I cerchi di vita

Il bosco era più bello di sempre. Durante l’inverno, i maestosi abeti si ergevano verdi verso il cielo, mentre le foglie delle querce ricoprivano il terreno di un ornamentale tappeto. Quel giorno alla scuola dei druidi, si erano riuniti alcuni ragazzi provenienti da altre contee. La fama del Saggio Druido era nota in tutti i villaggi e, una volta all’anno, molti giovani apprendisti si radunavano per ascoltare le sue parole. Il numero di allievi negli ultimi anni si era ridotto notevolmente, il contatto con la civiltà romana, sempre più presente nel loro territorio, aveva creato un’interferenza con il campo energetico del popolo celtico. Molte volte il Saggio Druido aveva detto che nulla sarebbe stato più come prima e che il loro popolo e le sue tradizioni erano destinati a scomparire. Molti giovani, infatti, erano attirati dagli usi e costumi del nuovo popolo, dalla loro apparente forza, dalla loro mancanza di rispetto verso le antiche tradizioni e gli déi che abitavano quei luoghi. Il Saggio Druido soleva portare l’esempio del taglio degli alberi:

“Per il nostro popolo ogni albero è sacro e prima di abbatterne uno ci consultiamo con il dio della foresta per sapere quale sia il più adatto, tra gli alberi malati o quelli più vecchi, ad essere sacrificati. Per i romani invece gli alberi non sono considerati esseri viventi ma materia inanimata, legna da ardere. Nello stesso tempo che noi celti impieghiamo a tagliare un albero, i romani sono in grado d’abbattere un’intera foresta. Qualcuno ha il coraggio di chiamare questo comportamento efficienza o organizzazione; nel futuro si chiamerà progresso, ma ai miei occhi è solo ignoranza delle più semplici leggi che regolano la vita sul nostro pianeta.”

Il druido si fermò un momento e il suo sguardo divenne profondamente serio, poi con voce triste disse ai ragazzi: “Io vedo, molte lune da oggi, che la nostra foresta sacra verrà data alle fiamme e gli déi che vivono in essa allontanati e dimenticati dal nostro popolo”. I ragazzi, per un attimo, rimasero pietrificati. Ma quei pensieri erano talmente lontani dalla loro ordinarietà e ritenuti impossibili che dimenticarono, l’attimo dopo, quanto previsto dal Maestro. Qualcuno di loro avrebbe, sfortunatamente, ricordato quelle parole molti anni dopo constatandone la triste realizzazione: i loro déi furono spazzati via dalla memoria o nascosti negli angoli bui delle foreste. Per proteggerli dall’oblio furono trasformati in fate e folletti dei boschi, tutto pur di preservarne la memoria. Mentre la nuova religione, il cattolicesimo, portando avanti il sistema di conquista romano, prendeva il loro posto sostituendoli con i santi cristiani.

Per il giovane druido questa era la prima volta che condivideva il suo Maestro con altri ragazzi e la cosa non lo rendeva sereno. Oltretutto voleva provare al suo Maestro e a tutti i presenti di essere lui il migliore, la scelta giusta, il prescelto. Aveva così deciso che avrebbe dimostrato il suo valore e tutti avrebbero visto i frutti del lavoro svolto insieme al Saggio. I ragazzi, non più di dieci, erano radunati nella foresta, sotto una grande quercia. Come sempre l’Insegnamento sarebbe stato portato nella natura per coglierne i messaggi e le indicazioni; per il popolo dei celti la divinità parla infatti attraverso piccoli segni, quasi indecifrabili, utilizzando l’aiuto di tutti i regni: animale, vegetale e minerale. I giovani apprendisti venivano continuamente stimolati a cogliere ogni singolo messaggio la natura gli volesse offrire: niente, per quel popolo, succedeva per caso. Ogni avvenimento, come il cadere di una foglia, il volo di un uccello, l’incontro con un cerbiatto o il gorgoglio di un ruscello aveva il suo profondo significato simbolico. La capacità di decifrare e interpretare quei messaggi era prerogativa dei druidi, il loro percorso di formazione durava venti anni e la loro vita veniva dedicata a questo e a molti altri magici aspetti. In realtà ogni abitante di qualunque villaggio celtico era in grado di accedere, con livelli di profondità differenti, a quelle informazioni, ed ognuno aveva il massimo rispetto dinnanzi a qualsiasi evento naturale.

