Il vino nelle tradizioni antiche

Il vino è storia e cultura, arte e poesia, un elisir profumato dal colore intenso, con una innata capacità di animare le tavole e in grado di aprire al dialogo con soave ebbrezza.

Già usato durante l’Età del Bronzo, il vino – quando usato ritualmente – ha da sempre permesso all’uomo di espandere la propria coscienza e di sviluppare una conoscenza attiva disancorata dal tempo. Strumento potente, il vino non è come il pane depositario di mistero, ma ne apre l’accesso.

Infatti entrambi vengono scelti dall’uomo per il banchetto sacro perché racchiudono valori archetipi: il pane rappresenta la fecondità, l’aspetto passivo e femminile, il vino l’elemento creativo e virile e dunque l’aspetto attivo e maschile.

Al tempo degli Etruschi con il vino si onoravano i defunti, insieme alla danza ed al suono dei flauti doppi. Il vaso che raccoglieva la sacra bevanda era la coppa. Smarrita la bevanda celeste, questa fu sostituita con la bevanda terrestre e come quella era immateriale, così questa prendeva la forma di un liquido inebriante che suscitava connubi con la divinità. Erano infatti diffuse pratiche religiose in onore di Fufluns, (Dioniso per i greci) il dio del vino, dolce nel sorriso e tremendo nell’ira.

Riti segreti e riservati agli iniziati, grazie all’ebbrezza provocata dalla bevanda, avevano l’obiettivo di raggiungere la “possessione” del dio nel mondo terreno, garantendo in anticipo una sorte felice nell’aldilà. D’abitudine non si beveva durante il pasto vero e proprio, ma prima e alla fine del convivio si brindava agli dei. Colui che si dedicava al vino veniva rappresentato nudo per indicare la rinuncia ed il distacco da qualsiasi altra attrazione e, nello stesso tempo, la volontà di allontanare da sé ogni falso pudore. Il vino era drogato e dolcificato col miele, per suscitare l’allegria tra i commensali e favorire la digestione.

La vite selvatica (Vitis vinifera sylvestris) era già presente nei boschi dell’area mediterranea; gli Etruschi infatti la conobbero proprio nei loro ambienti naturali ed avevano già imparato a raccoglierne i frutti. In seguito attraverso gli scambi commerciali con l’Oriente, in particolare con i vicini Greci, affinarono le loro tecniche di coltivazione. Essi facevano crescere le viti appoggiate a piante di olmo per far sì che crescessero più forti. Questa modalità di coltivazione veniva chiamata vite maritata (come moglie e marito), in quanto essa si avvinghiava all’olmo (come simbolo di amore indissolubile) senza interferire con la sua crescita e quindi in maniera non parassita, per raggiungere il più possibile la luce.

Durante la vendemmia una energia ebbra e giocosa coinvolgeva e afferrava tutti. Si cominciava con il tingersi le gambe nude di mosto; poi, onorando Fufluns, si giocava all’otre unto: venivano riposti in mezzo ad un prato degli otri colmi di vino e unti con l’olio vecchio: i contadini dovevano ballarvi sopra tra folli risate e capitomboli. Si portavano poi sull’altare di Fufluns vino e focacce.

I Latini parlavano di “vinus genialis”, ovvero apportatore di conoscenza. Nel simposio (seconda parte del banchetto greco e romano), esso facilitava la creazione poetica, musicale e la discussione filosofica. Nell’antica Roma la divinità associata al vino era Bacco.

In Palestina la maggior parte dei grappoli d’uva coltivati veniva utilizzata per fare il vino, solo in minima parte venivano mangiati freschi o fatti essiccare. Il miglior vino giungeva a Gerusalemme da Keruim, sulla costa sud-est del Mar Morto, dalla zona di Hebron a da Enged, sulla costa ovest del Mar Morto. Era una bevanda spessa, molto simile ad uno sciroppo, quasi sempre aromatizzato. Alcuni studiosi sostengono che la terra in cui ha origine il vino si trova tra l’attuale Georgia e l’Armenia. Nella Bibbia si narra infatti che Noè sceso dall’arca dopo il diluvio, piantò un alberello di vite, dando così vita ad una vitivinicoltura, sul versante nord del Monte Ararat. L’uva nell’antica Palestina veniva importata in Egitto sin dalla tarda Età del Bronzo (1500-1200 a.C.) e il Talmud registra l’esistenza di almeno 60 tipi di vino.

