Se sei un vero devoto… hai le mani in pasta!

Tra i concetti del sempre più ambito New Age, che offre una spiritualità light pronta all’uso, c’è indubbiamente quello della devozione o unione verso il divino. Qui, con l’aiuto di qualche bel corso studiato ad hoc, ispiratore di illusioni e promesse convincenti, è possibile essere traghettati verso sensazioni uniche, guidate da una facile emotività di poco conto. Finito il corso (e svuotato il portafoglio), con l’esercizio di qualche pratica meditativa, è fatta: abbiamo raggiunto uno stato di coscienza di unione col tutto e amiamo tutti… fino a quando non iniziano a darci fastidio, si intende! Ma è davvero così facile? O diremmo: è davvero così banale e semplicistico per cui basta dedicarsi alla meditazione per unirsi devotamente al divino?

Serve di sicuro un po’ di chiarezza, per cui rivolgendoci come spesso facciamo alla tradizione ebraica, scopriamo qualcosa di interessante che può aiutarci a mettere ordine in questo modo intricato di vedere le cose che rischia, ahimè, di appesantirci solo di una maschera in più: l’ipocrisia del santo illuminato.

Partiamo dalla parola devequt, parola ebraica che significa appunto devozione; approfondendo il significato di questa parola scopriamo il concetto di devozione come adesione, un aggrapparsi a Dio come unica ancora di salvezza interiore. A tal proposito è davvero esaustivo il passo del Deuteronomio al versetto 10.20: “ServiLo e attaccati a Lui”. Ecco il punto nodale! La devozione non è solo attaccamento a Dio, ma è allo stesso tempo Servizio. A cosa servirebbe infatti, un senso di unione col divino fine a se stesso? A nulla, se non a gonfiare un po’ il nostro ego che finirebbe col sentirsi tanto speciali da non doversi più occupare del prossimo. La devequt è, al contrario, secondo la mistica ebraica, il punto più alto di unione con Dio che si raggiunge col Servizio verso gli altri.

L’esempio lasciato dai più grandi Maestri della storia, infatti, il cui stato di coscienza era di certa unione col divino, vede loro stessi impegnati in prima linea nel Servizio a dedicare la loro vita ad occuparsi degli altri, in particolare di chi fosse seriamente intenzionato a compiere un percorso di liberazione da tutti quei meccanismi che generano sofferenza interiore e impediscono di sentirsi parte del divino.

Gli stessi patriarchi della Torah si occupavano delle loro greggi e del popolo, prendendosene costantemente cura mentre, allo stesso tempo, vivevano una condizione di devozione interiore e di dialogo continuo con la divinità. Mai, nel testo sacro, compare indicazione secondo cui i patriarchi godessero della loro beatitudine lontani da tutti, anzi è esattamente l’opposto: la loro vita era completamente dedicata al Servizio.

Alla luce di ciò si può certamente dire che il Servizio, inteso come tempo dedicato al prossimo che necessita di aiuto, è anche il mezzo attraverso il quale raggiungere un profondo stato di devozione, che è fondamentalmente azione, mettere le mani in pasta, un aggrapparsi a Dio per la propria liberazione così come per quella degli altri… e non a caso, il versetto del Deuteronomio sopra citato, mette il Servizio al primo posto.

Una prospettiva diversa dunque dall’idea che basti una semplice meditazione per unirsi a Dio… certamente è più impegnativo e può scoraggiare i meno volenterosi, ma insegna molto a farsi da parte in vista di qualcosa di superiore.

Bibliografia

Green A., Queste sono le parole, Giuntina, Firenze, 2002.

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5 pensieri riguardo “Se sei un vero devoto… hai le mani in pasta!

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  1. allineata al 100% . Il servizio e’ la base di tutto. La leadership

    autentica e sana e’ servizio a noi stessi e agli altri non solo a uno o all’ altro. 🦋

  2. Era l’articolo che attendevo. La riconferma della fiducia risposta nell’associazione, che ritiene imprescindibile “il servizio”, quel “servizio alla base di tutto” come sottolinea Elisabetta. Mi sforzerò di concretizzare questo Principio nella vita di tutti i giorni, cercando di vincere la mia atavica imperizia.

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