
Tutti gli insegnamenti spirituali del mondo convergono sulla medesima finalitร . Il messaggio profondo che unisce Oriente ed Occidente puรฒ riassumersi nellโantico motto dei Rosacroce:
A me il lavoro,
agli altri il frutto,
a Dio la gloria!
Troppo spesso ci dimentichiamo della matrice culturale in cui siamo nati e cresciuti, e difficilmente ci osserviamo per riflettere sul fatto che spesso e volentieri ci approcciamo ad un percorso spirituale con una mentalitร quasi imprenditoriale, dove volenti o nolenti rimaniamo in attesa di un tornaconto.
Giร , perchรฉ chi di noi puรฒ negare di covare nellโintimo di se stesso la sottile aspettativa di โilluminarsiโ, di โfarsi buon karmaโ, o di โessere salvatoโ, o di poter โaccedere al Paradisoโ dopo la morte, oppure di poter โgustare il nettare di un’esperienza misticaโ.
Insomma, difficilmente non poniamo la nostra idea di servizio sullo stesso piano di uno scambio commerciale. Pur continuando a perseguire con tenacia e perseveranza sulla propria strada intrapresa โ sarebbe troppo comodo gettare la spugna con la scusante โle mie intenzioni non sono puliteโ โ nessuno ci vieta, anzi รจ auspicabile, riflettere su noi stessi.
Ci viene in aiuto una bellissima leggenda chassidim, che vede protagonista proprio il Baal Shem Tov, uno dei piรน grandi maestri dellโebraismo e dellโumanitร intera.
Una volta il Baal Shem Tov vide un ricco mercante intento a compiere unโopera di grande generositร . Mosso a compassione per la bontร di questa persona, e sapendo che il suo sogno piรน intimo era quello di poter avere un figlio, il Baal pose su di lui la sua benedizione assicurandogli che entro la fine dellโanno il suo desiderio si sarebbe realizzato.
Appena il Baall Shem Tov rimase solo, una Bat Kol (rivelazione divina) risuonรฒ dal cielo con queste parole:
โNon sapevi forse che questโuomo era sterile? Ora, a causa della tua promessa, il Signore dovrร cambiare il corso del Suo progetto divino. Per questo motivo ti sarร da questo momento e per sempre negato lโaccesso al Regno dei Cieli.โ
Invece di cedere alla piรน nera disperazione per aver perso la sua unione con il divino, il Baal Shem Tov si mise a danzare con gioia.
โGrazieโ, disse rivolgendosi a Dio. โFino a questo momento mi ha sempre accompagnato il pensiero che il servizio che Ti rendevo fosse contaminato dallโaspettativa di ricevere la Tua ricompensa, ma ora finalmente sono completamente libero ed ho la possibilitร di servirTi senza nessun interesse, perchรฉ perfino il Regno dei Cieli mi รจ precluso!โ
E continuรฒ a danzare per ore sprizzando di gioia!
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Storia bellissima e piena di significatoโฆ., ma se prestiamo attenzione, alla fine, nel leggerla, ci si rimane un poโ male.
Ma come, ci viene, sotto sotto, da pensare, Baal Shem Tov fa unโopera buona e come conseguenza gli รจ precluso per sempre il Regno dei Cieli?
Perรฒ, subito dopo, ci viene ancora , sotto sotto, da pensare, che sicuramente a Bat Kol (cioรจ Dio, che per definizione รจ buono e giusto e, soprattutto- almeno si spera – riconoscente verso chi lavora per lui โฆ) prima o poi gli passerร lโarrabbiatura e lo perdonerร , anche in virtรน della dimostrazione evidente che il suo operare giusto e compassionevole non avveniva in funzione di un calcolo utilitaristico, in vista di una meschina ricompensa personale โฆ.
Il passo immediatamente successivo, poi, consisterร nel confrontare noi stessi con quella situazione dicendosi (da soli โฆ) che noi non siamo mossi come quegli โaltriโ dalla paura dellโinferno o da un semplice e meschino desiderio di salvezza personale, ma per โpartecipare al Disegno Divinoโ o per puro โamore per la Veritร โ o per โsenso di servizio verso lโUmanitร sofferenteโ, ecc. ecc.
Cercheremo cioรจ di dimostrare (prima tutto a noi stessi) che il nostro operato deriva da un atteggiamento veramente disinteressato, cercheremo di rivestire il nostro modo dโessere con il manto dellโ โimpersonalitร โ.
Ma รจ veramente possibile, per noi esseri โegocentriciโ (non egoisti, ma egocentrici cioรจ โcentratiโ su sรฉ stessi โฆ) riuscire a risultare completamente, totalmente disinteressati ?
Eโ possibile per il โcentroโ che siamo porsi in maniera tale da andare oltre la propria natura?
Un giorno a Meister Eckhart (un mistico tedesco del tredicesimo secolo โฆ) venne chiesto in che cosa consisteva la perfezione.
Egli, piรน o meno, (vado a memoria cercando di restituirne il senso โฆ) rispose cosรฌ:
โVivere tutta la vita nel bisogno, afflitti dai dolori, derisi e denigrati dagli altri, maltrattati dagli uomini e dalle circostanze e sopportare tutto con serenitร e leggerezza, con disponibilitร verso gli altri e allegria, giorno per giorno, fino alla morte โฆ
โฆe senza sapere il perchรฉ.โ
Eckhard aggiunge alla fine โโฆe senza sapere il perchรฉโ : se no non vale, se no non funziona โฆ
A questo punto, perรฒ, mi รจ venuto da pensare ad un termine che รจ ricorso mille volte in questo blog, un termine a cui si tende a dare, invariabilmente, un valore โpositivoโ.
Un termine usato spesse volte come atto distintivo rispetto a coloro che, peccato per loro, non rientrano nella categoria .
Il termine รจ โcercatoreโ ed รจ un termine, se ci pensiamo bene, che fa a botte con quel โโฆ e senza sapere il perchรฉ.โ di Eckhart.
Chi cerca, infatti, spera di trovare โฆ.
Trovare cosa?
Quale รจ lo scopo intrinseco della ricerca?
E, soprattutto, โchiโ cerca?
E se la ragione che sottende alla ricerca sta in un profondo, intimo desiderio di โSalvezzaโ, โchiโ stiamo cercando veramente di salvare?
( Attenzione : Krishnamurti, per esempio, nelle sue conferenze diceva che anche il โdesiderio di Salvezzaโ รจ comunque un desiderio โฆ )
Allora รจ giusto osservarci e riflettere su noi stessi, ma partendo da quello che siamo, dalla nostra reale natura, non dalla visione โeroicaโ o โmisticaโ di noi stessi, che noi stessi ci siamo costruiti.
Perchรฉ siamo tutti bravi a fingere, con noi stessi piรน ancora che con gli altri, cosรฌ come siamo bravi a credere vere le nostre stesse finzioni.
E, poichรฉ lโuomo rimane sostanzialmente uguale a sรฉ stesso, anche gli โantichiโ -a cui accreditiamo tanta saggezza โ erano bravi ad illudere sรฉ stessi e, perchรฉ no, ad inventarsi storie bellissime e piene di significati โฆ.
Roberto
Ps: un riconoscimento agli amici del Per Ankh ( cosรฌ, come si dice, gli aumentiamo lโego โฆ) per gli spunti sempre coinvolgenti ed intriganti.
Mi scuso di cuore, ma devo dirti che hai dei concetti esoterici confusionari (mi rivolgo in particolare a Roberto).
Dal Tuo commento deduco una serie di contraddizioni che lasciano un incolmabile vuoto!
Ogni frase da te intrapresa meriterebbe scriverci un libro per poter apportare e rettificare le affermazioni altamente inesatte.
Essendo un lavoro gigantesco non รจ ne la sede ne il caso di poterli espletare.
Quando mancano le basi per poter discutere determinati argomenti รจ meglio tacere!
Giorgio.
Giorgio, non mettiamo in discussione il fatto che tu abbia validissime argomentazioni (esoteriche e non) per non aver apprezzato l’intervento di Roberto o di altre persone in questo blog (noi inclusi), ma non vediamo onestamente di molta utilitร il rimanere ad un livello generalizzante.
Ogni critica รจ ben accetta ma nell’ottica di una riflessione argomentata e costruttiva, altrimenti rimarrebbe sterile e fine a se stessa.
Cerchiamo di andare al di lร del limite di molte scuole, dove il modus operandi รจ spesso quello di cercare di sminuire altre forme di pensiero adducendo a conoscenze ben piรน profonde ma troppo complicate o lunghe da approfondire.
Siamo liberi di non condividere le riflessioni altrui, ma siamo tenuti a rispettarle in quanto certamente sintesi di percorsi di vita tutt’altro che superficiali.
Grazie
La bellissima riflessione di Roberto (cosรฌ equilibriamo il foraggiamento egoicoโฆ) ci impone a lasciare come sempre il campo dellโesplorazione di se stessi piรน che mai aperto, e ci impone anche di non dare per scontati nemmeno i piรน basilari termini intorno ai quali ruota questo stesso blog.
Forse dietro il troppo generico concetto di โcercatoreโ, in cui chiunque potrebbe identificarsi, si cela una non meglio specificata spinta ad osservare e partecipare alla vita senza darla e darsi mai per scontati, senza potersi mai considerare arrivati da qualche parte.