Per gli Egizi bere il vino significava nutrirsi delle divinità. Irrigavano le viti e non appena gli acini di uva raggiungevano una certa maturazione, raccoglievano i grappoli per poi pigiarli. Filtravano poi il mosto con delle tele dalle quali veniva tutto travasato in altri recipienti. Gli scriba si occupavano di tutto questo raffinato processo di elaborazione che si concludeva con la sigillatura degli otri contenenti il vino. Anche gli Egizi, come gli Etruschi, erano soliti insaporire questa sacra bevanda con spezie o miele.

Gli Assiro-babilonesi aggiungevano invece miele e mosto cotto al fine di bloccare la fermentazione, ottenendo così un vino dolce e bevibile per un maggior periodo di tempo, con l’obiettivo quindi di raggiungere un più elevato grado di conservabilità.

Per gli Ebrei la vite rappresenta l’albero della conoscenza; è per loro Simbolo della scienza del bene e del male, una sorta di albero cosmico che avvolge i cieli con i suoi tralicci e dove le stelle sono i suoi acini.

I Sumeri, antico popolo della Mesopotamia, veneravano la Dea Vite o Madre Vite, quest’ultima citata anche nella Saga di Gilgamesh dove l’eroe, penetrato nel giardino del Sole, vede alberi formati da pietre preziose tranne uno, la vite, nei cui pressi scopre Siduri, una divinità femminile intenta a mescere il vino. Gilgamesh si rivolge a lei per conoscere la via che conduce all’immortalità. La vite è simbolo di gioventù e vita eterna. La vite era anche detta “erba della vita” e forse è proprio per questo che il segno sumerico per la vita era rappresentato in origine da un pampino (foglia della vite).

Il Tantrismo indiano lo considera manifestazione della stessa essenza salvatrice che avvolge tutto e risolve ogni male.

Di questa magica bevanda si possono ipotizzare le origini e la provenienza, certamente legata a tradizioni antiche, di come veniva preparata, servita ed utilizzata; un velo di mistero però continua ad avvolgerla, e non è poi così difficile immaginare che questo inebriante elisir non appartenga a questo mondo … e chissà che gli Etruschi non avessero ragione nell’affermare che: “non esistono confini tra il vino e il mondo, tutto si amalgama, tutto si confonde”.

Concludendo, inebriamoci con i versi del poeta persiano Jalâl al-Dîn Rûmî:

Che altro può venire dallo zucchero se non la dolcezza? Che altro può fare la luna se non illuminare il cielo?

Che altro può esserci nel roseto se non colori che incantano il Cuore? Che altro può crescere sui nuovi rami se non foglie e fiori?

Che altro si trova nella stella di Giove se non la fortuna? Che altro si estrae da una miniera d’oro se non lo scintillante minerale?

Che altro può dare il sole spendente al rubino? Quale altra forma può ricevere un polmone dalla fontana della vita?

Che cosa accade all’occhio che vede lo splendore che ha creato la bellezza? Che cosa accade alla vista che ha veduto Dio?

Ci siamo consegnati all’entusiasmo, all’ebbrezza, alla venerazione della bellezza. Che altro potrebbe venire da noi, che altro potremmo fare per tutta la nostra vita?

In noi c’è una scintilla divina. Avanti, coppiere, versa il vino. C’è forse un discorso più breve del vino?

Se sei ebbro, inebriati ancora di più. Alto e basso per te smetteranno di esistere. Vai al di là di te stesso, non sapere più nulla. In fondo, a cosa serve conoscere?

Indossiamo abiti del colore del rosa. Diventiamo ebbri, folli. Che bene c’è nel sonno? Che bene c’è nel cibo?

O sultano Selahaddin, non lasciare la tua forma, non lasciare questo mondo. Mostra agli angeli che cosa c’è nell’uomo.

BIBLIOGRAFIA

Grasso S., Gli Etruschi tra cultura e cucina, Lighthouse, New York, 2014.

Vesco C., Guida alla cucina etrusca, Scipioni, Valentano, 2010.

Pavanello D., Cibo per l’anima, Mediterranee, Roma, 2005.

Berogno M., Urciuoli G., Gerusalemme: l’Ultima Cena, Ananke, Torino, 2015.

Rûmî J., Dīvān, Libreria Editrice Psiche, Torino, 2015.

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