Nei testi evangelici l’immagine del sepolcro imbiancato non è una metafora gentile. Indica ciò che appare luminoso, puro e rassicurante, ma che interiormente ha cessato di essere vivo.
L’episodio che riportiamo qui è una testimonianza reale e verificata, e mostra come questo stesso meccanismo sia oggi perfettamente operativo anche negli spazi digitali dedicati alla spiritualità, dove l’estetica del messaggio può facilmente sostituirne la sostanza.
In un angolo remoto dell’Inferno, due diavoli amici si incontrarono.
Uno dei due saltellava con entusiasmo, come un bambino che ha appena ricevuto un dono inaspettato. L’altro, più cupo e riflessivo, lo osservava con sospetto.
“Che ti prende?” Chiese. “Perché sei così fuori di te dalla gioia?”
Tutti conosciamo gli slogan di certi personaggi famosi, come il celebre «Siate folli, siate affamati» di Steve Jobs. Un messaggio bello, per carità, ma forse più emozionale e momentaneo che realmente profondo e applicabile.
In altre parole: chi sarà mai riuscito davvero a far proprio questo slogan, a portarlo nella vita concreta, quotidiana? Normalmente questo tipo di messaggi infiamma i cuori nell’istante in cui li si ascolta, ma dopo pochi minuti tutto torna esattamente com’era prima.
Non perdiamoci d’animo però. Lasciamoci stupire dal fatto che slogan simili, molto meno noti ma infinitamente più densi di quella forza vitale e spirituale che può davvero lasciare un segno dentro di noi, pulsano dietro i veli delle antiche tradizioni, dove i concetti religiosi si dissolvono per far emergere gli insegnamenti iniziatici.
Volete un esempio? A questo punto, ci sembra giusto.
Siamo spesso in affanno, inseguendo le lancette dell’orologio in una corsa contro un tempo che ci sfugge di mano. Quante volte, arrivando a sera, ci accorgiamo che la giornata è già finita? Quante volte abbiamo pronunciato la frase: non ho tempo per me? I dispositivi digitali, nati per semplificarci la vita, ci hanno sottratto la capacità di percepire il fluire: immersi negli schermi, vediamo le lancette accelerare mentre perdiamo il ritmo naturale dell’esistenza. E poi commentiamo con i colleghi: “ma sai che ho la percezione che il tempo sia accelerato?”
Se pensiamo alla parola ritualità la nostra mente tende immediatamente a collegarla a qualcosa di religioso, sacro e solenne, collocato in un tempo e in uno spazio lontani dalla nostra esperienza quotidiana, se non nei momenti in cui la partecipazione a un rito collettivo diventa inevitabile, come una cerimonia o una festa tradizionale. Questo accade perché siamo abituati a racchiudere l’idea di ritualità entro i confini di contesti formali e separati dalla dimensione ordinaria, come se il rituale appartenesse esclusivamente a una sfera altra, quasi intoccabile, senza nulla a che vedere con il fluire della nostra quotidianità.
C’è una storia che è stata impressa in ognuno di noi, un simbolo, un insieme di significati impacchettati e preconfezionati. Un’immagine: un giardino pieno di delizie, un albero, una mela, un serpente, una donna tentata e tentatrice che induce l’uomo a peccare… Una punizione, una condanna trasmessa per via ereditaria, una condizione di sofferenza e di felicità perduta. Stiamo naturalmente parlando del Peccato del Primo Uomo, definito Peccato originale.
“Il mondo non esiste, è un’illusione!” Quante volte in ambito spirituale abbiamo sentito parlare della matrix, del mondo illusorio o abbiamo ascoltato il saggio guru campione di visualizzazioni sui social che, pronunciando bei concetti con parole suadenti, è riuscito proprio a convincerci che il mondo che viviamo non è reale.
Il giorno dopo però spiegarlo al capo, dopo che abbiamo commesso il solito errore grossolano che ci contraddistingue, non è stato così facile.
Care amiche, gentili amici, siamo lieti di annunciarvi l’inizio del corso di Tai Chi Chuan Tradizionale presso la sede dell’Associazione Per-Ankh in provincia di Torino.