Le antiche tradizioni mettono a dura prova la nostra tentazione di poter trovare rifugio in esse accomodandoci su comodi significati precostituiti, ma allo stesso tempo ci pungolano e ci stimolano con i loro frequenti paradossi.
Colui che โcercaโ puรฒ essere infatti mosso da una sottile ricerca di una personale salvezza, o forse puรฒ essere mosso da una profonda nostalgia verso qualcosa che non riesce a comprendere ed afferrare, ma che non puรฒ fare a meno di perseguire attraverso una sorta di profonda indagine interiore. Forse questi due moventi camminano di pari passo, ogni tanto prevale uno, ogni tanto prevale lโaltro. Forse sono la stessa cosa. Forse sono entrambi fuorvianti. Forse sono lโunico carburante che abbiamo a disposizione.
Dietro la fatidica domanda โchi sono?โ si cela probabilmente il piรน Grande Smascheramento di se stessi, che porterร proprio a comprendere โchi si chiede chi sono?โ. Forse, sarร proprio da quel momento in poi che ogni nostro gesto potrร realmente divenire disinteressato e allo stesso tempo pieno di vitalitร .
Fino ad allora, non possiamo fare a meno di cercare. A questo punto, sperando di non trovareโฆ
SILENTIUM EST AUREUM !
Caro Giorgio,
non devi scusarti, hai perfettamente ragione quando dici che i miei concetti esoterici sono confusionari e inesatti.
Infatti i miei non sono โconcetti esotericiโ , ma semplici, umanissimi, โconcettiโ, frutto della mia mente.
Frutto, fra lโaltro, della mia soggettiva, parziale, arbitraria costruzione mentale, cioรจ di quellโinsieme di preconcetti, idee, scelte, elaborazioni , conclusioni , costruito nel corso della vita, cosรฌ come, del resto, credo sia, a prescindere da ciรฒ che pensano, per tutti coloro che si trovino ad esprimere idee e concetti personali.
Direi che sei perfino gentile nel definire solo โconfusionariโ e โinesattiโ i miei concetti โesotericiโ, tendi a dar loro una valenza piรน grande di quello che hanno, anche perchรฉ fanno riferimento ad un campo (almeno apparentemente) molto diverso di quello dellโesoterismo.
Tendo ad occuparmi, infatti, di quelle che sono le condizioni esistenziali dellโuomo; di quelle questioni che riguardano ciascun uomo a prescindere dalla cultura, religione, appartenenza sociale, preparazione scolastica e, nel caso dell’esoterismo, vocazione intellettuale.
Mi interesso, piuttosto ,di quegli aspetti che rappresentano lโuniversalitร della condizione umana, aspetti nei quali ciascuno si puรฒ facilmente rispecchiare, perchรฉ hanno a che fare con la propria personale esperienza di vita.
Durante un incontro con un monaco buddista, Krishnamurti (scusa se lo chiamo in causa ancora una volta, ma lui aveva una capacitร unica nel rendere chiaro e palese ciรฒ che di solito si fa fatica a vedere โฆ), dopo che, alle proprie sollecitazioni, il monaco aveva contrapposto sempre e solo il dettato dellโinsegnamento buddista, quando, di fronte alla sua ennesima presa di posizione il suo interlocutore si dichiarava dโaccordo con lui su quel particolare aspetto, Krishnamurti si ferma, fa una pausa, lo guarda diritto in faccia e gli domanda:
– Ma, Lei รจ dโaccordo in quanto โbuddistaโ o in quanto โessere umanoโ?
Caro Giorgio, al contrario di te io sarei contento e curioso di confrontarmi su quelle contraddizioni che tu dici di vedere nelle mie parole, cosรฌ come, se non su tutti, almeno su uno di questi aspetti che ritieni da rettificare.
Vedi tu se ne vale la pena.
Per quanto riguarda il โvuoto incolmabileโ, magari ci fosse: come ben immagini, non sono ancora riuscito a non riempire ciรฒ che, svuotandosi, si annullerebbe.
Roberto
Rilancio il discorso sul post โLa ricompensa divinaโ confidando che qualcun altro dei frequentatori del blog faccia sentire la sua voce โฆ
Gli amici dellโAssociazione, nel loro intervento, scrivono della possibilitร di poter anche intendere il termine โcercatoreโ in un certo particolare modo, tale per cui, dietro al termine ci sta
โ โฆ una non meglio specificata spinta ad osservare e partecipare alla vita senza darla e darsi mai per scontati, โฆ.โ.
Direi che รจ perfetto, solo che dovremo metterci dโaccordo sui termini, perchรฉ questo, nella mia personale – ed arbitraria – visione delle cose, lo tradurrei piรน con il termine โvivereโ , anzi, meglio ancora, โvivere consapevolmenteโ, piรน che โcercareโ, ma non cโรจ problema, se vogliamo definire questo come โcercareโ va bene, molto bene.
Nellโaccezione comune, perรฒ, propria ad un certo ambiente psicologico a cui anche noi frequentatori del blog tendiamo a fare riferimento (chiaro che, per esempio, allโinterno di un gruppo di finanzieri rampanti o di cattolici osservanti lo stesso โcercareโ- in senso metafisico- non avrebbe senso: nel primo caso il problema non si porrebbe proprio, nel secondo sarebbe , invece, presente la convinzione di aver giร trovato โฆ), i termini โcercareโ e โcercatoreโ sono investiti, di una valenza di โeccellenzaโ , di โesclusivitร โ, di โmeritoโ .
Il tutto si traduce in modelli di vita e di comportamento che se da una parte fanno, della apertura mentale, una caratteristica positiva e necessaria, dallโaltra perรฒ tendono, non per caso, a confinare la โricercaโ nel mondo del pensiero, delle astrazioni, nel mondo delle sovrastrutture mentali di una qualche โpersonalitร โ, di una qualche โindividualitร โ , poichรฉ – fino a prova contraria – รจ questo che avviene quando ci si confronta con una โfilosofiaโ, un โinsegnamentoโ, una โtestimonianzaโ qualsiasi, quando ci si confronta con un qualsiasi โsistema di pensieroโ .
Modelli di vita e di comportamento che potranno man mano modificarsi superficialmente, a seconda delle risultanze di quella ricerca (dando cosรฌ lโillusione di essere โin camminoโ โฆ) , senza che mai, perรฒ, venga messa veramente in discussione la loro natura di modelli.
Il โcercatoreโ trova, infatti, in quei modelli, la sua ragion dโessere, la propria giustificazione esistenziale.
Giustificazione esistenziale che non risulta โqualitativamente โ diversa da quelle che ogni uomo si trova costretto a scegliere per sรฉ stesso per sopravvivere โ psicologicamente- alla vita, che vanno dalla pura sopravvivenza fisica, alla ricerca del denaro, del potere, del successo (di qualsiasi tipo, compreso quello di tipo โspiritualeโโฆ.) , ecc. ecc.
Giustificazione esistenziale che non risulta โqualitativamenteโ diversa , perchรฉ in definitiva non รจ il contenuto che conta, ma lโintensitร della nostra identificazione con quel particolare contenuto.
Non รจ il contenuto che rappresenta il problema: il problema รจ rappresentato dalla nostra identificazione, assoluta e perfetta, con il modello che corrisponde a quel contenuto.
Eโ lโidentificazione al modello che ci rende prigionieri โ prigionieri a livello mentale – a prescindere da quale sia il contenuto del modello.
In questa ottica, se effettivamente, alla fine, contasse non quello che noi facciamo, pensiamo o crediamo, ma piuttosto quanto quello che facciamo, pensiamo, crediamo ci โprendeโ, quanto in quello che facciamo, pensiamo, crediamo, ci โidentifichiamoโ , quanto ne risultiamo โattaccatiโ , noi โcercatoriโ ( mi ci metto, naturalmente, anchโio โฆ) saremmo messi male, perchรฉ mentre agli altri, quelli con contenuti piรน terra terra, qualche dubbio prima o poi potrebbe anche venire, a noi questo risulta molto piรน difficile , poichรฉ il nostro contenuto noi tendiamo a proclamarlo โelevatoโ, โsantoโ non solo โimportanteโ, facendolo risultare, quindi, molto piรน difficile da mettere in discussione .
Tutto quanto descritto a proposito dellโaccezione, comunemente intesa, del โcercatoreโ , risulta perรฒ ben diverso da quel semplice (semplice, ma non facile โฆ) โosservare e partecipare alla vita senza darla e darsi mai per scontati, โฆ.โ, di cui sopra, che si prefigura, almeno come possibilitร , come potenzialitร , come un semplice โatteggiamento mentaleโ invece che come โmodelloโ.
Come fattore di fluiditร e indeterminatezza invece che di cristallizzazione e definizioneโฆ.
O no?
Ai posteri โ nel senso degli estensori dei prossimi interventi โ lโardua sentenza โฆ.
Roberto
Io credo che il termine โcercareโ possa essere piรน consono in quanto rimanda ad unโidea di movimento interiore mentre โvivere consapevolmenteโ rischia di illudere di trovarsi giร in questo stato e quindi va giร tutto bene cosรฌ, non cโรจ bisogno di mettersi in discussione. Lo stesso intervento di Roberto โcercaโ un confronto con altri lettori.
