I Dieci Comandamenti smascherati: secondo

Non  avrai altri dèi al mio cospetto. Non farti sculture o immagini alcune di ciò che è in cielo, in alto e di ciò che è in terra, in basso e di ciò che è in acqua, sotto la terra. Non inchinarti ad esse e non servirle, poichè io sono Hashèm il tuo Dio, Dio geloso che serba il ricordo del peccato dei padri fino ai figli, fino alle terze e alle quarte generazioni, con coloro che Mi odiano; ma che agisce ricordando il bene per migliaia di generazioni, per coloro che mi amano e per coloro che osservano i Miei precetti.

(Es 20, 3)

La Prima Parola (cioè il primo comandamento) ci ha svelato come l’Anokhì, il Testimone o la Coscienza, vive solamente nell’essere umano che intraprende il cammino necessario per accenderlo e portarla alla luce. Potenzialmente ogni individuo ha questa possibilità, ma occorre decidere di orientare la propria vita nella direzione che ne permetterà lo sviluppo e compiere i passi necessari perché questo avvenga.

La Seconda Parola ci introduce ora a quello che è considerato nella Tradizione ebraica uno dei massimi errori e terrori: l’idolatria.

L’interpretazione che deriva da una lettura letterale e superficiale del comandamento, ci pone davanti ad un dio geloso (non avrai altri dei all’infuori di me) che non permette si abbiano altri interessi oltre a lui, a meno che non si sia disposti a sopportare che la sua ira perduri attraverso le generazioni come una maledizione.

Tuttavia, cercando di dare alle parole del primo versetto un senso più vicino a quello che l’ebraico esprime, si ottiene: “Non ci saranno per te altri dei sul mio volto”. Ovvero intima: non mi mettere maschere!

Quanti dei ci sono in giro fabbricati a nostro uso e consumo… O meglio quante maschere Gli fabbrichiamo continuamente per avallare e trovare conferma delle nostre tendenze e comodi. “Dio lo vuole!” gridavano ad esempio i pellegrini mentre prendevano parte alle Crociate e massacravano i malcapitati di turno sul loro passaggio.

Nella Tradizione ebraica è proibita la pronuncia del Nome della Divinità e tale divieto assume significato proprio alla luce di questa Seconda Parola. Quando infatti pronunciamo un nome gli conferiamo un’identità, un limite, una maschera. Se diciamo “questo è blu” automaticamente lo dividiamo, lo separiamo, lo escludiamo dall’essere o dal poter essere tutto il resto. Può dunque la divinità essere rinchiusa in un limite, in una maschera, in una forma?

Dal punto di vista della Tradizione ebraica fare una scultura è pretendere che una forma, che dovrebbe rappresentare l’essere uno della Divinità, possa dire tutto sulla sostanza, ed ingabbia un’idea che non può essere incasellata o associata a forma alcuna.

Quanto alla gelosia dobbiamo tenere presente che la radice della parola geloso significa acquisto legale, giuridicamente legittimato. La traduzione più adatta sarebbe allora: “Io sono un dio che domina qualsiasi pulsione di appropriazione”. In alcune traduzioni viene riportato non solo che dio serba rancore, ma punisce il peccato fino alla quarta generazione. Il verbo tradotto con punire però è poked, che comunemente viene utilizzato per indicare l’atto del verificare. Il pakid è infatti il funzionario il cui compito è appunto effettuare delle verifiche.

Cosa fa un Testimone, una Coscienza interiore correttamente formata se non verificare il nostro operato dandoci, se sappiamo ascoltare, preziosi ed indispensabili rimandi affinché possiamo prendere atto di noi stessi e cambiare?

Nessun dio geloso che punisce il peccato dunque, ma una Coscienza infinitamente paziente che incessantemente ci fa da specchio ed non attende altro che il nostro risveglio.


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