Ci sono viaggi che hanno il sapore di pellegrinaggi. Possono durare anche solo pochi giorni, ma la loro intensità li rende qualcosa di profondamente diverso da una semplice visita turistica.
Non è la distanza a determinarne il valore, né il numero di monumenti visitati, né la lista diligente delle tappe segnate sulla mappa. A volte basta varcare una soglia, leggere il nome di una strada nota, entrare in una stanza carica di memoria, perché il viaggio smetta di essere uno spostamento nello spazio e diventi un attraversamento interiore.
Dopo mesi di faticose ma entusiasmanti traduzioni delle opere più importanti e profonde di Mária Szepes, nota al grande pubblico soprattutto per Il Leone Rosso, abbiamo organizzato un viaggio a Budapest tra noi membri dell’Associazione Per-Ankh alla scoperta dei luoghi menzionati nei suoi romanzi, nei suoi scritti autobiografici e nei ricordi legati alla sua vita.

Per noi non si trattava soltanto di rendere omaggio a una scrittrice. Mária Szepes è stata – e continua a essere – una figura capace di unire immaginazione, ricerca spirituale, simbolismo e trasmissione interiore. I suoi libri non costruiscono soltanto mondi narrativi: aprono varchi, pongono domande, costringono il lettore a confrontarsi con ciò che, nell’essere umano, cerca un senso più alto.
Eravamo dunque pronti a seguire le tracce dei personaggi che avevano nutrito le nostre letture, trasformando il viaggio in avventura iniziatica attraverso il tocco dell’autrice. Ed eravamo pronti anche ad assaporare gli spazi della città in cui Mária aveva vissuto, pensato, scritto e custodito il proprio insegnamento. Ed è stato un viaggio realmente significativo.
Budapest si è rivelata ai nostri occhi nella sua duplice veste: da un lato la città storica, architettonica e artistica, con la sua bellezza severa e luminosa; dall’altro una Budapest più intima, nascosta, quasi sotterranea, legata ai racconti dell’autrice, alla sua infanzia, alla sua formazione e alla lunga fedeltà a una via interiore non sempre facile da custodire nel mondo.
Il cuore di questo viaggio è stato indubbiamente la visita alla casa in cui Mária Szepes visse per diversi anni, fino alla fine della sua lunga vita. Siamo in Júlia utca 13. Non si tratta di una casa-museo fredda, ordinata secondo una logica espositiva, ma di un appartamento ancora attraversato da una presenza. Un luogo semplice, in una zona residenziale di Budapest, dove avevamo appuntamento con alcuni membri della Fondazione a lei dedicata.
Siamo arrivati a piedi, attraversando la città. Abbiamo riconosciuto subito l’edificio grazie alla targa commemorativa posta sulla parete esterna. In quel momento, prima ancora di entrare, qualcosa si è raccolto. La targa non indicava soltanto un indirizzo: segnava una soglia.

Salire quelle scale, avvicinarsi al secondo piano, sapere che stavamo per entrare nello spazio in cui Mária aveva vissuto, ricevuto persone, trasmesso insegnamenti, scritto e custodito il proprio lavoro, ha reso il gesto più solenne di quanto avessimo previsto. Alla porta ci attendeva Márta, la persona con cui avevamo mantenuto i contatti fino a quel momento.
Varcare quella soglia è stata un’emozione forte, ma non teatrale. Piuttosto, è stata una commozione quieta, fatta di rispetto e attenzione. Appena entrati, siamo stati accolti in un salotto ricco di fotografie di Mária, quadri, libri e simboli provenienti da diverse tradizioni spirituali: non semplici oggetti decorativi, ma tracce di una vita interamente rivolta alla ricerca.
Erano presenti diverse persone della Fondazione Mária Szepes, che ci hanno accolti con un calore raro. Tra loro c’era Csaba, presidente della Fondazione, che ha conosciuto e frequentato Mária per molti anni e che, insieme a lei, ha contribuito alla nascita del progetto destinato a custodire e diffondere il suo lascito.
La Fondazione non rappresenta soltanto un’istituzione culturale. È, in un certo senso, la prosecuzione di una responsabilità: mantenere viva un’opera che non appartiene solo alla letteratura, ma a una visione dell’essere umano, della conoscenza e della trasformazione interiore.
Dopo pochi minuti, la formalità si è sciolta. Non eravamo più semplicemente ospiti italiani in visita a Budapest, seduti nel salotto di una scrittrice amata. Eravamo persone raccolte intorno a una memoria viva, accomunate da un filo invisibile che superava le differenze linguistiche.
Mentre Csaba parlava in ungherese, le parole ci erano naturalmente incomprensibili. Eppure in alcuni momenti, in attesa della traduzione in inglese, qualcosa arrivava lo stesso: il tono, l’intensità, la commozione, la forza dei ricordi. Non capivamo la lingua, ma comprendevamo il senso. O meglio: percepivamo la qualità di ciò che veniva trasmesso. A volte la comunicazione passa per strade più antiche della grammatica.