Io mi trovo qui, sento che qualcosa di me stessa e della vita mi sfugge, sento che cโรจ un significato dietro lโapparente caos della vita. Perรฒ mi rendo conto che non riesco a fare a meno di guardare le cose attraverso i modelli che mi hanno insegnato. Allora mi metto in cammino e โcercoโ altri modelli piรน ampi, come quelli offerti dalle filosofie spirituali. Ma so che sono solo mezzi, come una macchina che mi puรฒ portare solo fino ad un certo punto, e poi starร alla mia apertura scegliere un altro mezzo o andare a piedi. Dove non lo so, ma se non mi muovo vengo inghiottita dai modelli abitudinari che ho assimilato nel tempo. Ho bisogno di entrare in un altro modello per togliermi dallโidentificazione di quello precedente e osservarne le trappole e i meccanismi, cosรฌ come a volte รจ piรน facile staccarsi da un rapporto sentimentale ormai spento grazie allโingresso nella propria vita di unโaltra persona.
Credo che sia inevitabile aggrapparsi di volta in volta a dei modelli che rappresentino la propria ragion dโessere, perchรฉ potremmo forse impazzire senza un graduale percorso. Il problema รจ tenere sempre presente il fatto che non saranno mai il fine ma solo il mezzo di uno stato di coscienza sconosciuto. Mi viene in mente quel discepolo di Gurdjeff che voleva vedere subito la realtร di se stesso. Nonostante il suo maestro gli disse che ci voleva pazienza e tempo, lui ha insistito con forza fino a convincerlo. Il risultato รจ che รจ impazzito e dopo tre giorni รจ morto.
Giร solo per confrontarci attraverso un blog dobbiamo per forza fare affidamento ai nostri modelli di pensiero per comunicare. Anche se volessimo comunicare qualcosa che รจ al di lร , non potremmo farlo. Quindi, non potrร mai esserci qualcuno che ha superato se stesso in grado di โspiegarciโ come fare, ma potrร solo stimolare a farlo attraverso inevitabili modelli. Il famoso dito che indica la luna.
In conclusione mi pare che dal di fuori sarร sempre impossibile capire se una persona รจ realmente riuscita a trascendere tutti i modelli di pensiero oppure se รจ completamente immersa in uno di essi, pur nascosta dietro bellissimi concetti spirituali. Solo nel nostro intimo possiamo cercare la veritร di noi stessi.
Premesso che nessuno, men che meno io che faccio del dubbio la mia fondamentale condizione di indagine, ha in tasca la โVeritร โ, vorrei porgere, allโattenzione di tutti i frequentatori del blog , alcune mie considerazioni molto personali e molto particolari, che prendono anche spunto dalle parole di Sabrina, sul tema del โmodelloโ .
Non fate caso se non sono espresse usando il condizionale, come sarebbe piรน giusto, ma appaiono come asserzioni definitive: in realtร non lo sono e le sottopongo alla verifica da parte di tutti.
In ogni parte del mondo, sotto qualsiasi cultura, qualsiasi religione, a prescindere dallโappartenenza a questo o quello gruppo sociale, ogniqualvolta nasce un bambino, comincia a operare in lui, automaticamente, il meccanismo che crea la personalitร , che crea lโโioโ.
Dal momento in cui il neonato riconosce che quella serie di suoni prodotti dalle corde vocali dei suoi genitori ha a che fare con lui, indica lui stesso, passando per la scoperta dei pronomi โioโ e โmioโ e alla conseguente definizione di concetti come il โmioโ corpo, la โmiaโ casa, la โmiaโ famiglia, i โmieiโ giocattoli, via via, allโinterno di un ben preciso meccanismo di โauto-definizioneโ, di โdefinizione di sรฉโ, il bambino prenderร sempre piรน coscienza di sรฉ stesso.
Questo meccanismo continuerร a funzionare, in automatico, giorno dopo giorno ed ecco allora che il bambino comincerร ad identificarsi con un genere (maschio o femmina), con le cose che possiede, con il corpo percepito dai sensi, con la nazionalitร , con la religione, ecc. ecc.
Si identificherร con i ruoli che verrร man mano a rivestire: di bambino, di figlio, di scolaro, di studente, di giovane, ecc. ecc.
Coltiverร ricordi speciali, cose successe solo a lui, che fanno parte e caratterizzano la sua storia, la sua vita, definendo ancora di piรน il proprio senso del sรฉ.
Cosรฌ avanti, anno dopo anno: i suoi amici, la sua ragazza, la sua casa, la sua professione, i suoi figli, le sue scelte, culturali , politiche, di fede, ecc. ecc. .
Tutto ciรฒ rappresenterร , nel tempo, la coscienza e la visione che avrร di sรฉ stesso, diventerร il peculiare e personale โpunto di vistaโ da cui osserverร e si rapporterร col mondo.
Visione di sรฉ e punto di vista che si troverร a modificare man mano nel corso degli anni, sempre sotto lโazione di quel meccanismo automatico , in adattamento alle esperienze nel frattempo intervenute.
Questa rappresenta, al di lร di ogni speculazione mentale, la nostra reale condizione esistenziale.
Si tratta in definitiva , come succede nei film di spionaggio con i personaggi che devono ricrearsela, della creazione della nostra โidentitร โ.
Quando parlo di modello di comportamento e di vita รจ a questo che mi riferisco.
In tutto questo, la parte che riguarda i modelli di pensiero (il pensiero occidentale piuttosto che orientale, per esempio, โฆ) rappresenta solo un aspetto parziale e superficiale rispetto al tutto.
Nel corso della nostra vita possiamo anche avere lโidea di star adottando dei modelli esterni diversi , ma, in realtร il modello รจ unico ed รจ โinternoโ, e la percezione di cambiamento fa riferimento solo allโultima superficiale modifica.
Noi โsiamoโ il modello, siamo il prodotto della nostra โidentificazioneโ con il modello.
Ci identifichiamo, cioรจ, in maniera cosรฌ piena e assoluta nel modello che noi stessi, sotto lโimpulso di quel meccanismo automatico, abbiamo elaborato nel corso della nostra vita, da โcoincidereโ con quel modello, da โconfonderciโ con quel modello fino arrivare ad โessereโ quel modello.
Questo modello rappresenta, allora, da una parte la nostra unica possibilitร di espressione in questo mondo (ed in questo senso rappresenta effettivamente – come dice Sabrina โ un mezzo) dallโaltra, perรฒ, rappresenta anche la nostra โprigione mentaleโ , lโinvisibile prigione in cui, per bisogno di sicurezza, ci siamo inconsapevolmente rinchiusi.
Eโ possibile, per noi, riuscire ad uscire da questo modello?
Come dice anche Sabrina, per noi non รจ possibile prescindere dal modello che abbiamo costruito per noi stessi, anche perchรฉ, come detto, esso rappresenta lโunico mezzo a nostra disposizione per manifestarci in questa realtร .
Non possiamo uscirne, anche perchรฉ la costruzione di quel modello non รจ avvenuta, da parte nostra, in maniera libera e cosciente , ma condizionata e inconsapevole, sotto lโazione automatica di quel meccanismo che ci continua a spingere, in ogni istante della nostra vita ad una nuova e continua โdefinizioneโ di noi stessi.
Eโ chiaro che, allora, la vera discriminante non รจ fra un modello e lโaltro, fra uno o lโaltro adattamento del modello, ma fra un modello qualsiasi e โnessunโ modello.
Ma poichรฉ questo ci risulta, perรฒ, in questo momento, comunque impossibile, puรฒ avere un suo significato, puรฒ rappresentare un โvaloreโ, giร il solo โsapere โ , essere coscienti , di essere dentro un modello, di essere dentro unโโidentificazioneโ?
E, poichรฉ quel meccanismo automatico funziona in maniera assertiva,
creando categorie e distinzioni, scale di valori e scelte di campo, puรฒ avere un suo significato, puรฒ rappresentare un โvaloreโ, il fatto di rimanere, come atteggiamento mentale , in uno stato di fluiditร e di indeterminatezza?
โ โฆosservare e partecipare alla vita senza darla e darsi mai per scontati โฆ.โ
e senza โpensareโ โ aggiungo โ di dover o poter giungere da qualche parte (il che corrisponderebbe a darsi, definendo il fine, anche il modello per perseguirlo โฆ) โฆ
Puรฒ questo rappresentare la โchiaveโ per poter mettere in crisi quel meccanismo automatico?
Puรฒ rappresentare il grimaldello capace di criccare quel meccanismo , permettendoci, finalmente, di andare oltre a noi stessi a vedere cosa cโรจ?.
Roberto
Pur non potendo rispondere con assoluta certezza alle ultime domande poste da Robertoโฆ
โPuรฒ questo rappresentare la โchiaveโ per poter mettere in crisi quel meccanismo automatico? Puรฒ rappresentare il grimaldello capace di criccare quel meccanismo, permettendoci, finalmente, di andare oltre a noi stessi a vedere cosa cโรจ?โ
โฆ non possiamo nascondere che, al momento, questo tipo di atteggiamento interiore / predisposizione verso la vita, appare ai nostri occhi come la vera chiave di volta in grado di fare la differenza dal โgiร conosciutoโ.
Sarebbe perรฒ interessante a questo punto riflettere anche sul come poter mantenere sempre viva questa predisposizione, perchรฉ ogni attimo della vita quotidiana la mette in qualche modo alla prova, e il solo esserne razionalmente consapevoli non offre nessuna garanzia.
