Pillole di ebraismo: Lekh Lekha

Pillole di ebraismo è il nuovo ciclo di approfondimento della Tradizione ebraica che si propone di offrire a piccole dosi alcuni elementi utili a conoscere i tratti essenziali dell’ebraismo. Per far questo vedremo, di volta in volta, alcuni termini fondamentali che si possono trovare all’interno del dizionario della vita spirituale ebraica.

Ad onor del vero, però, bisogna sottolineare un fatto: non è possibile tradurre tali termini con una semplice parola in italiano, perché l’ebraico è una lingua profondamente diversa dalla nostra, non solo per il suo registro linguistico ma anche perché è diversa la cultura in cui è nata e si è sviluppata nel tempo. Ad esempio in ebraico ci sono parole che derivano dalla stessa radice e sono considerate in relazione l’una con l’altra, riscontro che non si trova nelle traduzioni nelle altre lingue, tra cui l’italiano.

A tutto ciò si aggiunge un altro aspetto, quello più importante, ovvero il fatto che ogni parola porta con sé un significato simbolico che la rende densa, viva e dinamica; ridurre ad una singola parola il suo senso più intimo ed efficace sarebbe come snaturarla e privarla della sua dimensione più propriamente spirituale.

Nasce di conseguenza l’idea di proporre delle pillole di ebraismo accompagnando i termini non solo da una o più possibili traduzioni attraverso una parola o delle locuzioni, ma anche attraverso una spiegazione che possa narrare ciò di cui la parola è portatrice e come può aiutarci ad aprirci a nuovi modi di vedere e quindi di essere. Cominciamo dunque!

E YHWH disse ad Abramo: Vai per te, dalla tua terra, da dove sei nato, dalla casa di tuo padre, verso la terra che ti mostrerò. E ti renderò un popolo grande, ti benedirò e farò grande il tuo nome, e sarà una benedizione. Benedirò chi ti benedice, e chi ti maledice è maledetto. E saranno benedette attraverso di te tutte le famiglie della terra. (Gn 12, 1-3)

Le traduzioni delle parole ebraiche con le quali si apre la storia del patriarca Abramo sono molte: Và via, esci, vattene… Ma nessuna di queste riesce a rendere con profondità il significato che esse possiedono e men che meno il messaggio dirompente di cui sono portatrici. La Torah non ci dice nulla della vita di Abramo prima di questa ingiunzione, nulla sappiamo di lui. A differenza di Noè, di cui ci viene detto essere un uomo retto che camminava con Dio, Abramo è un perfetto sconosciuto tranne che per la sua terra d’origine, la città di Ur dell’antica Mesopotamia, nell’odierno Iraq.

Certamente molti midrashim (1) presentano Abramo prima della sua chiamata come un uomo alla costante ricerca di Dio, ma il fatto che la Torah faccia iniziare la sua storia nel più completo anonimato è significativo del fatto che sarà ciò che Abramo farà ed il cammino che intraprenderà a renderlo grande.

C’è dunque una terra di origine, un luogo familiare, tribale; c’è una promessa, un’apertura sul futuro, un profumo di realizzazione…  E c’è un’ingiunzione: Lekh Lekha, ossia Và per te. Abramo sa che quella promessa può concretizzarsi solo se partirà, solo se abbandonerà la sua terra, la sua famiglia, tutto ciò che conosce, tutte le sue sicurezze. E Abramo parte, senza esitazioni, senza tentennamenti. Volge lo sguardo all’ignoto e, seguendo la traccia di quel profumo, si incammina muovendo un passo dopo l’altro.

Non abbiamo forse anche noi come Abramo la nostra terra d’origine? Un luogo fisico, certo, ma se c’è un luogo che la Torah intende indicarci è senza dubbio un luogo interiore. Una terra fatta di convinzioni, concetti, modi di vedere la vita e di reagire ad essa e agli altri totalmente appresi, assorbiti in una fase in cui eravamo plastici e malleabili, e fragili. Il nostro bagaglio interiore di base è fatto fondamentalmente di poche cose: idee sugli altri, e soprattutto su noi stessi, che vogliamo tenere in piedi nonostante spesso e volentieri siano smentite e contraddette dai fatti. E questi modi di vedere e reagire sono disfunzionali, innescano reazioni che sono per noi fonte di grande sofferenza. Eppure sono le uniche cose che conosciamo e per questo nutriamo nei loro confronti un grande attaccamento. Di ciò è costituito il nostro mondo. Fisicamente, è proprio la nostra famiglia di origine, compresa la cultura in cui è immersa, il luogo in cui si formano, si concretizzano e si cristallizzano gli schemi di funzionamento meccanici ed inconsapevoli che ci caratterizzano. Non c’è nessuna promessa, nessuna apertura al futuro, solo eventi che si ripetono ciclicamente ed inesorabilmente nella nostra vita, prodotti dal nostro modo di essere e di funzionare, dalle nostre reazioni meccaniche che non conosciamo e di cui siamo schiavi.

Ai molti, sta bene così. Essi non riusciranno a cogliere l’invito della Torah. Ma se stai leggendo e riesci a sentire che qualcosa dentro di te risuona alla promessa di una realizzazione di cui senti appena il profumo, allora tendi l’orecchio perché la Torah ti sussurra: Và per te… lascia quei luoghi ed incamminati. Essa ti indica anche la direzione: Và per te, vai attraverso di te! Attraversati! In ebraico l’ebreo, cioè l’Iniziato, è chiamato Ha Ivrì, cioè colui che attraversa… Dunque affronta l’ignoto, conosciti e conoscendoti cambia te stesso liberandoti da ciò che di stesso ti rende schiavo. Allora potrai essere una benedizione per il tuo prossimo e per tutte le famiglie della terra, anche per la tua famiglia di origine.

Bibliografia:

Cipriani H. F., Voce di silenzio sottile, Giuntina, Milano, 2013.

Levy P., Il qabbalista, Servitium, Milano, 2002.


(1) Raccolta di testi della Tradizione che seguono il metodo esegetico di sviluppo del testo adattandolo e parafrasandolo al contesto del momento.

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