Errare humanum est… se impariamo dagli errori!

Influenzati da una prospettiva culturale che spesso associa il fatto di ammettere i propri errori ad un atto di estrema debolezza, nonché abituati a coccolare con cura il nostro orgoglio, rimaniamo ancorati alle nostre ragioni, difendendo la nostra verità (?) senza metterci in discussione, con il risultato che, a volte, in qualche momento di lucidità interiore, ci accorgiamo di aver addirittura smarrito il senso della verità.

Come uscire, dunque, da tale labirinto, senza portare a casa troppi danni?

A tal proposito, Haim Baharier, ebreo di origine polacca e grande studioso di esegesi biblica, ricorda le parole di Gaston Baschelard, filosofo francese del 1800 che soleva dire: “Non vi sono delle verità prima, quello che abbiamo a disposizione sono gli errori prima”.

Certo è un modo elegante per spiegare che il nostro percorso è spesso pieno di errori, ma è sicuramente confortevole pensare al fatto che proprio da questi errori possiamo imparare, anzi è assolutamente più ricco e profittevole poter imparare da essi, che non da quelle che consideriamo verità, soprattutto quando ci affidiamo ad esse con un atteggiamento fideistico, cosa che non può portare a nulla di buono.

Per i più curiosi, molto interessante è in questo senso la lettura della Bibbia, un susseguirsi di racconti apparentemente ricchi di violenza e crudeltà, ma che in realtà sono la storia dei nostri errori e come tali possono essere letti. Difficile, infatti, leggere e comprendere la Bibbia nel suo significato più segreto, allora perché non leggerne gli errori, ovvero ciò che da sempre porta l’uomo a sbagliare vittima dei suoi impulsi, delle sue ambizioni e della sua sete di conquista (non solo di territori da occupare, ma anche di spazi in cui affermare la propria immagine).

Si possono citare alcuni racconti, tra i più noti in assoluto, che sono banalmente considerati esempi di debolezza umana e colpiscono particolarmente, quasi deludono, perché si tratta di personaggi sui quali si investe un certo credito nella lettura, per poi scoprire che falliscono miseramente… proprio come gli uomini comuni con le loro più becere meschinità.

Così Adamo ed Eva cedono alla seduzione vincente del serpente e disobbediscono; Caino versa il sangue del fratello Abele lasciandoci senza fiato; Abramo mente definendo la moglie Sara come sua sorella; Giacobbe inganna tutti con le sue bugie per quasi tutta la sua vita; Saul tenta di uccidere il figlio Davide per invidia del suo successo; Davide fa uccidere Uria e commette adulterio con Bet-Sabea; Salomone prende mogli e concubine di altre nazioni e commette idolatria con i loro dèi… e così via.

Se ci fermiamo alla superficie, davvero non si può dire, a fronte di tali episodi, che questi personaggi diano il buon esempio. Peccato che in tutta questa narrazione di errori e di tragedie umane, che si consumano a danno di altri malcapitati, non si metta sufficientemente in luce il loro percorso di comprensione e ravvedimento – la Teshuvà – che porta nuova luce nella vita di tutti questi personaggi che potremmo definire letteralmente eroi.

Eroi perché hanno avuto il coraggio di accettare di aver sbagliato, di ammettere i loro errori… eroi per aver voluto rompere gli schemi, per la loro forza interiore nel voler recuperare… eroi per il rifiuto di piangersi addosso, di non accontentarsi dei sensi di colpa e della mediocrità del giudizio personale e altrui, e ancora… eroi per l’encomiabile volontà di non perdere la speranza che le cose possono effettivamente cambiare se cambiano dentro di noi, alla radice.

Rabbi Bunam diceva ai suoi adepti Chassidim: “La grande colpa dell’uomo non sono i peccati che commette; le tentazioni sono tante e potenti e la forza dell’uomo è poca! La grande colpa dell’uomo è che, in ogni momento, potrebbe convertirsi e non lo fa”.

A scanso di equivoci, cosa si intende per conversione? Certamente non si tratta di cambiare il proprio orientamento spirituale…Rabbi Bunam non era solito fare proselitismo! Qui si parla di trasformazione, di profondo cambiamento interiore, volutamente cercato e volutamente indotto con un radicale giro di volta, nell’atteggiamento di tutti giorni, verso le persone con le quali ci relazioniamo nelle diverse situazioni. Presupposto essenziale: la verità.

Convertirsi è dunque fare Teshuvà, è creare un nuovo spazio dentro di sé in cui entra una nuova luce: la verità che offre il dono della comprensione. Verità e comprensione viaggiano imprescindibilmente insieme nel tentativo di riparare ad un errore commesso; infatti se non c’è alla base un reale sforzo sincero di osservare con scrupolosa obiettività i fatti che sono avvenuti, non sarà possibile comprendere le sottili dinamiche del lato sinistro/inconscio, che muove i fili della nostra marionetta.

Senza questo nuovo approccio alla vita, non sarà possibile imparare dai nostri errori, anzi, continueremo a sbagliare e probabilmente a soffrirne, incolpando sempre qualcosa o qualcun altro. Ma se apriamo un po’ di più gli occhi interiori per cercare attorno spiragli di salvezza, piccoli grandi aiuti possono attrarci come luci lampeggianti.

Per esempio, è interessante da questo punto di vista fare un piccolo sforzo per fermarsi a riflettere sulla parola verità in ebraico, che si pronuncia emet e si scrive con le lettere Alef-Mem-Tav. Osserviamo come la Alef e la Tav sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, proprio come sono disposte all’interno della parola. Allo stesso modo la Mem è la lettera mediana dell’alfabeto e occupa, nella parola emet, la posizione centrale.

A sforzo fatto, veniamo al dunque. La Mem rappresenta il ripiegamento verso se stessi per trasformarsi e indica il guardarsi dentro e il porsi delle domande, come affacciarsi ad uno specchio d’acqua che riflette la propria immagine. È la lettera dell’introspezione che ci spinge a scendere in noi stessi e a porci domande sulla nostra esistenza mantenendo una spinta costante al rinnovamento ed alla rinascita. La posizione centrale di questa lettera nella parola, sta ad indicare che la verità non può collocarsi nelle posizioni estreme, in un verso o nell’altro, ma si trova in un punto più equilibrato, che tenda più possibile verso il centro, dove non vi sia la tensione del sostenere a tutti i costi una posizione, la quale molto spesso, risponde al bisogno di cercare un’identificazione o difendere delle maschere.

Se poi ad emet togliamo la prima lettera Alef, otteniamo la parola met che significa morte. La cosa riveste un significato decisamente concreto e allo stesso tempo altamente simbolico, che ci suggerisce che, se viviamo nella menzogna e dunque in assenza di verità, siamo destinati alla morte. Ovviamente non si intende una morte fisica, ma indubbiamente si tratta di morte interiore, quello stato stagnante e buio dove non c’è svolta, né trasformazione.

Possiamo quindi dire, in tutta onestà, che ognuno di noi ha sempre bisogno di ritornare sui propri errori. Cambiando radicalmente punto di vista rispetto all’impianto culturale di appartenenza, errare può trasformarsi nell’esperienza curiosa di una nuova verità che entra dentro di noi avendogli fatto spazio, uno spazio accogliente e invitante, ripulito delle vecchie convinzioni, che possa diventare custode di qualcosa di prezioso, tanto più prezioso quanto più valore attribuiamo al conoscere noi stessi. Facile? No, ma avventuroso!


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