A tal proposito, troviamo ad esempio molto realistica e concreta lโimportanza data da Krishnamurti (ovviamente non solo da lui) alle โrelazioniโ, con le altre persone, con le cose. Lโosservazione e la presa di coscienza di come ci relazioniamo con ciรฒ che ci circonda appare lo strumento migliore per toccare con mano i meccanismi che ci vivono, le idee nascoste che ci governano, in altre parole: il proprio software.
Una famosa storia di Lao Tse, recita:
“Cโera un uomo che viveva in un villaggio.
Lโunica cosa che aveva era uno stallone, un cavallo.
Quel cavallo era il suo strumento di lavoro.
Poi, un giorno, il cavallo scappรฒ, fuggรฌ via
e gli abitanti del villaggio andarono da lui per dirgli:
โOh, siamo dispiaciuti per te, ora sei cosรฌ poveroโ
E lui disse:
โForse si, forse noโ
E il giorno dopo il cavallo tornรฒ portando con sรฉ venti giumente.
Gli abitanti del villaggio andarono a dirgli:
โOh, sia lode al Signore, ora sei lโuomo piรน ricco del villaggio,
devi essere molto felice!โ
e lโuomo disse:
โForse si, forse noโ
Il giorno dopo, suo figlio, cavalcando, cadde bruscamente
e restรฒ paralizzato.
Gli abitanti del villaggio andarono da lui e dissero:
โ Che sfortuna che tuo figlio sia rimasto paralizzato!โ
E lui disse:
โForse si, forse noโ
Il giorno dopo scoppiรฒ la guerra e furono chiamati tutti i ragazzi del villaggio,
ma suo figlio non fu chiamato perchรฉ era paralizzato.
Cosรฌ gli dissero:
โPuoi ringraziare Dio, perchรฉ hai ancora tuo figlio,
i nostri sono tutti morti in guerraโ
E lui disse:
โForse si, forse noโ ”
Le chiavi di lettura di questo testo possono essere molteplici (la piรน facile e consolatoria รจ quella che fa riferimento ad una logica โsuperioreโ, ad un โpianoโa cui โaffidarsiโ, il che vuol dire: ancora non so, ma un giorno saprรฒ โฆ) , ma se lo analizziamo dal punto di vista del pensiero e, in particolare, alla luce del meccanismo che attraverso il pensiero produce lโopinione, produce il giudizio, risulta chiaro come lโatteggiamento mentale dellโuomo del villaggio risulti completamente fuori dai soliti schemi.
Perchรฉ, allora, intuitivamente egli ci appare cosรฌ saggio?
Forse perchรฉ il suo atteggiamento mentale rappresenta esattamente il contrario di quello che noi , minuto per minuto, istante per istante, manifestiamo?
O forse perchรฉ egli manifesta la mancanza di quel meccanismo mentale, insito in noi, che ci obbliga continuamente a creare concetti, distinzioni, categorie, valutazioni, giudizi, promozioni e condanne?
Un vecchio detto zen diceva: โ Non cercare la Veritร , smetti solo di nutrire delle opinioniโ.
Cosa dice infatti, in definitiva, lโuomo del villaggio?
Dice solo : non lo so, non posso saperlo e, per questo, non posso esprimere un giudizio.
Questo atteggiamento di sospensione del giudizio (che corrisponde, in fondo, al nostro โpartecipare alla vita senza darla e darsi mai per scontatiโ โฆ), rappresenta semplicemente il riconoscimento del proprio limite.
Perchรฉ, allora, non riusciamo a stare nel โforse si, forse noโ?
Perchรฉ sentiamo il bisogno di prendere posizione, di โdefinireโ quello che ci sta succedendo ed ogni cosa che ci viene incontro?
Perchรฉ, รจ attraverso la โdefinizione di noi stessiโ che riusciamo a sopravvivere (psicologicamente e no).
La โdefinizione di noi stessiโ rappresenta il โmodoโ con cui ci manteniamo nel tempo.
Eโ attraverso la โdefinizione di noi stessiโ e la conseguente adesione a modelli condivisi che inseguiamo lโillusione di una qualche sicurezza psicologica.
Da qui, il bisogno di dare a noi stessi in quanto esseri umani e alla nostra capacitร di intendere e volere, un valore assoluto, il primato assoluto sul mondo.
In realtร , forse, noi siamo, invece, cnella stessa situazione di quelle pulci che, secondo una storiella, si fanno la guerra per definire di chi โรจโ il cane ….
Si fanno la guerra, ma non sanno che il cane รจ, prima di tutto, di โsรฉ stessoโ, che il cane ha un padrone, che questo padrone fa parte di una famiglia, che questa famiglia fa parte di una comunitร , che la questa comunitร fa riferimento ad una cultura, che la famiglia vive in una cittร , che fa parte di uno stato, che รจ compreso in un continente, che fa parte del mondo, che รจ compreso in un sistema solare, che fa parte di una galassia, che rappresenta una piccola parte dellโuniverso โฆ. (e questo riguarda solo gli aspetti materiali grossolani โฆ)
Non sanno niente di tutto ciรฒ, ma se quelle pulci avessero, nel corso della loro evoluzione biologica, sviluppato, come noi, un cervello in grado di elaborare dei concetti astratti, probabilmente sarebbero giunti ad un sistema di pensiero che affermerebbe
– che Dio ha creato la pulce a sua immagine e somiglianza โฆ
– che ogni pulce รจ โfigliaโ di Dio โฆ
– e, soprattutto, ciascun gruppo di pulci, nel corso della guerra per
– la proprietร del cane, proclamerebbe che Dio รจ dalla sua parte โฆ
Se lo direbbero da sole, avrebbero โbisognoโ di dirselo, per non dover fare i conti con la loro povera, limitata, debole natura di pulci.
Cosรฌ siamo noi.
Siamo noi che siamo rinchiusi in questo corpo e in questa limitata coscienza.
Che partecipiamo al tutto e tutto giudichiamo basandoci sulle nostre limitate percezioni.
Che possiamo avere esperienza solo della parte materiale grossolana della realtร .
Che non conosciamo nemmeno noi stessi e la complessitร del nostro โsistemaโ.
Che ci facciamo imbrogliare dalla nostra stessa mente.
Questa lunga premessa, puรฒ servire ad inquadrare la questione, posta dagli amici dellโAssociazione, di come mantenere viva la predisposizione verso la vita basata su quel โforse si, forse noโ, su quel continuare mettersi sempre in discussione.
Mi riferisco, in particolare, alla possibilitร offerta dal prestare attenzione alle relazioni con le altre persone e con le cose, al riconoscimento, nella vita quotidiana, dei meccanismi che โ come รจ stato giustamente espresso โ ci โvivonoโ.
Queste cose sono, a mio avviso, non solo importanti, ma fondamentali perchรฉ, altrimenti, risulteremmo chiusi nellโillusione del nostro cerchio senza possibilitร di uscita.
Ma, dobbiamo mantenere, sempre e comunque, la visione generale della nostra condizione esistenziale, dei nostri limiti strutturali; la consapevolezza del nostro โnon sapereโ, affinchรฉ questi due fondamentali aspetti โ il prestare attenzione e il riconoscere come i meccanismi agiscono in noi nostro malgrado โ non si trasformino nellโennesimo modello di vita e di comportamento.
Anche se rappresentano dei connotati fondamentali per permetterci di essere comunque consapevoli di essere โdentroโ un modello, bisogna aver chiaro che essi non hanno il potere di liberarci dalla nostra prigione mentale.
La ragione sta nel fatto che questi due aspetti fanno parte dellโambito ristretto determinato dalla nostra coscienza e delle nostre percezioni, nellโambito ristretto dalla soggettivitร delle nostre esperienze, nellโambito ristretto della realtร materiale grossolana.
Sarebbe come, nellโesempio delle pulci, se, noi, pulci, individuassimo nellโosservazione della nostra vita fra i peli del cane e dei meccanismi psicologici automatici che regolano quella vita, un mezzo per andare oltre la nostra natura di pulci.
Se un mezzo esiste nellโandare oltre la nostra natura di pulci non puรฒ avere sede nellโambito limitato che appartiene a questa natura.
Se un mezzo esiste deve andare oltre.
Anche perchรฉ in questo universo in cui il pensiero รจ energia e lโenergia รจ in rapporto con la materia, forse, ciรฒ che mantiene le pulci, nella loro realtร di pulci, รจ il fatto che loro โpensinoโ di essere pulci, โcredanoโ di essere pulci e solo pulci, si identifichino completamente nella loro essenza di pulci.
Ecco allora che il mezzo in grado di rompere il sortilegio, deve per forza, avere un respiro molto piรน grande della semplice osservazione da parte della pulce di sรฉ stessa e del suo mondo.
Quel mezzo, proprio per il meccanismo che lโha generato e che si basa sul suo bisogno di definizione di sรจ, puรฒ funzionare solo se รจ in grado di mettere in discussione tutto: lei stessa, la sua natura, la sua vita, la sua stessa realtร .
La pulce deve divenire consapevole che lei, il cane, il suo padrone ed ogni altra cosa collegata di cui non ha nemmeno sentore, potrebbero anche non esistere o esistere in una maniera completamente diversa da quello che lei pensa sia esistere; o che potrebbero risultare in veritร infinitamente piรน complessi di quello che lei immagina (โ .. e se non fosse tutto qui?..โ).
