I Dieci Comandamenti smascherati: ottavo

Non rubare

Es 20.15

Il nostro appuntamento con le Dieci Parole ci porta oggi ad incontrarne l’ottava, che corrisponde al settimo comandamento e tuona con l’imperativo di non rubare. Immediata è l’associazione ad una morale condivisa da credenti e non solo, tanto che in generale questo è un comandamento accettato da tutti coloro che si identificano come buoni cittadini propensi a migliorare la propria vita e quella degli altri.

Certamente rubare, volendosi rapportare all’ebraismo, vede implicazioni diverse nella Torah a seconda del furto; dal testo emerge infatti che se l’oggetto rubato è restituibile, allora la riparazione del danno avviene attraverso la restituzione del bene stesso; se invece l’oggetto rubato non è restituibile perché è stato consumato (ad esempio un bue rubato e poi mangiato), allora la riparazione del danno deve avvenire con un valore pari a cinque volte il valore dell’oggetto rubato, una norma che certamente induce a pensarci su due volte!

Ma è davvero tutto qui?

Facciamo il tentativo di staccarci per un attimo dall’accezione moralistica o normativa e andiamo ad indagare un significato dal sapore un po’ più intrigante e di sicuro alquanto soddisfacente.

Il verbo rubare in ebraico è ganav a cui corrisponde il significato di furto di anime… ecco che già in partenza si prospetta un quadro radicalmente diverso!

A tal proposito Marc Alain Ouaknin, rabbino e filosofo di origine francese, parla di non rubare l’anima. Cosa intende? Ebbene, secondo Ouaknin non rubare l’anima significa non rubare ciò che è costitutivo dell’altro, ovvero il suo modo di essere, il suo modo di ascoltare, di guardare, di odorare e di parlare. La cosa equivale a dire: “Sii te stesso”, quindi non essere l’espressione di qualcun altro o della pressione sociale che fa di noi degli automi della ripetizione sociale.

Essere se stessi ha in sé una grossa implicazione dal punto di vista della Tradizione ebraica, che sta nella responsabilità educativa nel rapporto di filiazione; ciò significa che i nostri figli e gli altri che ci sono vicini non devono diventare dei meri pecoroni che si adeguano in modo acritico ad un modello sociale uniformante. Ognuno deve essere in grado di seguire le proprie aspirazioni e specificità, e lottare per affermarle e sentirle riconosciute. Tutti hanno quindi un doppio compito: riconoscere le proprie inclinazioni per poi educare gli altri a riconoscere le loro stesse inclinazioni, per creare una società consapevole, che non ruba agli altri “modelli di vita”, venduti dal sistema come vincenti.

Alla luce di questa nuova prospettiva da cui guardare la questione, possiamo chiederci cosa spinge un uomo a rubare. Rabbi Ouaknin ci suggerisce che il ladro sbaglia semplicemente oggetto!

Ogni uomo cioè è costituito dal desiderio di essere di più, di essere meglio; allo stesso modo il ladro è mosso da tale aspirazione per cui si potrebbe sostenere che la radice del furto sia eminentemente positiva, non fosse che egli sbaglia nello scegliere l’oggetto del suo desiderio. Egli confonde infatti l’essere con l’avere, e non riesce a distinguere ciò che è da ciò che possiede. Sulla base di ciò, il ladro ruba seguendo una sorta di legge interiore irrazionale, secondo cui rubando andrà a colmare il suo essere di ciò che gli manca per sentirsi realizzato. Ecco dunque che procedendo in tal modo, il ladro è abitato dal desiderio di essere, ma in realtà è solo in grado di compiere l’esperienza dell’avere per colmare uno squilibrio interiore.

Ben intesi, con ciò non si vuole certamente giustificare il ladro, ma puntare l’attenzione sul fatto che alla base della stabilità (e dunque del non rubare in senso ebraico) c’è un lavoro interiore da certosini per ritrovare un equilibrio che si conquista con un intento chiaro e tanta buona volontà.


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