Il Saggio Druido arrivò e salutò calorosamente tutti i ragazzi, saluto che venne ricambiato con il medesimo affetto e che fece ingelosire, non poco, il suo giovane allievo. Poi chiese ad ognuno notizie dei loro villaggi e della loro gente, facendosi raccontare degli aneddoti di vita quotidiana. La sua attenzione era particolarmente indirizzata verso coloro che parlavano, con ricchezza di particolari, dei cambiamenti energetici avvenuti negli ultimi tempi all’interno del loro villaggio o di particolari stati d’animo che riscontravano tra la loro gente in alcuni periodi dell’anno, così che anche gli altri apprendisti fossero indotti a dare importanza a questi particolari. Nessuno tra i ragazzi se ne era accorto, ma l’addestramento era già cominciato. Il vecchio Saggio cominciò a raccontare ai giovani allievi di come il bosco che li ospitava avesse già cominciato a comunicare loro attraverso degli evidenti messaggi, quando improvvisamente si interruppe guardando il suo giovane allievo.

“Che stai facendo?”

L’allievo fu felice di quella domanda, avrebbe avuto subito modo di mettersi in mostra davanti a tutti.

“Maestro, ho pensato che se scrivo degli appunti sul vostro insegnamento niente andrà perduto. Le vostre parole rimarranno a memoria anche alle future generazioni”.

Il giovane apprendista era pronto a ricevere una cascata di complimenti, ma il lungo silenzio del suo Maestro cominciava a preoccuparlo e non poco, e quando la tensione era ormai all’apice, il vecchio druido parlò:

“Cari ragazzi, questa è la dimostrazione pratica di quello che non bisogna fare e di quanto lontano è il vostro compagno dal diventare un druido.”

Poi guardandolo severamente continuò:

“Mi hai mai visto scrivere qualcosa o chiederti di farlo? Ho mai detto che le mie parole devono arrivare ai posteri? Chi ti ha mai fatto pensare di distruggere in un giorno mille anni di Antica Tradizione? Che problema ha la tua memoria per non riuscire a ricordare le mie parole?”.

La situazione, in un battibaleno, divenne veramente insopportabile per il giovane allievo, che avrebbe chiesto solamente di essere colpito da un fulmine in quell’esatto istante. Poi il Saggio, rivolgendosi a tutti gli allievi, disse:

“Noi non scriviamo il nostro Insegnamento che è sacro e segreto. Voi dovete ricordarlo e sviluppare la memoria, che non è semplice ripetizione ma profonda conoscenza e intuizione. Ciò che viene scritto nel tempo diviene parola morta. L’insegnamento orale, attraverso le vostre esperienze, continuerà a rigenerarsi con voi e attraverso di voi fino alle generazioni future, trasformandosi ed adattandosi ad ogni momento. Le mie esatte parole non avranno lo stesso significato fra cento anni, ma le parole dei vostri figli sì, perché saranno le mie adattate alla loro epoca. Così è stato per i nostri padri, e i padri dei nostri padri, per centinaia di generazioni. La conoscenza tradizionale non ha alcun valore senza la trasmissione di un’influenza spirituale, di un diretto legame tra Maestro e discepolo; le parole prendono vita quando sono portate sulle ali di un sentimento e recepite da un cuore che abbia sviluppato la capacità di entrare in sintonia con quella particolare vibrazione, con quel particolare sentimento, ed è per questo che noi non scriviamo i nostri insegnamenti”.

Finì quella frase guardando il suo giovane allievo con quello sguardo che non si può dimenticare.

Mentre l’allievo continuava a invocare dal cielo la sua punizione divina, una giovane apprendista dallo sguardo attento e intelligente chiese: “Saggio Maestro, le leggende dei nostri antichi eroi sono anch’esse una fonte di insegnamento che ci svelano i segreti delle nostre Tradizioni?”