Deve divenire consapevole che potrebbe anche rivelarsi il fatto che lei, in fondo, รจ una semplice pulce e basta, facente, si, parte del tutto, ma con un ruolo marginale, infinitesimale allโinterno di un quadro immenso .
Tutto รจ possibile per il semplice fatto che non ci รจ dato di saperlo.
Eโ da una consapevolezza di questo tipo che, a mio avviso, puรฒ nascere, come โeffettoโ, come โconseguenzaโ lโadozione di quellโatteggiamento mentale, di quella predisposizione a contrastare il nostro bisogno di definire e definirci.
Allora si, che quellโatteggiamento puรฒ risultare vero.
Allora si, che potrebbe anche diventare la leva capace di scardinare il tutto, capace di toglierci dallโidentificazione perfetta con quello che โpensiamoโ dโessere, permettendo al nostro sistema di andare oltre a noi stessi.
Potrebbe veramente funzionare?
โฆ forse si, forse no. โฆ
….
Roberto
Ciao Roberto e ciao a tutti i lettori e commentatori del blog.
Roberto, sulle tue riflessioni mi butto a capofitto ed รจ innegabile per me il respiro di qualcosa di profondo e di insondabile che emana da ciรฒ che scrivi.
Ti confesso che il tuo ultimo intervento, come ogni altra cosa che desta la mia curiositร piรน viva, mi inquieta. O meglio, forse รจ la mia mente a destabilizzarsi, come se scivolasse da un gradino che non aveva previsto.
Qua siamo ai limiti del pensiero. Per quanto ci si dica che “sรฌ, ok, manteniamo la consapevolezza dei nostri limiti e che non sia tutto qui”, mi chiedo: riusciamo a farlo? Io no, onestamente. Me lo ricordo spesso, ma non potendo inquadrarlo non riesco a trattenerlo. Diventa qualcosa che devo andare a cercare con la volontร perchรจ ogni volta che mi ci immergo fugge via.
Puรฒ un “sentire” diventare consapevolezza se ricercato con i soliti mezzi mentali (con la volontร , ad esempio)? E ho anche un’altra domanda (e paradossalmente la risposta ahah!): cosa posso fare per immergermi nel sentire di non-essere-solo-questo? (La risposta: non c’รจ niente da “fare”: ogni volta che si “fa” qualcosa si perpetuano gli stessi meccanismi).
Sentendomi spesso inerme e totalmente impotente rispetto alla ricerca di un mezzo che come ben dici tu “vada oltre”, tento spasmodicamente la strada inversa: cercare di comprendere fino in fondo cosa “non” sono. La via del riconoscimento della fallacia delle proprie identificazioni puรฒ essere anche intesa cosรฌ: un percorso a ritroso verso lo smascheramento di tutti quegli “io” che sono il frutto di questo e di quello (educazione, cultura, egoismo, paura, ambizione etc.). Certo, mi chiedo spesso se sfogliando gli strati della cipolla si possa trovare un nucleo che dia qualche segno di se stesso, ma rimane il fatto che fino a questo momento non abbia trovato un approccio piรน sensato da intraprendere.
La mia ipotesi si regge sul fatto che quando riusciamo a valicare un nuovo strato (e “visto” realmente cosa c’era dietro) ci si sente davvero “nuovi”, come se con i nuovi occhi si riuscisse ad andare sempre piรน in profonditร . Come se le vecchie cose, quelle di tutti i giorni, avessero perso i loro attributi e diventati improvvisamente “altri” da ciรฒ che fino ad allora si riteneva di conoscere. Potrei sbagliarmi e questa potrebbe essere l’ennesima favola che mi racconto. Fino a suggestione contraria perรฒ mi resta ben poco da fare.
La tua opinione ed esperienza in proposito sarebbe preziosissima. Grazie per le tue sollecitazioni e di chiunque ne abbia in proposito.
Per rispondere a Silvia,
vorrei, prima di tutto, fare una premessa sulla mia visione delle cose, perchรฉ nei miei interventi finora ne รจ emersa solo la parte piรน “destabilizzante”, che non รจ l’unica nรฉ la piรน importante.
Il mio โsistema di pensieroโ, della cui arbitrarietร – lo dico sempre- sono perfettamente consapevole, fa della analisi la sua forza e risulta credibile perchรฉ, affrontando temi universali legati alla condizione esistenziale dell’uomo -di cui ognuno puรฒ avere esperienza diretta – puรฒ essere verificato da ciascuno.
L’analisi, perรฒ, e qui sta il primo paradosso, non รฉ portata avanti , cosรฌ come di solito, per “provare” qualcosa, ma, al contrario, per mettere in dubbio tutto quanto.
Non per costruire nuove e piรน profonde costruzioni mentali, ma, tendenzialmente, per demolire quelle imperanti, di qualsiasi tipo si tratti.
Il secondo paradosso di questo processo mentale , consiste poi nel fatto che tutto questo minuzioso lavoro di indagine , porta come risultato, alla fine , alla consapevolezza che “non possiamo sapere”, che, per “quello che siamo” non possiamo sapere, e che, quindi, ogni indagine, ogni analisi non ha senso, cosรฌ come, ad un certo punto, perdono di senso i concetti, le parole, il pensiero stesso.
Grandi sforzi per inanellare pensieri, concetti, dimostrazioni per arrivare, alla fine, … al silenzio.
Quale รจ allora il significato di tutto questo analizzare, di tutto questo pensare, scrivere, parlare?
Forse puรฒ darne un’idea il pensare alla differenza fra “semplice” e “sempliciotto” di cui si parla in un’altro post di questo blog…
Questo silenzio, questa consapevolezza del proprio limite, poi, non sono fini a sรฉ stessi – e qui sta un altro paradosso – ma sono funzionali proprio all’andare oltre a quel limite.
Potrebbero rappresentare, invece, forse, proprio la “chiave” per andare oltre a noi stessi, oltre al conosciuto.
Ma come possiamo arrivare a pensare – visto che sappiamo di non poter sapere – che ci sia effettivamente qualcosa oltre al conosciuto?
Sono la complessitร , l’ordine e l’armonia presenti in questa manifestazione che รจ la nostra vita e la nostra realtร , che ci possono indurre a credere (= ritenere probabile) che ci sia qualcosa oltre al conosciuto.
Sono segni su cui, forse, possiamo fare affidamento, di cui possiamo in qualche modo “fidarci”, a cui, senza fare speculazioni, senza voler capire, segni a cui possiamo “affidarci”.
Possiamo “affidarci” alla โvitaโ in genere che forse contiene giร in sรฉ quel senso che, con le nostre minuscole forze, nel nostro egocentrico interesse, andavamo disperatamente cercando.
Giร questo “affidarci alla vita” rappresenta una liberazione dalle aspettative, dalla paura di fallire, da responsabilitร di cui ci siamo, a torto, caricati.
Ecco allora che tutte le indagini mentali fatte per demolire invece che costruire, la resa alla consapevolezza del non-sapere, il silenzio, l’affidarsi alla vita – l’intero processo- puรฒ assumente un senso compiuto e giustificare la difficile, dolorosa rinuncia ad ogni genere di punto di riferimento consolatorio.
Ma veniamo al nostro tema.
Gli aspetti esposti in questo post per mezzo dei pochi interventi precedenti, hanno riguardato, finora, esclusivamente, come detto, l’aspetto, chiamiamolo cosรฌ, destabilizzante , di un modo “convenzionale” (soprattutto rispetto all’ambiente dell’esoterismo …) di vedere le cose.
In piรน , la disamina fatta, anche se apparentemente coerente e consequenziale, si basava su tante, troppe cose date per scontate, date aprioristicamente per acquisite , finendo per risultare, il tutto, troppo superficiale.
Ci si รจ limitati al puro aspetto psicologico, affrontato, oltre tutto, arrivando subito a delle conclusioni, che magari possono anche arrivare a colpire per la loro radicalitรก, ma che sembrano non poggiare su basi solide, convincenti.
Si รจ parlato, per esempio, genericamente di un certo “meccanismo” in senso lato che se da un lato puรฒ risultare, come concetto, abbastanza intuitivo, in realtร รฉ rimasto indeterminato.
Krishnamurti , invece, ne fornisce una analisi esatta e chiarissima, in grado di interpretare TUTTI i meccanismi mentali che agiscono in noi.
Mi riferisco a quel meccanismo che attraverso il doppio salto nel tempo nel passato (memoria) e nel futuro (immaginazione) crea il “tempo psicologico” ( cioรจ il senso del trascorrere del tempo), con quello, la possibilitร che il “desiderio” si formi, con il desiderio, la “paura” che il desiderio non si realizzi, dalla paura il “bisogno di sicurezza” che si espleta attraverso l’adozione di un “modello di pensiero” condiviso che corrisponde alla “identificazione”.
Nello stesso campo “psicologico” non รจ stato affrontato, ancora, il tema cruciale della “coscienza “.
Di come, cioรจ, questa nostra “coscienza ordinaria” – cioรจ quella in cui ci riconosciamo – potrebbe rivelarsi anch’essa come un prodotto del meccanismo di cui sopra.
