I Dieci Comandamenti smascherati: nono

Non portare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Es 20.16

Il nostro penultimo incontro con le Dieci Parole giunge con un’affermazione che tocca i fondamenti della relazione con il prossimo, ovvero il non portare falsa testimonianza. La domanda allora è d’obbligo: cosa si intende per falsa testimonianza?

Il concetto di falsa testimonianza ci rimanda nell’immediato all’idea della menzogna, una falsificazione della verità, perseguita con più o meno consapevolezza, spesso allo scopo di nascondere una verità scomoda o inaccettabile. Tale idea della falsa testimonianza, seppur corretta, risulta parziale secondo la Tradizione ebraica, che individua sempre e inevitabilmente un testimone come ricettore delle nostre parole: il prossimo.

Il prossimo sarebbe in particolare colui che, nell’atto di comprendere la realtà, pone una domanda a cui noi offriamo una risposta che rispecchia i nostri schemi, il nostro parziale punto di vista che, proprio per questo, non può contemplare le infinite altre possibilità. Nel dare risposte finite e preconfezionate risultiamo dunque come menzogneri verso il prossimo, poiché lo derubiamo della possibilità di costruirsi un’idea propria e personale della realtà stessa e dunque del proprio futuro. Con questo presupposto, dando risposte pronte e sicure, noi crediamo di tramandare un insegnamento, mentre in realtà stiamo derubando il prossimo del suo futuro e allo stesso tempo siamo individui menzogneri, poiché convinti di possedere una verità universale che possa modellarsi sull’altro come su noi stessi.

Sulla base di quanto appena espresso, Marc-Alain Ouaknin, rabbino di origine francese più volte citato nel nostro percorso sulle Tavole della Legge, asserisce che la Nona Parola dovrebbe essere intesa in questo modo: “Tu non farai violenza dando una risposta che spiega la domanda. Tu non darai risposte perché in tal caso saresti un testimone menzognero e non potresti più offrire all’altro un discorso che gli permetta di costruire il suo futuro”.

A sottolineare maggiormente l’importanza del lasciare le domande aperte, è interessante notare come in ebraico la parola testimonianza sia ad, che ha la stessa radice ella parola edà, che significa comunità. Ciò a significare come, secondo la tradizione ebraica, una comunità è tale solo in quanto gruppo di persone che aspirano a costruire insieme un futuro sui pilastri portanti del tramandare responsabilmente la tradizione e gli insegnamenti che ad essa appartengono.

Passare il testimone è dunque un atto di responsabilità, un gesto di unione, un momento di creazione di una fiducia nel futuro che può esistere solo nella assoluta libertà di leggere il futuro stesso con i propri occhi e non con le lenti deformanti di tante verità che, mentre uniformano le masse, privano l’uomo di ciò che gli dà la dignità: essere libero.


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