Secondo una grossa parte del pensiero occidentale la realizzazione massima di se stessi coincide con l’acquisizione di un certo grado di libertà, e questa libertà spesso si manifesta nel desiderio di svincolarsi dal qualsiasi tipo di legame perseguendo invece un percorso unicamente personale, dove i propri bisogni sono posti al centro ed è necessario lottare per soddisfarli. L’idea di libertà non viene certo associata alla relazione con l’altro, anzi è comune percepire gli altri come un peso, come qualcuno di intralcio ai nostri piani, qualcuno che non ci capisce e a cui dare fiducia è pericoloso.
Desideriamo informarvi che il libro in questione è stato correttamente rimosso dalla vendita in seguito a nostra segnalazione. Tuttavia, la scheda del libro risulta ancora visibile su Amazon e altre piattaforme.
Precisiamo che si trattava di una pubblicazione non autorizzata, con la quale la nostra Associazione non ha mai avuto alcun tipo di collaborazione, nonostante il nostro nome compaia nella descrizione.
Il libro originale e completo è I Dialoghi con il Druido, dell’autore Seabhac Geal, nella sua edizione cartacea ufficiale già presentata.
Come sappiamo, il sistema di conoscenza Tolteco è stato reso noto al grande pubblico grazie alla popolarità raggiunta dai libri di Carlos Castaneda. Prima della loro pubblicazione questa antica tradizione era avvolta dalla segretezza, trasmessa soltanto all’interno di piccoli gruppi, tra uomini e donne che vi accedevano per via diretta e riservata.
Forse da tempo sentiamo di essere alla ricerca di qualcosa di più per la nostra vita, inizialmente senza riconoscere cosa dentro di noi ci animava. Spinti da questo anelito forse abbiamo indossato abiti di ogni foggia provando ad inserirci in contesti sociali che promettevano visibilità e riconoscimenti, abbiamo cercato persone sempre più interessanti con le quali condividere il nostro tempo, abbiamo mirato ad una certa posizione lavorativa o cercato il lavoro perfetto, dando per scontato che quello che stavamo facendo sicuramente non andava bene. Possiamo anche esserci avvicinati ad un ambito spirituale, frequentando prima un corso poi un altro, magari al cospetto di qualche guru dal forte carisma… ma anche questo non ha saziato la nostra ricerca.
La figura della donna nel Giappone antico è affascinante e al tempo stesso complessa. Essa racchiude in sé un’aura di tradizionale leggiadria. L’immagine stereotipata di una figura passiva e sottomessa, spesso legata all’eleganza immobile di figure come le geishe, il cui compito principale era intrattenere i clienti, è solo una delle tante sfaccettature di una realtà ben più articolata.
Contrariamente a quanto si possa pensare, le donne giapponesi hanno goduto di un periodo di relativa indipendenza in un’antica società matriarcale. In questa fase, le donne avevano la possibilità di studiare, praticare le stesse discipline degli uomini, ereditare e gestire proprietà, esercitando un potere significativo nella società.
Tuttavia, con l’avvento dello Shogunato nel XII secolo e l’ascesa dei samurai, si assistette a una graduale transizione verso una società patriarcale. Il potere femminile venne progressivamente limitato, relegando le donne alla sfera domestica e alla difesa della casa e di se stesse, spesso attraverso l’uso di armi maschili.
Nel cammino spirituale, ci imbattiamo spesso in mappe, simboli e racconti che ci offrono chiavi per comprendere la realtà. Una delle più affascinanti è la Tavola di Cebete, un’opera allegorica antica di almeno 2000 anni che, attraverso un dipinto immaginario, ci invita a esplorare le tappe della vita umana, dalla schiavitù dell’illusione alla liberazione della saggezza.
La sua forza risiede nel fatto che non è legata a una religione specifica o a un culto tradizionale, ma esplora temi universali e profondamente spirituali, come il senso della vita, il cammino verso la saggezza e la liberazione dalle illusioni.
Ma cosa ci svela davvero questo antico testo? È una guida alla salvezza o un monito sulla fragilità umana? Ecco i passaggi principali, tradotti per il viandante moderno.