Di come, nel corso dello sviluppo psicologico di un bambino, il meccanismo crei, nello stesso tempo, “identificazione” (cioรจ la definizione di sรฉ stesso ) e “coscienza” ( cioรจ la coscienza di sรฉ)…
Non sono stati affrontati tante altre questioni come legate sia agli aspetti psicologici che, per esempio, quelle che fanno riferimento agli aspetti sottili presenti del “sistema uomo” e alla realtร “sottile” – parallela a quella grossolana- e alle sue leggi , che pure ci sono e che tanto ci condizionano …
Ecc. ecc. …
Ad un certo punto del tuo intervento,Silvia, introduci questa semplice frase:
” Non c’รจ niente da “fare”, ogni volta che si “fa” qualcosa si perpetuano gli stessi meccanismi. …”
Nel momento in cui questa frase cessa di essere un’ idea, un concetto intellettuale, ma diventa parte della nostra vita quotidiana, ce la portiamo dietro ogni momento della giornata, diventa consapevolezza acquisita, essa assume il potere rivoluzionario di farci cambiare “punto di vista”.
Un piccolo, ma essenziale mutamento del punto di vista.
Dopo di che, niente รจ piรน uguale a prima e i nostri rapporti con le cose e le persone sono cambiati per sempre.
E questo non รฉ che uno degli tanti aspetti che, se indagati e fatti propri, sono, forse, in grado di regalarci una nuova consapevolezza.
Non si tratterebbe piรน, allora, di forza di volontร , di perseveranza a tenere un certo atteggiamento, ma dell'”effetto” derivato da quella nuova consapevolezza.
Puรฒ funzionare tutto ciรฒ per andare oltre noi stessi?
Non lo so.
Di sicuro io sono ancora ben dentro la mia identificazione e la mia coscienza โฆ
Forse, dovremo arrivarci, un giorno, tutti insieme …
Ma non importa, perchรฉ – come diceva una canzone – se c’รจ una ” logica” non รจ cosรฌ “tragica”.
ร se c’รจ una logica la cosa migliore รฉ lasciar fare a lei.
Sempre nel tuo intervento, Silvia, poni la questione sul fatto di indagare la propria natura cercando di capire chi “non siamo”, cercando di smascherare i nostri falsi “io”.
Sono molto rispettoso delle scelte di ciascuno e, di solito, non mi intrometto in cose cosรฌ delicate, ma ti dirรฒ cosa mi รจ venuto da pensare.
Almeno per quello che vale, perchรฉ quello che scriverรฒ farร sempre riferimento alla mia particolare e arbitraria costruzione mentale; funziona e ha senso solo all’interno di essa.
Se si cambiano i presupposti posti alla base, ogni valutazione salta e perde di significato.
ร poichรฉ non sono in grado di “provare” alcunchรฉ, tutto potrebbe essere, tutto รจ relativo.
Date queste premesse e posto che ogni indagine interiore รฉ importante per conoscere sรฉ stessi, per svelare sรฉ stessi, il problema di ogni indagine/osservazione di sรฉ, consiste nel fatto che da una parte c’รฉ un “osservato” e dall’altra c’รฉ sempre un “osservatore” , osservatore (quella parte di noi “saggia” e “avanzata” che promuove l’indagine interiore …) che starร bene attento che l’indagine non travalichi i suoi confini e non finisca per mettere in discussione perfino lui.
Se l’osservazione di sรฉ รจ importante per cominciare a conoscersi, non puรฒ, perciรฒ rappresentare una soluzione.
Krishnamurti (sempre lui che aveva la capacitร di rendere chiare e semplici le cose piรน difficili da vedere …) diceva che siamo esseri “frazionati” (e che fatica facciamo per tenere insieme i vari frammenti …) e che noi, per quello che siamo, rappresentiamo, in effetti, il “frammento ” piรน grande.
Osservare dal frammento piรน grande gli altri frammenti ( cioรจ i vari “io” che siamo stati e/o che risultano ancora compresi nel nostro sistema …) se da una parte svela una parte di noi, dall’altra non risolve il problema della frammentazione.
Anche perchรฉ non interviene su quel meccanismo che ci determina, che crea la frammentazione e che si basa su un principio distintivo e affermativo.
Anche la negazione di qualcosa, infatti, rappresenta pur sempre una presa di posizione e, quindi, in realtร , un’affermazione, una distinzione.
Questo รฉ quello che credo, sempre per quello che vale …
Chiedo scusa per la prolissitร e ringrazio ancora una volta l’Associazione per questo strumento che ha messo a disposizione di tutti.
L’intervenire mi risulta prezioso perchรฉ permette a me di confrontarmi con me stesso oltre che con gli altri.
Spero che il confronto possa continuare nellโambito di questo blog …
Roberto
Riprendo e continuo il mio primo intervento alla luce degli ultimi commenti di Silvia e Roberto e dellโAssociazione.
Credo che non vi sia altra strada in effetti che perseguire nella propria ricerca (al di lร di ogni disquisizione del termine, nei fatti siamo tutti qui a scrivere per confrontarci e quindi per โcercareโ qualcosa dentro di noi) che quella di lottare per mantenere un atteggiamento fluido e indeterminato.
E ho usato volutamente la parola lottare perchรฉ anche in questo caso, a meno che non viviamo giร in uno stato di totale distacco interiore dai propri modelli e meccanismi, ci ritroviamo frequentemente a vivere dei conflitti ogni qual volta dobbiamo compiere delle scelte di vita difficili, ogni qual volta qualcuno mette in discussione il nostro operato o le nostre idee, e i casi potrebbero continuare allโinfinito.
Potremmo allora chiederci da dove nascono questi conflitti, qual รจ la loro natura. Sono certa che ciascuno di noi si รจ posto e si pone questa domanda. Ma dobbiamo fare i conti con la realtร di ciรฒ che viviamo, e riflettere ed elucubrare solo sul nostro mondo interiore senza metterci alla prova con quello esteriore credo sia pericolosissimo, proprio perchรฉ rischia di farci creare un nuovo modello (considerato al di lร dei modelli) in cui poterci sentire dei perfetti khrisnamurtiani. Perlomeno questo รจ ciรฒ che mi รจ parso di capire dalla riflessione dellโAssociazione, e comunque รจ quello che posso toccare con mano.
A volte mi capita di immergermi per giorni e giorni in profonde riflessioni interiori sulla natura dei modelli e delle costruzioni mentali che mi vivono, e ho anche la sensazione di scendere parecchio in profonditร . Poi succede magari che qualcuno mi manca di rispetto o stuzzica il mio amor proprio, e subito il mio equilibrio va a farsi benedire. In quei momenti mi chiedo: a cosa sono servite le mie accurate indagini interiori? ร innegabile che il nostro relazionarci con gli altri e con il mondo rivela la nostra reale consapevolezza raggiunta.
Seguendo questa linea mi sembra anche di comprende ciรฒ che Silvia intende con la sua ricerca di โquello che non รจโ, come a dire: se non posso cercare direttamente la Veritร Ultima, posso perรฒ riconoscere passo a passo tutto quello che non รจ Veritร . Mi sembra una buona strada, onesta e concreta.
Mi riesce invece piรน difficile comprendere concretamente ciรฒ che intende Roberto con il problema della frammentazione. O meglio, posso comprenderlo a livello filosofico, ma non rischia di diventare un pericoloso giochino dei massimi sistemi? Come possiamo infatti confrontarci attraverso un blog senza porci in qualitร di osservatori di qualcosa dentro e fuori di noi? Nel momento stesso in cui riconosciamo i modelli e i meccanismi che ci vivono, siamo giร in un punto di osservazione differente e distaccato, non identificato. Altrimenti โche cosaโ smette di identificarsi?
Insomma, ciรฒ che non trasforma completamente il mio modo di essere e reagire alla vita, potrebbe non avere nessun valore. Il considerarci osservatori, osservati o niente di tutto ciรฒ, non potrebbe solo essere un problema di concetto piรน che di approccio?
Grazie del confronto
Condivido al cento per cento quello che scrive Sabrina a proposito del fatto che il campo di battaglia sia la vita quotidiana.
Non ne esiste un altro anche se la mente tende ad allontanarci da esso e confinarci in un mondo del pensiero.
ร nella vita quotidiana che il nostro sistema ego-centrato ha modo diManifestarsi e di fare esperienza.
ร nella vita quotidiana che deve accadere qualcosa perchรฉ possa realizzarsi un reale mutamento.
Condivido anche al cento per cento che noi siamo prigionieri della nostra identificazione e del meccanismo che l’ha creata e che non ci sia nessuno che ne sia uscito, che se ne sia affrancato.
Anche a me รฉ capitato di guidare ed essere immerso in pensieri profondi e compassionevoli, salvo poi mandare al diavolo quel poveretto che si era permesso di tagliarmi la strada o semplicemente procedeva piรน lentamente di me.
Credo che le cose succedano proprio per svelare le nostre auto-illusioni …
Sono anche d’accordo con Sabrina che il riconoscimento di come agiscano meccanismi in noi รจ di come risultiamo chiusi nel nostro modello mentale, nella vita quotidiana, sia importante e valido.
Cosรฌ come pure sul fatto che se non diventa vita vissuta, ogni elucubrazione mentale รจ sterile e fuorviante.
Ma, rimane un fatto, da riconoscere, anche questo, con onestร e concretezza, che alla fine di tutto il nostro impegnarci, nonostante tutte le buone intenzioni e le energie profuse, COMUNQUE, di fronte ad una mancanza di rispetto o a qualcuno che stuzzica il nostro amor proprio, la nostra vera natura – quella che avevamo cercato di nascondere a tutti, anche a noi stessi – salta fuori per quella che รจ, per quella che, sotto sotto, รจ sempre stata.