“Certo”, rispose lui, “ma non solo. Anche le nostre poesie, le storie che raccontano i bardi, i loro racconti in rima che a volte sembrano non avere significato, tutto è fonte di apprendimento. Dovete guardare con molto rispetto i bardi ed ascoltarli attentamente, perché ogni loro parola nasconde un importante insegnamento. Il nostro popolo viene istruito al rispetto delle nostre Tradizioni attraverso i loro racconti. Ma ricordate che oggi, qui, voi state costruendo le chiavi per decifrare i messaggi simbolici che spiegano le leggi che regolano la Vita, leggi nascoste nei nostri miti e nelle nostre leggende. Per la maggior parte della gente del popolo questi rimarranno, solamente, racconti affascinanti da tramandare ai posteri, ma per voi non potrà essere così. So che le vostre menti sono influenzate dal popolo che sta usurpando le nostre terre e che, per alcuni di voi, la loro cultura che ostenta la forza per dominare, distruggendo e sottomettendo, è una forte attrazione. Ma dovete ricordare che il nostro popolo è diverso dal loro, molto differente: noi non pensiamo nazionalmente ma cosmicamente, noi non pensiamo storicamente ma mitologicamente, noi non pensiamo giuridicamente ma spiritualmente.” (1)

Il silenzio regnava sovrano ed ogni giovane apprendista stava scolpendo in cuor suo le parole del Saggio. Poi quest’ultimo pose una domanda: “Qualcuno sa dirmi qual è per voi la triade più importante da ricordare?”

Il giovane allievo, in quel momento, non ricordava nemmeno il suo nome, per cui rimase in silenzio quando tutti pronunciarono in coro: “Onora gli dèi, sii buono, coltiva le virtù virili”. Adesso si sentiva già pronto ad essere allontanato dalla casa del Maestro, a vivere una vita di stenti solo in mezzo alla foresta.

Tanto era immerso nei suoi pensieri che non riuscì nemmeno a sentire la domanda del giovane apprendista seduto al suo fianco:

“Oh Saggio Druido, ho sentito leggende e racconti sui mondi invisibili, ma non riesco ancora a capire cosa sono e se sono reali.”

Il Saggio si avvicinò ai ragazzi, la sua voce si fece sottile e flebile, tanto che alcuni di loro furono costretti ad uno sforzo per percepire le sue parole; quando tutti furono attenti disse: “Alcune risposte alle vostre domande sono già intorno a voi, ma voi non sapete ancora leggere la natura che vi circonda. Seguitemi!”

I ragazzi seguirono il Saggio dinnanzi ad un laghetto. Lì, il Maestro, gettò un sasso al centro dello stesso; dei cerchi concentrici, di dimensioni differenti, cominciarono a formarsi in tutta la superficie. Poi il druido disse: “Il sasso che io ho gettato è l’energia divina, l’OIW, che staccandosi dalla divinità forma un nuovo piano di vita che si manifesta nel cerchio centrale, il Ceugant; quel piano è irraggiungibile dall’uomo ed è da esso che si diramano tutti i piani di esistenza”.

Il cerchio seguente sembrava più ampio del primo:

“Qui troviamo Gwynvyd, il mondo della coscienza spirituale. Questo piano è diviso in livelli che corrispondono ad un determinato stato di coscienza raggiunto durante la vita sulla terra. Attraverso di esso si accede ad Abred, il mondo della materia, della forma fisica. L’Abred, il cerchio del destino e della fatalità, èil nostro mondo materiale, l’universo fisico limitato e limitante conosciuto come il mondo della necessità e della prova. Esso è diviso al suo interno in tre parti.”

I giovani apprendisti erano estasiati nel vedere che ogni volta che il loro Maestro parlava di un nuovo piano, automaticamente nell’acqua, come per magia, le sue parole prendevano forma, ed ecco che all’interno del cerchio più grande appena formato, altri tre cerchi, dai confini sottili e non facilmente percepibili, presero forma:

Kenmil è l’espressione del mondo animale, Gobren invece è l’espressione dell’essere vegetale ed Ankoun, il mondo invisibile, è il soggiorno dei morti, dove le anime perdono lentamente la coscienza di ciò che sono state, per poter così poi ritornare sulla terra senza ricordare le vite precedenti. Esiste un quarto cerchio, che possiamo rappresentare come tutta l’acqua di questo lago, che circonda gli altri cerchi e li contiene l’Annwn, dove si esprime il mondo minerale. Questo è detto il mondo invisibile, la parte più oscura, il regno del caos primordiale, dove tutto esiste senza una specifica forma.”

