I Dieci Comandamenti smascherati: quarto

20.8 – Ricorda il giorno dello Shabbat per santificarlo. Per sei giorni lavorerai e compirai ogni tua opera. E il settimo giorno sarà Shabbat per Hashèm il tuo Dio: non compiere opera alcuna, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame e né lo straniero che si trova entro le tue porte. […]

Molti sapranno, a grandi linee, cos’è lo Shabbat per la Tradizione ebraica; si tratta cioè del giorno della settimana più importante, che corrisponde al settimo giorno della Creazione in cui Dio, avendo compiuto la sua Opera, decretò il riposo per se stesso e per tutti gli uomini.

Gli Ebrei seguono con rigore tale indicazione e, iniziando a contare la settimana dalla domenica, festeggiano il sabato come settimo giorno; qui fermano qualunque tipo di attività a partire dal tramonto del venerdì sera fino a quello del sabato sera, mentre le luci di due candele bruciano fino a quando non si spengono da sole.

A premessa fatta, potrebbe sorgere una domanda lecita: cosa può rappresentare per ognuno di noi lo Shabbat? Sappiamo che la divinità invita tutti a fermarsi e ad astenersi da ogni lavoro e attività, ma è proprio solo il mero riposo fisico che viene richiesto?

In realtà se proviamo ad ascoltare questa quarta Parola un po’ di più con l’orecchio interiore inizia ad affacciarsi una risposta, che rimanda alla differenza tra il lavoro esteriore, ovvero tutto ciò che rientra nelle pratiche ordinarie quotidiane e il lavoro interiore che, invece, riguarda la sfera più intimamente connessa alla nostra evoluzione spirituale.

Si intuisce facilmente che, per dedicarsi del tutto al lavoro interiore, è necessario fermare il lavoro esteriore, che spesso distrae e allontana dal proprio scopo, rischiando di mantenerci in un’area di ristagno di pensieri e di reazioni emotive, dalla quale non è molto facile trovare una via di uscita. Laddove invece si concentrano tutte le energie nell’osservazione di sé, si recupera una certa presenza a se stessi e si inizia a fare chiarezza interiore.

La chiarezza interiore sarà quindi il risultato di un disciplinato lavoro sulle proprie dinamiche che appesantiscono e annebbiano, con l’intento di liberarsene gradualmente. La richiesta di Dio all’uomo, allora, non è tanto quella di fermarsi per riposare beatamente mentre ritroviamo le forze, ma quella di fare uno sforzo diverso di sincera visione interiore, che ha la potenzialità di generare molta più energia di un giorno di festa.

Nel testo biblico l’invito a non compiere opera alcuna non è rivolto solo a se stessi ma è esteso ai propri schiavi ed al proprio bestiame. Simbolicamente ciò può essere letto come la raccomandazione che anche i ruoli che ricopriamo, le nostre personalità, le maschere che indossiamo per recitare sul palcoscenico della vita devono essere rese il più possibile inattive. Lo Shabbat è il giorno dedicato all’Essenza ed in esso si chiama e si accoglie la Shekinah o Presenza della divinità; ciò non può essere possibile se non le facciamo spazio mettendo a tacere i molteplici sussurri e voci che ci vivono.

Si può allora dire che, il vero riposo, è quello in cui si riesce a interrompere il caos interiore, mentre il fuoco delle candele, che dal tramonto iniziano a bruciare, è la luce che si fa spazio dentro di noi quando tutto il resto si ferma per cercare una nuova forma di libertà… e curiosamente in ebraico la parola libertà ha la stessa radice del verbo cercare!

Shabbat è dunque ogni momento in cui rinnoviamo la nostra percezione delle cose. Shabbat è ogni giorno di libertà, in cui l’uomo abbandona ciò che crede di avere e cancella ciò che crede di sapere. Shabbat è il momento in cui ci si ferma con l’intento di costruire il proprio Futuro.


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