Anche i cambiamenti che ci sembrava aver fatto nel corso degli anni si rivelano, allora, solo superficiali, non determinanti.
Bisogna riconoscere, con onestร e concretezza, che quello che andiamo facendo non basta, non funziona.
Perchรฉ non funziona?
Non funziona per quello che dice Silvia nel suo intervento: ogni volta che si “fa” qualcosa si perpetuano gli stessi meccanismi….
Questo vuol dire che il problema non riguarda i contenuti ( cioรจ i vari aspetti prodotti dal meccanismo che sperimentiamo nella vita quotidiana e la nostra relazione con essi) ma la forma ( cioรจ il “modo” in cui il meccanismo determina noi, mentre il resto รจ solo una conseguenza).
Allora, forse, si puรฒ comprendere che prestare attenzione e indagare i nostri rapporti con gli aspetti della vita quotidiana non produce un cambiamento reale e profondo, ma un semplice “adeguamento” progressivo del sistema a delle nuove sollecitazioni provenienti dall’esterno.
Forse, invece, occuparsi del “modo” con cui il meccanismo ci vive, potrebbe – e ripeto, potrebbe, รฉ solo un’ipotesi da verificare insieme – rivelarsi determinante.
Quest’ultima cosa ho fatto, nel corso degli anni , e il risultato รจ stato che andando ad analizzare il “come” il meccanismo ci determina e tutte le implicazioni correlate, si giunge appunto alla paradossale conclusione che, proprio per come il nostro essere risulta determinato (determinato non condizionato …) da quel meccanismo, qualunque cosa “facciamo” nulla puรฒ , in funzione di un reale mutamento, perchรฉ รจ proprio il “fare” in generale che perpetua il meccanismo.
Nell’esaminare il “come” quel meccanismo ci determina sono arrivato, con mia sorpresa, anche alla evidenza che ogni nostro pensiero, ogni nostra convinzione si basano su basi soggettive e arbitrarie.
Che niente puรฒ essere dichiarato vero, perchรฉ niente puรฒ essere provato.
Che qualsiasi cosa pensiamo di “sapere” rappresenta, in realtร , solo un prodotto soggettivo e arbitrario della nostra mente.
Ogni ulteriore elucubrazione sui “massimi sistemi” cessa allora di significato e tutto si relativizza.
Tutto si relativizza anche e soprattutto nella nostra vita quotidiana: rimaniamo ancora presi dentro la nostra identificazione perchรฉ non possiamo farne a meno, ma cominciamo a non crederci piรน del tutto.
Si puรฒ creare, allora, una distanza fra noi รจ le cose che ci capitano, fra noi รจ le nostre stesse percezioni ed esperienze.
L’attaccamento nei confronti delle cose e delle persone perde di forza ….
Il mantenere un atteggiamento fluido e indeterminato diventa una conseguenza e non una auto imposizione …
Rispondere con un sorriso a chi ci manca di rispetto diventare logico e naturale …
Puรฒ tutto ciรฒ bastare per mettere in crisi il meccanismo?
Non lo so e quando dico che non lo so รจ che proprio non lo so, per questo ho bisogno del confronto con chi si pone le mie stesse domande.
Qualcun altro puรฒ vedere delle cose che non vedo io …
Qualcun altro puรฒ riuscire lร dove, mi sembra, non sto riuscendo io …
Roberto
PS: non sono un “krishnamurtiano”: di K. ritengo geniale la capacitร di analisi e la capacitร di illustrare le cose, ma divergo completamente nelle conclusioni.
Ben lo sanno gli “Amici di Krishnamurti “con cui ho avuto tante discussioni …
Per rispondere a Roberto, credo che per โindagine interioreโ si possano intendere diverse cose. Generalmente non cito pensatori del calibro di Krishnamurti perchรฉ le sue parole possono essere intese in modo molto differente (credo che faccia parte del gioco di un messaggio inafferrabile) ma, se vogliamo, lui stesso afferma che occorra passare dalla โmelmaโ prima di vedere la luce. Rendersene conto, osservarla, toccare con mano con cosa in ogni istante ci identifichiamo e le conseguenze di questo. Puรฒ farci fare un salto tutto ciรฒ? Forse si, forse no, ma di certo i parametri su cui si poggiano le proprie radicali convinzioni cadono per lasciare spazio a qualcosa di diverso.
Sono perfettamente d’accordo con te quando dici che l’osservatore non puรฒ afferrare l’osservato. L’indagine interiore alla quale mi riferivo infatti non puรฒ avvenire in solitaria. Il lavoro sulla nascita dei conflitti di cui parla Sabrina, per esperienza e non solo per โideaโ, รจ per me obbligatoriamente relazionale.
Sul fatto che โprestare attenzione e indagare i nostri rapporti con gli aspetti della vita quotidiana non produce un cambiamento reale e profondoโ non sono d’accordo, a meno che tu non intenda un lavorarci sopra passivo, teorico e non pratico. Scusami se uso le parole di un’altra persona, lo faccio perchรฉ mi accorgo di non averne di migliori: โquello che conta davvero รจ la pratica che dobbiamo fare in ogni momento con quello che sembra ferirci, o minacciarci, o farci dispiacere โ sia che si tratti di difficoltร , o di colleghi di lavoro, o della nostra famiglia, o dei nostri partner, chiunque. Finchรจ nella nostra pratica non abbiamo raggiunto il punto dove reagiamo pochissimo, un’esperienza di illuminazione (nota mia: di qualsiasi cosa si tratti o che intendiamo) รจ totalmente inutile.โ (Charlotte Joko Beck). Una volta che ho compreso, visto chiaramente il meccanismo di reazione (il โcomeโ il meccanismo funziona, come dici tu), conosco meglio il sistema e posso aprirmi (solo allora!) al โnon fareโ. Vedere che succede, osservare l’arbitrarietร delle mie elucubrazioni, abbandonarmi al non conosciuto e quello che vogliamo. Prima di allora si tratterebbe di una resa senza consapevolezza che somiglia di piรน ad un โlasciamo perdere, tanto รจ tutto illusioneโ e continuare a sguazzare nei soliti parametri.
I parametri sui quali posso stabilire un po’ piรน chiaramente a che punto mi trovo svolgendo un lavoro del genere sono solo i fatti: non ciรฒ che penso, ciรฒ che credo o le impressioni personali.
Cosa c’รจ in fondo al tunnel? Non lo so ovviamente. Ma almeno lavorando sulle mie magagne riesco a ricordare a me stessa dove mi trovo: non in un paradiso terrestre in cui devo trovare il modo di adattarmi per essere felice, ma in un cunicolo che devo conoscere per ritrovarmi di fuori.
Nelle tue parole, Silvia, sento una contrapposizione dura nei miei confronti.
Perchรฉ?
Non mi sembra di essere mancato di rispetto a qualcuno, nรฉ di averne denigrato le idee o gli atteggiamenti.
Questo potermi confrontare con altre persone su temi come i meccanismi mentali, l’identificazione, i modelli , ecc. , mi รฉ sembrato come un regalo inaspettato offertomi dalla vita e questo testimonia della mia stima rispetto chi, a questo confronto, si รฉ prestato.
Certo si รจ arrivati al punto in cui le posizioni divergevano, ma, forse, proprio lรฌ iniziava il confronto vero.
Personalmente ho cercato di porre in evidenza le differenze di visione motivando queste differenze con un ragionamento in linea con i confronti precedenti e mi aspettavo un contraddittorio basato sulle cose di cui ci eravamo confrontati e, mi sembrava, riconosciuti.
Naturalmente non c’รจ problema: ognuno ha la sua sensibilitร ed รจ giusto che segua la strada che sente propria.
Il fatto รจ, Silvia, che per anni e anni ho sbattuto il naso nel circolo vizioso della vita (quotidiana naturalmente) finchรฉ non mi รจ parso di riconoscere la radice del problema nella incapacitร nostra di uscire dai nostri schemi mentali, nel paradosso che piรน โfacciamoโ per liberarci, piรน ne restiamo avviluppati.
Cercando una via d’uscita ho pensato di individuarla nella messa in crisi del meccanismo che ci determina, la possibile risposta.
Da allora sto cercando di condividere con qualcuno questa possibilitร , ma poichรฉ il confronto arriva fino ad certo punto e poi si blocca, probabilmente sto sbagliando tutto.
Quello che, lo confesso, mi ferisce, nell’intervento, รจ che si possa pensare che io mi tiri fuori o mi senta giร tirato fuori dalla ” melma” della vita: so, come ho scritto, che il campo di battaglia รจ la vita quotidiana e non il mondo del pensiero, e sicuramente, non sottovaluto la nostra battaglia interiore.
Cosรฌ come mi ferisce che si possa pensare ad un mio atteggiamento passivo rispetto alla vita stessa: il ” non fare” non significa โnon fareโ, non sarebbe giusto e, fra l’altro, neanche possibile.
Il ” non fare”, nella mia visione delle cose, ha a che fare esclusivamente con il coinvolgimento emotivo, con l’identificazione con quello che si fa, si pensa, si crede e non con un’attivitร .
Mi dispiace di non essere stato in grado di comunicarlo.
Per quanto riguarda le differenti visioni, queste nascono, almeno secondo me, semplicemente da presupposti di partenza diversi.