Ognuno di noi conosce sommariamente cosa o chi fossero i Samurai: gli antichi guerrieri giapponesi che sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo ormai da molti anni. Libri, produzioni cinematografiche, fumetti, hanno ormai permeato la nostra cultura di informazioni riguardo a quello che è divenuto il prototipo del guerriero per antonomasia: forte, risoluto, dotato di grande maestria nelle arti marziali e senso dell’onore.
Nel percorso iniziatico e nella ricerca della crescita personale, spesso si cercano condizioni ideali: un ambiente tranquillo, mentori comprensivi e una vita priva di ostacoli significativi. Tutto deve andare bene, tutto deve essere tranquillo e liscio. Sicuri? Prendiamo la tradizione tolteca, così come riportata dagli insegnamenti di Carlos Castaneda: ben lungi dal proporre un’esistenza tra cuscini di seta, questa tradizione offre una visione radicalmente diversa – ed una prospettiva di crescita radicalmente diversa.
Peter Deunov, noto anche come Beinsa Douno, è stato un filosofo, mistico e insegnante spirituale bulgaro vissuto tra il 1864 e il 1944. Da molti è conosciuto per aver fondato la Fratellanza Bianca Universale, un movimento spirituale che mescola influenze cristiane ed esoteriche, Deunov ha posto infatti l’accento su concetti fondamentali come la crescita spirituale, l’amore per l’umanità e l’armonia tra mente, corpo e spirito. Il suo pensiero si basa su un approccio olistico che integra elementi di cristianesimo, filosofia orientale e pratiche spirituali, promuovendo valori universali come la compassione, la purezza interiore, la giustizia e l’amore.
Nel cerchio, siamo tutti uguali. Non c’è nessuno di fronte a voi e nessuno dietro di voi. Nessuno è al di sopra di voi. Nessuno è al di sotto di voi. Il cerchio è sacro perché è stato progettato per creare l’unità. Sapienza Lakota
Per i Nativi è un fondamento vivere e lavorare in accordo con le leggi della natura, non contro di esse. Questo lo chiamano vivere nel Cerchio Sacro della vita o Ciangleska Wakan, conosciuta anche come la Ruota di Medicina.
Prima di introdurre il tema, è fondamentale sottolineare che il concetto di cura presso i Nativi Americani è ben diverso da quello occidentale: per i Nativi è più importante la guarigione dalle cause della malattia che la cura della stessa o, peggio, solo del sintomo; il loro concetto di medicina è incentrato sul benessere dell’uomo, e non sulla soppressione dei sintomi.
Fin dall’antichità l’essere umano ha sempre sentito una forte attrazione verso ciò che lo circondava, sia a livello terreno che celeste.
La curiosità e il desiderio di comprendere i significati più nascosti lo spinsero a studiare, sperimentare e ricercare un nesso che mettesse luce su di sé, sui motivi dell’esistenza e della permanenza su questo mondo, sulla possibile connessione tra terra e cielo, tra uomo e Divinità. Iniziò quindi a porsi delle domande, dalle più semplici alle più complesse, dalle più tecniche alle più astratte, registrando ed osservando i movimenti del sole e della luna e all’influenza che essi avevano sulla vita. Incominciò quindi a chiedersi: Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando? Qual è il mio scopo nella Vita?
Non ci aspettavamo di ricevere commenti tanto interessanti e stimolanti, e abbiamo pensato fosse un peccato non valorizzarli. Eccoli dunque in un articolo, un articolo che possiamo considerare a tutti gli effetti “nostro”, il primo frutto del rapporto tra te e noi dell’Associazione Per-Ankh. Grazie a tutti e complimenti.
Geomanzia, il cui significato è divinazione per mezzo della terra, è un termine che deriva dal greco gea, che significa terra, e manteìa, che significa, per l’appunto, divinazione. Il primo ad utilizzare questo termine per definire tale Arte divinatoria fu Ugo di Santalla, prolifico traduttore spagnolo del XII secolo. Egli, infatti tradusse un trattato arabo in cui veniva trattata una forma di divinazione per mezzo della sabbia che veniva definita Ilm-al-raml, letteralmente: Scienza della sabbia.