche mia abitudine o comodità, per inseguire ciò in cui credo e che sento profondamente giusto, chi se ne frega… non permetterò certo a due pantofole calde di soffocare il mio spirito.

Se anche fosse che per avere “successo” nella vita bisogna sgomitare ed essere disposti a passare sopra agli altri, pensando prima di tutto ai propri interessi, chi se ne frega… io mi tengo stretto la libertà di considerare chi mi sta intorno, e magari anche rinunciare a qualcosa di mio, se necessario per rendere felice qualcuno.

Se anche fosse obbligatorio abbassare il capo e porre i propri omaggi sull’altare della finta religione che abbiamo ereditato, per ottenere la stima e l’approvazione della gente, e pagare però il prezzo di un’intima ipocrisia, chi se ne frega… non venderò la mia anima al ben pensare degli altri.

Se anche fosse che la ricerca di una reale dignità non conduce verso plausi e lodi, ma spesso e volentieri può attirare anche critiche e disprezzo, chi se ne frega… Continua a leggere »

Riporta Alejandro Jodorowsky nella sua autobiografia “Il Maestro e le Maghe” dell’incontro con la figlia di Gurdjieff, Reyna d’Assia, la quale condivise con lui una lettera che ricevette da suo padre:

Fissa la tua attenzione su di te, sii cosciente in ogni momento di quello che pensi, senti, desideri e fai.

Finisci sempre quello che hai cominciato.

Fa’ quello che stai facendo nel miglior modo possibile.

Non incatenarti a nulla che alla lunga ti possa distruggere.

Sviluppa la tua generosità senza testimoni.

Tratta ogni persona come se fosse un parente prossimo.

Riordina ciò che hai disordinato.

Impara a ricevere, ringrazia per ogni regalo.

Smettila di autodefinirti.

Non mentire e non rubare, se lo fai menti e rubi a te stesso.

Aiuta il prossimo senza renderlo dipendente da te.

Non desiderare di essere imitato.

Stila dei progetti di lavoro e realizzali.

Non occupare troppo spazio.

Non fare rumore né gesti che non siano necessari.

Se non hai fede, fa’ come se ce l’avessi.
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La parola tradimento evoca nelle nostre menti un significato negativo e un senso di disagio. Chi perpetra il tradimento è, nel nostro immaginario culturale, il peggiore essere umano con cui si possa avere a che fare, così come l’essere traditi una delle più terribili condizioni.

Ma esiste anche un altro significato di tradimento, estremamente più profondo e interessante, che lo pone come vera necessità dell’Anima.

Il rabbino Nilton Bonder, nel suo libro l’Anima Immorale, ci aiuta ad osservare l’infedeltà da questa prospettiva in contro-corrente morale, attraverso la voce della millenaria Tradizione Ebraica.

Per l’autore, infatti,

l’anima produce un desiderio complesso: rendersi immortale attraverso la trasformazione.

E la trasformazione non è mai indolore, è un abbandonare una terra conosciuta (di cui spesso ci lamentiamo ma alla quale siamo ormai abituati e “affezionati”) per viaggiare verso una nuova terra; è un lasciare una casa per costruirne un’altra; è un abbandonare e tradire dei vecchi valori per seguire i dettami e gli impulsi di quel principio evolutivo e trasgressore che è l’Anima.

L’anima è la custode del tradimento e dell’evoluzione.

Noi siamo continuamente sottoposti a dei contratti: a partire dall’essere figli, che sott’intende l’onorare un contratto ed i suoi termini. Ad esempio, Continua a leggere »

Qualcuno di voi avrà sentito parlare dello strano caso dell’americano William Stanley Milligan, meglio conosciuto come Billy Milligan. Billy era solo un ragazzo quando, alla fine degli anni 70, si rese colpevole di diversi reati, tra i quali stupro e rapina a mano armata.

Il caso suscitò molto clamore perché, per la prima volta negli Stati Uniti, una persona fu assolta per un’infermità mentale ancora poco conosciuta, nonostante l’evidenza di colpevolezza. La corte non lo ritenne in grado di intendere e volere, infatti, a causa della “malattia mentale” chiamata disturbo di personalità multipla.

Questo disturbo porta la persona ad una frammentazione d’identità tale per cui si trovano a convivere nello stesso corpo più personalità, anche molto diverse tra loro.

Questo caso scatenò un forte contrasto nell’opinione pubblica americana, sia dal punto di vista politico che giudiziario. Molti credevano infatti che Billy fingesse di essere dissociato per fuggire alla galera, mentre i suoi psichiatri e avvocati, che ebbero modo di conoscerlo a fondo, videro in lui una persona da aiutare; quella di “Billy”, infatti, era soltanto una delle molteplici personalità che vivevano all’interno dello stesso corpo, formato in realtà da ben ventiquattro diverse persone.

Una bellissima descrizione della storia di Milligan, la possiamo trovare nel libro di Daniel Keyes: Una stanza piena di gente. Una breve descrizione è inoltre offerta dal filmato in fondo a questo articolo.

Il libro di Keyes racconta con dovizia di particolari la vita di questo ragazzo, partendo dalla difficile infanzia sino ai 27 anni quando uscì definitivamente dal manicomio criminale; il libro fu scritto dall’autore dopo aver frequentato Billy nei diversi ospedali e carceri dove si era trovato interdetto.

Ognuna delle personalità di Billy aveva aspetti completamente differenti l’una dall’altra: alcune erano Continua a leggere »

E chi lo dice che l’alimentazione non ha valenze esoteriche (= interiori) profonde? A meno che non ci consideriamo alla stregua di macchine che devono ingurgitare semplice carburante per muoversi, le nostre abitudini culinarie possono dirci molte cose preziose su di noi.

Quando mangiamo, lo facciamo per ragioni che nulla hanno a che vedere con la sola e semplice fame. Mangiamo (o ci precludiamo di mangiare) per dimostrare qualcosa, per esprimere qualcosa, per evitare qualcosa, per controllare qualcosa, per reprimere qualcosa; solo rare volte lo facciamo coscientemente per gioire della vita con gratitudine.

Una storia chassidica ben rappresenta questo concetto:

A un neonato affamato, infreddolito, solo, spaventato o confuso dall’ambiente in cui si trova, la madre offre cibo e conforto. Il bimbo torna a sentirsi bene. E noi adulti che cosa facciamo quando abbiamo fame? Apriamo il frigorifero. Quando abbiamo freddo? Apriamo il frigorifero. Quando ci sentiamo soli? Apriamo il frigorifero. Quando non sappiamo quel che avviene nel mondo? Apriamo il frigorifero. Quando vogliamo ritrovare il contatto con il nostro vero io? Apriamo il frigorifero. È giusto che un neonato cerchi la soddisfazione di tutti questi bisogni nel seno della madre, che è la risposta a tutti i suoi problemi. Ma da adulti non possiamo aspettarci che tutte le soluzioni arrivino attraverso un unico canale. Cercando una soluzione immediata tutti i nostri problemi, abbiamo puntato in un’unica direzione mentre, in realtà, avremmo dovuto imboccarne molte altre. Continua a leggere »