Il silenzio regnò per un attimo tra il gruppo dei desiderosi apprendisti, poi una domanda espressa con voce femminile riecheggiò tra gli alberi, mentre magicamente i cerchi rimanevano fermi nell’acqua quasi come fossero stati disegnati.

“Maestro, qual è la strada per uscire da Abred, il mondo degli uomini, ed avvicinarsi al piano della divinità?”

Il fatto che ci fosse una ragazza tra gli allievi era una cosa totalmente normale, anzi, era molto importante che tra i sacerdoti druidi ci fosse l’aspetto ricettivo rappresentato dalla femminilità, e molte erano le ragazze che venivano indirizzate alla Via del druidismo.

“La domanda che stavo aspettando”, rispose il Maestro in direzione della giovane apprendista, provocando un’altra fitta nel cuore, già frantumato, del suo allievo.

“L’ Abred è dove noi siamo, il regno di Midgard, ed è qui che siamo chiamati a vivere tutte le nostre esperienze terrene. Ma a quale scopo?”

Il silenzio regnava sovrano, sembrava che anche il vento e gli alberi stessero ascoltando le parole del druido.

“Voi dovete fare di tutto per percepire la presenza della divinità nella vostra vita, l’unica strada che avrà senso percorrere è quella che vi farà avvicinare ad essa. Lo scopo di questa vita è capire cosa ci tiene lontani dalla nostra reale natura, ed è solo in Abred che è possibile scoprirlo. Come vi ho già detto l’Abred è diviso a sua volta in tre parti: Ankoun, Gobren, Kenmil, ma per voi non è importante approfondire adesso questo aspetto: l’unica cosa che dovete ricordare è che siete venuti in questo luogo ma che non appartenete ad esso. Voi provenite dalla divinità, l’Oiw vive dentro ognuno di voi e tenta disperatamente di comunicare.”

La curiosità dei ragazzi era adesso accesa al massimo livello:

“Maestro, ma la nostra scintilla divina, il Manred, dopo la morte rimane in questo piano di vita o passa in un altro livello?”

Il Saggio prese un attimo fiato, poi continuò:

“La scintilla divina tenterà di ritornare alla sorgente da cui è stata generata ma ci sono dei passaggi che dovrà fare attraverso i vari regni. Dopo Abred entrerà in Ankoun, dove vivono solamente le forme mentali; lì per lei sarà come essere sulla terra, ma l’unica differenza sarà l’assenza di una forma fisica. Poi, a seconda della coscienza sviluppata sulla terra, potrà proseguire verso il Ceugant, molto vicino alla divinità,o ritornare a vivere un’altra esperienza sulla Terra”

“Maestro, scusate, ma se arriva a contatto la divinità perché dovrebbe volere tornare sulla Terra?”

Il Saggio Druido sapeva che le sue parole non avrebbero lasciato molto nelle appassionate menti dei suoi allievi, conosceva troppo bene la mente umana per non sapere infatti che l’unica cosa che viene ricordata è l’esperienza vissuta, e per questo continuò ad alimentare le loro desiderose menti con un linguaggio che destasse la loro curiosità:

“Il ritorno sulla Terra a quel punto è una scelta d’Amore”.

L’ultima frase del Maestro non era per nulla chiara: cosa voleva dire con “scelta d’Amore”? Nessuno aveva il coraggio di porgere quella domanda, quando intervenne il giovane apprendista, risvegliato dal suo dolore per l’amor proprio ferito.

“Maestro volete dire che voi avete scelto di scendere sulla terra, per l’Amore che provate verso di noi?”

Nessuno capì quella domanda, né perché gli occhi del giovane apprendista si fossero riempiti di lacrime. Il Maestro rimase in silenzio, poi disse:

“Bentornato!”