Ognuno dei presenti custodiva un ricordo particolare di Mária. Incontri diversi, avvenuti in momenti differenti della propria vita. Eppure tutti sembravano convergere verso lo stesso sentimento: la percezione di essere stati toccati da una presenza amorevole, lucida, esigente e profondamente trasformativa.
Ci è stato raccontato che quell’appartamento fu anche il luogo in cui Mária trasmise i suoi insegnamenti agli studenti, dal dopoguerra fino agli anni Novanta. Per lungo tempo, questi incontri avvennero in modo riservato, quasi clandestino, in un clima storico e politico in cui certe forme di ricerca spirituale non potevano essere espresse liberamente.
Solo nel 1990 i suoi libri poterono circolare apertamente. Prima di allora, durante gli anni del regime comunista, le sue opere erano state proibite, bruciate o costrette a una circolazione nascosta, attraverso copie e fotocopie passate di mano in mano. Questo dettaglio, ricordato proprio in quella casa, ha dato a tutto un peso diverso.
Non stavamo soltanto visitando il luogo di una scrittrice. Stavamo entrando in uno spazio in cui, per decenni, alcune persone avevano continuato a incontrarsi, studiare, trasmettere e custodire una conoscenza a rischio. In quel salotto, la spiritualità non era un ornamento da scaffale, ma qualcosa che aveva richiesto coraggio, discrezione e fedeltà.

Durante l’incontro, durato diverse ore, si è creata un’atmosfera difficile da ridurre a parole. Ma forse non è necessario definirla troppo. Bastava osservare i volti, i silenzi, il modo in cui ciascuno ascoltava l’altro, per sentire che non si trattava di una visita ordinaria.
In uno dei momenti più toccanti, Márta ha parlato del libro L’Alleanza Sacra, che aveva tradotto dall’italiano e letto. Nel nominare Antonio – il protagonista della biografia, e della nostra storia – si è commossa, riconoscendo un filo d’oro tra il lavoro che sta dietro la nostra Associazione e l’universo spirituale di Mária Szepes. È stato uno di quei momenti in cui il passato e il presente sembrano toccarsi per un istante, senza bisogno di spiegare troppo.
L’incontro si è concluso con abbracci affettuosi e con molti libri di Mária Szepes ricevuti in dono. Ma ciò che avevamo vissuto non è rimasto chiuso in quell’appartamento: ci ha accompagnati anche dopo, durante la cena, quando il gruppo è rimasto avvolto in una sorta di raccoglimento silenzioso. Non era stanchezza: era piuttosto la sensazione di aver ricevuto qualcosa che chiedeva tempo per depositarsi.
La tappa successiva è stata Rákóczi út 51, il luogo in cui Mária trascorse parte della propria infanzia, in un appartamento al quarto piano dello stesso edificio in cui alcuni di noi soggiornavano. La coincidenza, già di per sé curiosa, ha assunto per noi un valore particolare.

