Oltre “Il Leone Rosso”: l’eredità misteriosa di Mária Szepes

Chi è rimasto affascinato da Il Leone Rosso di Mária Szepes sa che non si tratta di un romanzo come gli altri. Sa anche, forse, che certi libri non si limitano a raccontare una storia: preparano qualcosa.

Quello che quasi nessuno sa è che, per l’autrice ungherese, Il Leone Rosso non era affatto un punto di arrivo. Era un inizio. Un’opera necessaria, sì, ma ancora incompleta. Un preludio.

Il centro reale del suo lavoro, quello che considerava il più maturo, il più rischioso e il più vivo, portava un altro nome: I sette discepoli di Raguel.

Un’opera monumentale, composta nell’arco di quasi trent’anni, che Szepes descrisse come il cuore pulsante del proprio sapere interiore. Non un sapere teorico, non una costruzione intellettuale, ma qualcosa che doveva essere vissuto, attraversato, messo alla prova.

Non a caso lo definì un “messaggio dentro una bottiglia”, affidato al tempo e destinato non ai molti, ma ai pochi disposti a riconoscerlo.

Un testo che sceglie i suoi lettori

I sette discepoli di Raguel non è mai stato tradotto in nessuna lingua diversa dall’ungherese. Non per dimenticanza editoriale, non per scarsa importanza. Al contrario.

È un testo imponente, enigmatico, iniziatico nel senso più serio del termine. Un’opera che non cerca di piacere, né di spiegarsi fino in fondo. Un libro che, per usare le parole dell’autrice, doveva restare integro fino a quando qualcuno fosse stato pronto a custodirlo e a tenerlo vivo.

Sì, lo state intuendo. Abbiamo letto e studiato I sette discepoli di Raguel attraverso una traduzione privata, realizzata con grande fatica e ancora maggiore dedizione. Non per “portarlo al pubblico”, ma per comprenderlo davvero.

E più lo si attraversa, più diventa chiaro che non si tratta di un semplice romanzo.

La trama, o meglio: il dispositivo

La vicenda si apre nel castello di Mythenburg, in Svizzera. Un luogo che non è solo uno scenario, ma una soglia. Qui sette persone, provenienti da esistenze e mondi interiori radicalmente diversi, vengono convocate da una figura enigmatica: Monsieur Raguel.

Nulla è casuale nella loro scelta. I sette protagonisti incarnano infatti i sette tipi planetari della tradizione ermetica; sette modalità fondamentali dell’essere umano, sette forze che agiscono nell’anima e nel destino.

Sotto la guida di Raguel – figura biblica legata alla giustizia, al karma, all’equilibrio tra causa ed effetto – inizia un percorso che non ha nulla di rassicurante. Non è un cammino di auto-miglioramento, ma di spoliazione. Non aggiunge, ma toglie.

Attraverso pratiche interiori e profonde immersioni nella memoria dell’anima, ciascun discepolo viene condotto a confrontarsi con ciò che precede questa vita: scelte antiche, nodi irrisolti, forze ancora attive. Non per nostalgia del passato, ma per prepararsi a qualcosa che riguarda il futuro dell’umanità intera.

Il testamento di una vita

Per Mária Szepes, I sette discepoli di Raguel non era un romanzo come gli altri: era una sintesi finale.

Iniziò a scriverlo nel 1948, a mano, curiosamente sul retro di una bozza de Il Leone Rosso. Lo concluse solo nel 1977. Lo considerava la continuazione diretta e la “reincarnazione spirituale” delle sue opere più note, ma anche qualcosa di diverso: un testo rivolto non al passato, bensì ai conflitti distruttivi del XXI secolo.

In questo senso, I sette discepoli di Raguel è il vero testamento alchemico di Szepes. Non una dottrina, ma una mappa. Non una risposta, ma una chiamata. E non tutti, va detto, sentono quella chiamata allo stesso modo.

Perché ne parliamo. E perché ora.

Non pubblicheremo I sette discepoli di Raguel. Almeno, non ancora. I motivi sono diversi; uno dei quali è che la traduzione dovrebbe essere validata da un madrelingua ungherese per rispettare in pieno le necessità editoriali, e nessuno di noi lo è.

Ciò che invece possiamo fare – anzi, che sentiamo di dover fare – è un’altra cosa: condividere il messaggio vivo del testo. Non la trama completa, non le parole del romanzo, ma ciò che I sette discepoli di Raguel trasmette a chi lo attraversa davvero: le domande che pone, le fratture che apre, le responsabilità che consegna al lettore.

Abbiamo deciso allora che, nel corso del 2026, dedicheremo a quest’opera alcune conferenze, video, podcast e articoli, tutti naturalmente ad accesso libero e gratuito. Si tratterà di un lavoro di restituzione e di custodia, non di divulgazione superficiale; un modo per tenere il messaggio in circolazione senza tradirlo.

Non promettiamo rivelazioni facili né risposte consolatorie. Nemmeno contenuti “effetto wow” commentati dall’alto, o interpretazioni alla luce di chissà quali nuovi messaggi messianici o teorie new age moderne. Promettiamo però una cosa sola: Raguel non verrà trattato come un mero contenuto. E oggi, questo, non è poco.

I sette discepoli di Raguel di Mària Szepes

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