Tutti, intorno a loro, percepirono che qualcosa era cambiato, anche se nessuna sapeva dire esattamente cosa. Si sentivano felici e leggeri come poche volte era successo nella loro vita, ma non capivano quale sentimento avesse creato quello stato o cosa avesse sfiorato i loro cuori. Il sentimento sincero, provocato dalla presa di coscienza dell’allievo verso l’Amore del Maestro, non solo aveva tratto l’allievo fuori dall’egoistica ed inutile sofferenza nella quale si era rifugiato, ma aveva risvegliato l’energia di Karantez e tutti ne stavano beneficiando. I cerchi nell’acqua adesso si stavano dissolvendo ed il Maestro colse l’occasione per dare l’ultimo insegnamento della giornata: “Ricordate che i piani di vita non sono definiti, i loro confini solo labili, non si possono disegnare, sono stati di coscienza, non città fortificate”. Per rinforzare il suo pensiero raccontò una storia:

“Un giovane e valoroso guerriero si recò da un Saggio Druido. Voleva capire la differenza tra il regno di Abred e il regno di Ceugant, soprattutto voleva capire come arrivare al regno dèi saggi: sentiva di meritare, dato il suo valore, di andare a diretto contatto con la divinità. Arrivato alla porta del Saggio venne fatto attendere, come una persona qualunque, per diverse ore, fuori al freddo e all’acqua. Molti altri entravano a parlare con il druido, mentre lui veniva trattenuto. Alla fine, dopo qualche ora, e dopo aver perso la pazienza chiedendo con rabbia di venir ricevuto, fu portato al cospetto del Maestro dove presentò la sua domanda. Il vecchio Saggio sbeffeggiandolo dinnanzi a tutti gli disse che lui era solo un’ignorante combattente e non avrebbe mai capito dei concetti spirituali. Il guerriero, ferito nell’orgoglio, estrasse la spada pronto a tagliare la testa al vecchio druido. Il Maestro lo guardò fisso negli occhi, senza nessuna paura, e gli disse: ‘Ecco questo è Abred il mondo delle passioni’. Il giovane guerriero rimase colpito da quelle parole e, dopo pochi istanti, il suo sguardo cambiò e rinfoderò la spada. Il Saggio concluse: ‘Ecco questo è il Ceugant’, il mondo della divinità”.

I ragazzi rimasero a bocca aperta; non per tutti era chiaro il messaggio nascosto nel racconto ma questo era l’insegnamento druidico. Adesso sarebbe toccato a loro sondare nelle profondità dei loro cuori e trovare le loro risposte.

La luce solare si stava spegnendo dietro le colline, gli allievi si alzarono e di corsa cominciarono a procedere verso il villaggio. L’apprendista si alzò lentamente. Voleva avvicinarsi al Maestro e spiegare, non sapendo neanche lui bene cosa. Non riusciva a trovare il coraggio di alzare lo sguardo dal terreno ed incrociare quello del suo Maestro, dopo la figura che aveva fatto dinnanzi agli altri apprendisti. Sapeva bene che il suo malessere era semplicemente orgoglio ferito, ego bastonato, che avrebbe desiderato essere confortato e sentirsi, per un attimo, ancora speciale. Ciò che il Maestro gli aveva fatto notare, per l’ennesima volta, era come il suo orgoglio, la vanità, il desiderio di apparire speciale davanti agli altri, gli avesse fatto dimenticare quanto imparato sino a quel momento: “Un druido non deve mai agire per interesse personale, tutte le sue decisioni sono prese in virtù di un bene più grande non sempre spiegabile ai più. Se un druido dipende dal giudizio degli altri, non può più essere un druido”. Queste erano le parole che pochi giorni prima il vecchio Maestro gli aveva detto, aggiungendo alla fine: “Per te adesso queste sono solo parole, e pensi che questo non sia un problema che ti appartiene. Scoprirai presto che non è così.”

Era perso nei suoi pensieri quando la sagoma del Maestro gli si parò dinnanzi, lentamente alzò lo sguardo e sottovoce disse: “Maestro, io…”. Il Maestro, lo guardò, leggendo nel profondo del suo cuore che l’esperienza era servita. L’allievo aveva avuto modo di conoscere più profondamente se stesso e questa era l’unica cosa che contava. Si allontanò così senza proferire parola. Il giovane apprendista allora raccolse tutto il suo coraggio lo rincorse dicendo: “Maestro voi siete venuto sulla Terra per noi?”. Il Maestro senza voltarsi gli disse: “Ciò che conta è quel che credi tu, non quello che ti dico io”. Un sorriso apparve sulle labbra del Maestro. Sapeva che quell’argomento, sui mondi invisibili e le loro funzioni, sarebbe stato ripreso diverse volte in futuro.