In questo caso la discrepanza riguarda la differente valutazione su โchiโ siamo noi:
o siamo esseri condizionati dall’io, dall’egocentrismo, dalla cultura, ecc. ecc., allora abbiamo la possibilitร teorica, attraverso un lavoro profondo su noi stessi, di affrancarci e ritornare ad una dimensione naturale,
o noi siamo, in tutto e per tutto, quell’io, e allora l’unica possibilitร di affrancamento ( e di annullamento) risiederebbe nel mettere in crisi il meccanismo che ci ha creato e che ci mantiene.
Si tratta di due “idee” diverse ed in quanto “idee” ambedue tendenzialmente indimostrabili.
Un caro saluto a tutti
Roberto
Caro Roberto, sono molto sorpresa di quello che, senza dubbio, รจ un grande equivoco. Ho riletto il mio intervento e non riesco proprio a trovare la contrapposizione dura nei tuoi confronti che hai visto… ti assicuro che non cโรจ โcellulaโ di me che si sia alterata, anche perchรฉ non riesco a cogliere niente nelle tue parole che potrebbe irritarmi ma, anzi, un onesto tentativo di confrontarsi. Evidentemente non mi sono espressa bene o forse il tentativo di scrivere in modo piรน onesto e schietto potrebbe dare ad intendere una cosa che non รจ. La mia riflessione voleva mettere in luce quello che penso in generale, non una critica sul tuo operare ma sui rischi che per mia esperienza ho vissuto attraverso l’approccio che sembravano delineare le tue parole.
Insomma, ciรฒ mi dimostra ancora una volta quanto sia delicato e interpretativo un confronto epistolare, e che davanti alla famosa “pizza” proposta dall’Associazione le cose sarebbero molto diverse…
Mi ritiro da questo confronto, ma considerami a disposizione con altre modalitร che non siano scritte.
Un saluto con affetto,
Silvia.
Mi dispiace se ho equivocato e sono molto contento che sia stato tutto un grande fraintendimento.
Credo anch’ io che sia meglio trovarsi di persona e vedo di riuscire a rendere possibile, per iniziare, quella pizza.
A presto
Roberto
Ciao a Tutti, ho letto con interesse i vostri interventi ed avrei una domanda per Roberto che parla dell’importanza del fare e del confrontarsi:
“Da allora sto cercando di condividere con qualcuno questa possibilitร , ma poichรฉ il confronto arriva fino ad certo punto e poi si blocca, probabilmente sto sbagliando tutto”
Vista la possibilitร che ti รจ stata data di un confronto che cerchi da tempo, sei andato a mangiare la pizza? se, si attendiamo notizie sul confronto. Se, no perchรจ?
Anch’io avrei una domanda per Denis: come mai lo chiedi a me se c’รฉ stata la pizza e non all’Associazione?
Comunque la ragione per cui, come probabilmente sai giรก, la pizza non c’รฉ stata รฉ che sono di Bolzano e, in questo periodo , lavoro tutta la settimana a Trieste.
Poichรฉ gli amici del Per Hankh fanno capo a Torino, capirai che non รฉ molto facile trovare l’occasione.
ร l’occasione vedrai, ci sarรก .
Un caro saluto a tutti.
Roberto
Confermiamo le distanze che ci separano, anche se ad onor del vero c’รจ giร stato un fugace incontro davanti a un buon bicchier d’acqua e a due buoni biscotti con Roberto…
Perรฒ, cosรฌ come รจ limitante un confronto profondo per sola via epistolare, il medesimo risultato, se non peggiore, lo si otterrebbe nel riportare le “notizie sul confronto”.
L’invito e la possibilitร di incontrarsi vale ovviamente per chiunque, ma onestamente noi non ci sentiamo in diritto nรจ in dovere di fare poi seguito con dei resoconti.
Grazie a tutti
Ciao Roberto,
Grazie della tua risposta, la mia voleva essere una piccola provocazione dato dal fatto che erano 15 giorni che non scrivevi piรน e pensavo che dopo i post con Silvia ti fossi allontanato dal confronto, e mi faceva specie dopo che avevi scritto che il tuo dispiacere รจ che “il confronto arriva fino ad certo punto e poi si blocca”
Il fatto che tu ribadisca la volontร di incontrarsi e confrontarsi mi rende felice.
Poi, magari, visto che io abito tra Torino e Bolzano se possibile a “mangiare la pizza” andiamo insieme, anche a me piacerebbe confrontarmi con Voi su questi temi.
Un Caro Saluto
La mia disponibilitร al confronto, caro Denis, non viene mai meno semplicemente perchรฉ nasce da un bisogno profondo.
Quello di cui, perรฒ, non sento proprio il bisogno รจ la contrapposizione, lo scontro fra due posizioni, la polemica che nasconde la volontร di “con-vincere ” l’altro o, comunque, di difendere quelle convinzioni a cui si risulta aggrappati.
Piuttosto preferisco ritirarmi, con un sorriso, prima ancora che le cose prendano una certa piega.
Diverso รจ invece se mi rendo conto che al di lร delle differenze di impostazione c’รฉ la curiositร , l’interesse, c’รฉ la disponibilitร a mettersi veramente in gioco.
Se c’รจ la capacitร di comprendere che il confronto in realtร non avviene mai sui contenuti (se sia giusta o no una certa cosa, se una cosa corrisponda o no alla Veritร ) , ma sui “presupposti/preconcetti” che stanno alla base delle nostre costruzioni mentali, cioรจ, del sistema di pensiero che ci siamo costruiti nel corso della nostra vita, che rappresenta la fonte delle nostre convinzioni.
Quei contenuti sui quali ci stiamo confrontando/scontrando rappresentano solo una conseguenza dei vari sistemi di pensiero e il confronto, circoscritto su di essi, risulta, perciรฒ, sterile.
Questo anche perchรฉ sappiamo bene che la modifica del contenuto comporterebbe la messa in discussione di quel sistema di pensiero cosรฌ faticosamente formato nel corso della vita e ci guardiamo bene dal mettere in discussione quella cosruzione mentale in cui ci identifichiamo completamente fino a dirci ” questo รจ quello che penso io” โquesto รจ quello che sono ioโ, e a cui, per questo, risultiamo, in maniera spasmodica, attaccati.
Mi spiego meglio: io posso cominciare a parlare con un cattolico di temi importanti che riguardano l’uomo in generale e per un certo tempo, fin che si sta su un piano superficiale, potrebbe anche, in qualche modo, funzionare, ma se, nel momento in cui si scende piรน in profonditร e si comincia ad affrontare temi piรน personali, questi reagisse ponendo, per esempio, come pregiudiziale la sua fede nella Chiesa Cattolica quale unica tenutaria della โVERITรโ prendendo quindi come riferimento unico per le sue posizioni quello che la Chiesa afferma sul tale o tal altro argomento, allora, a quel punto, il confronto sarebbe finito.
Il confronto con me che pongo come uno dei presupposti principali della mia (personale ed arbitraria) costruzione mentale, del mio sistema di pensiero, la necessitร di essere liberi da ogni convinzione, da ogni fede, da ogni autoritร , compresa quella rappresentata da me stesso, non รจ piรน possibile.
ร come se ad un certo punto quel interlocutore dimenticasse la sua essenza realtร di “essere umano” , per calarsi, in cambio di una certa illusoria sicurezza, nel ruolo di “cattolico” (o, anche naturalmente, di “buddista”, di “gnostico”, di “amico” di Krishnamurti, o, piรน semplicemente, di “Cercatore Spirituale” anche se, ponendosi in un’ottica piรน โavanzataโ, distinguendo fra movimenti religiosi “buoni” e movimenti religiosi “pericolosi”, fra “maestri spirituali” seri e “maestri spirituali” che si approfittano degli altri o che illudono sรฉ stessi …..), rinunciando cosรฌ alla propria libertร interiore.
Certo puรฒ continuare poi ad esserci comunque fra le persone di buona fede , rispetto, condivisione umana e anche amicizia ed affetto, ma un vero “confronto” , quel confronto in cui due o piรน esseri umani, senza illudersi di star travalicando la propria natura, ponendosi in assoluta libertร e rispetto reciproco ad indagare su sรฉ stessi e sulla realtร che sperimentano, non รจ piรน possibile.
Ed รจ un gran peccato che finisca, (quasi) sempre, cosรฌ.
Spero che il trovarsi davanti ad una pizza porti poi ad altre occasioni di incontro e, chissร , che da cosa non nasca cosa โฆ
Roberto
Ciao Roberto, Grazie della tua gentile risposta, ho cosรฌ tante cose da dirti e le serberรฒ con ansia per il nostro incontro.
Nel frattempo ti auguro questo video di un personaggio a me carissimo, Raimon Panikar che parla di dialogo come pochi prima di lui. http://www.youtube.com/watch?v=XyRiNJVtRe8
Ciao a Presto.
la Maestria รจ ottenuta da colui che diventa un Uomo, cioรจ quando riceve la quinta iniziazione. Il Maestro perfetto รจ colui che รจ arrivato a realizzare la Grande Opera.
si diventa MAESTRO RISORTO quando un adepto rinuncia alla felicitร suprema del Nirvana per Amore verso lโUmanitร , puรฒ chiedere lโElisir di lunga vita. Coloro che hanno la possibilitร di ricevere questo Elisir, โmuoiono, ma non muoionoโ. Il terzo giorno risuscitano e conservano il loro corpo fisico per milioni e miliardi di anni.