Mária visse lì in giovanissima età, insieme alla famiglia e al fratello, da lei considerato una sorta di anima gemella spirituale. Proprio in quel periodo, entrambi scoprirono e alimentarono la passione per gli insegnamenti esoterici, allenando una forma di immaginazione intensissima, capace di trasformare gli spazi ordinari in luoghi interiori.
Il palazzo si presenta ancora oggi con un aspetto severo, decadente, quasi sospeso. Non ha nulla della bellezza addomesticata dei luoghi turistici. È un edificio che porta addosso il peso del tempo, con i suoi ballatoi, le sue ombre, le sue pareti segnate. E proprio per questo, forse, riesce a dire qualcosa.
Con qualche fortuito “escamotage” siamo riusciti a visitare il ballatoio dove Mária aveva vissuto. Trovarsi lì, davanti a quell’ambiente così concreto, così poco idealizzato, ci ha portati a riflettere sulla qualità della sua infanzia e sulla sua straordinaria capacità di trasfigurare la realtà.
Quello che, a uno sguardo ordinario, potrebbe sembrare un luogo cupo, persino inquietante, divenne per lei infatti uno spazio abitato da immagini, presenze, intuizioni e significati. Mária riuscì a trasformare un ambiente difficile in una sorta di stazione dimensionale, per usare una sua immagine: un punto di passaggio tra il mondo visibile e quello invisibile, tra la materia pesante dell’esistenza e la libertà creativa dello spirito.
Questa forse è una delle lezioni più forti che il viaggio ci ha consegnato. Non sempre il luogo in cui nasciamo, cresciamo o soffriamo è luminoso. A volte è stretto, faticoso, ruvido, persino ostile. Ma lo sguardo interiore può trasformarlo. Non negarlo, non abbellirlo artificialmente, ma trasmutarlo.
Come una ninfea che affonda le proprie radici nel fango dell’acqua stagnante per restituire un fiore candido, così Mária sembra aver tratto da quei luoghi una forza immaginativa e spirituale capace di nutrire tutta la sua opera.
Camminare dove lei aveva camminato, sostare davanti agli spazi che avevano accompagnato la sua infanzia, provare a intuire qualcosa dei suoi pensieri e delle sue prime aperture interiori, ci ha fatto sentire ancora più vicini al suo mondo: alle difficoltà che dovette sostenere, alla disciplina con cui portò avanti la propria ricerca, al coraggio necessario per custodire un insegnamento in tempi non favorevoli.
La visita nei luoghi più insoliti ma preziosi di Budapest è continuata anche grazie ai suggerimenti delle persone della Fondazione Mária Szepes. Non erano mete turistiche nel senso comune del termine. Erano piuttosto luoghi laterali, appartati, a volte quasi nascosti, capaci però di aggiungere nuove risonanze al nostro percorso.

In quei giorni Budapest ha smesso di essere soltanto una città da attraversare: è diventata una trama. Ogni strada, ogni incontro, ogni coincidenza sembrava aggiungere un filo. Alcuni episodi inattesi hanno rafforzato la sensazione che il viaggio avesse una sua logica segreta, non programmabile, non del tutto spiegabile.
Naturalmente si può sempre dire che le coincidenze sono soltanto coincidenze. È una posizione rispettabile, soprattutto per chi ama vivere in un mondo arredato con mobili componibili e spiegazioni lineari. Ma vi sono momenti in cui gli eventi sembrano disporsi secondo una qualità diversa, come se qualcosa si lasciasse intravedere proprio quando si smette di pretendere di afferrarlo.
L’ultimo giorno, in autobus, uno strano silenzio ha avvolto il nostro gruppo. Non era un silenzio vuoto. Era una riflessione comune, vissuta senza bisogno di parole. Ognuno sembrava ripercorrere interiormente gli stimoli ricevuti, la forza degli incontri, la memoria dei luoghi, lo spirito di gruppo che si era creato tra i partecipanti e che, in più di un’occasione, aveva attirato situazioni inusuali.
Tornavamo da Budapest con una percezione chiara: ciascuno di noi aveva ricevuto un messaggio da custodire. Non necessariamente un messaggio esplicito, traducibile in una frase. Piuttosto, un’impressione profonda, una domanda, una direzione, una consegna interiore.
Gli incontri, i luoghi visitati, le parole scambiate e i silenzi condivisi avevano composto, giorno dopo giorno, una trama sottile di esperienze e intuizioni. Budapest non è stata soltanto la meta di un viaggio. È stata uno spazio interiore attraversato insieme: un luogo in cui memoria, immaginazione e Insegnamento si sono intrecciati, lasciando in ciascuno di noi un segno vivo e silenzioso.
E forse è proprio questo che distingue un pellegrinaggio da una semplice visita: non si torna soltanto con qualcosa da raccontare, ma con qualcosa che continua a lavorare dentro. In attesa della prossima soglia da attraversare.
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Grazie ragazzi per aver condiviso questa sacra esperienza.
Traspare dal racconto l’ intensità e l’ emozione, per un momento ho avuto la pelle d’ oca.
Un intenso abbraccio
Roberta