Mentre il Maestro continuava a camminare una giovane apprendista, che si era dimostrata la più coraggiosa e intuitiva del gruppo, si avvicinò all’allievo senza essere sentita, mentre lui era perso nelle ultime parole del Maestro. “Mi spieghi…?”. L’allievo fece un balzo impaurito. “Dicevo… mi spieghi cosa volevi dire con quella frase al nostro Maestro? Cosa vuol dire che è tornato per noi? Da dov’è tornato?”. L’allievo pensò che lei poteva sapere. Sentiva verso di lei un’affinità innata. Dal primo momento che l’aveva incontrata, qualche anno prima, qualcosa di molto profondo era nato tra loro. Nonostante sapesse che due druidi non potevano sposarsi, né vivere nello stesso villaggio, lui sentiva di provare per lei un sentimento molto simile a quello che provava per il suo Maestro. Sì, lei avrebbe potuto capire quello che le stava per raccontare.

“Devi sapere che una volta ho sentito una storia sul mondo di Gwynvyd, il mondo bianco, il luogo più vicino al piano divino. Successivamente alla morte gli esseri realizzati, dopo aver passato tutti i piani di separazione dal corpo fisico a quello mentale, a seconda del loro livello di coscienza entrano in contatto con Karantez, l’energia dell’Amore. Arrivati a quel punto, la loro liberazione dal ciclo delle reincarnazioni è completa e non devono più tornare sulla Terra. Ma alcuni di loro, grazie all’unione con questo reale sentimento, sentono di non poter abbandonare l’Abred e le anime dei loro discepoli che ancora si dibattono in continue reincarnazioni, così decidono, per Amore, di ritornare sulla Terra. È solo attraverso di loro, grazie al sacrificio di questi esseri speciali, che Karantez può manifestarsi nel cerchio di Abred; senza l’Amore tutte le anime sarebbero perse per sempre. Questi Saggi, prima del loro ritorno, devono bere l’Acqua dell’Oblio, così da evitare di odiare il loro ritorno sulla Terra, e l’Acqua della Memoria per ricordare, nelle profondità del loro essere, chi realmente sono, così da mantenere un collegamento con il mondo bianco. Questo ciclo si ripeterà per far si che nessun germe di luce si perda nelle tenebre. Capisci ora cosa vuol dire che lui è tornato per noi, per salvarci? Ed io lo ricompenso così…”

La ragazza rimase per un attimo in silenzio, il buio stava scendendo lentamente, poi guardando il giovane apprendista disse:

“Smettila di piangerti addosso, il Maestro ha detto che siamo qui per fare esperienza dei nostri limiti e superarli.”

Il giovane apprendista rimase in silenzio, sapeva che lei aveva ragione, poi lei continuò:

“Io so di quale sentimento stai parlando, so quello che provi per Lui. Molte volte t’invidio pensando che tu puoi vivere al suo fianco. Poi penso che non è giusto, perché anche se non posso stargli vicino fisicamente io percepisco continuamente il suo Amore e la sua presenza non mi lascia mai.”

Mentre camminavano verso il villaggio in profondo silenzio, lei prese la mano di lui. Il suo cuore cominciò a pulsare all’impazzata, ma non riusciva a portare il suo sguardo verso di lei; sapeva, che se l’avesse fatto, se l’avesse guardata negli occhi in quel momento, il suo cuore non avrebbe retto. Le luci del villaggio si avvicinavano sempre di più e le mani dei due ragazzi si separarono. Quel distacco fu, per il giovane druido, come un pugno sullo stomaco. Aveva assaporato una forte emozione dinnanzi a quel contatto ed avrebbe voluto mantenerlo il più a lungo possibile. Non sapeva in quel momento che l’unione delle loro energie sarebbe stata indispensabile, da lì a poco, per tutta la loro gente e la salvezza dei loro villaggi.


[1] Per maggiori dettagli Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, Edizioni l’Età dell’Acquario, Torino, 2001,

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