Sora Morte, Vita e Sopravvivenza

Da più di un anno l’intera umanità si trova ad affrontare un nuovo virus che ha creato un enorme allarme. Ogni essere umano, individualmente e in gruppo, nell’ambito della propria cultura di riferimento, si trova immerso in un flusso d’informazioni dove la morte è menzionata quotidianamente. Non è più un argomento di cui si parla poco come prima, quasi che non esistesse. Il virus è riuscito a scuoterci dal torpore in cui ci lasciamo a volte vivere, desolatamente inconsapevoli che il tempo a disposizione non è infinito.

Ci si sarebbe aspettato che la rinnovata coscienza della nostra fragilità portasse una maggior vicinanza fra le persone, all’affermarsi di una scala di valori più saggia, centrata sulle cose che davvero contano. Per una minoranza è stato così, ma la maggioranza della gente ha fatto il contrario, separandosi di più dai propri simili. Le regole per l’isolamento e il distanziamento sociale, volti a mitigare il contagio, hanno contribuito al maggior distacco, ma non ne sono state la vera causa.

Alla base della differenza di comportamento fra le persone c’è la presenza o meno di un significato, di uno scopo nella vita. Chi lotta per un ideale, chi si mette al servizio degli altri, chi ha una fede o una filosofia che lo aiuta a dare un senso alla propria esistenza, non teme la morte, piuttosto teme di fallire lo scopo per cui vive e muore. San Francesco scrisse:

Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po’ scampare. Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali! Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte seconda no li farrà male.

Quando l’assenza di significato nella vita porta alla paura della morte, allora paradossalmente diventa importante soltanto sopravvivere. Se non sento che c’è qualcosa più grande di me cui contribuire, che valga la pena di servire o in cui credere, che consenta quindi di mettere la morte fra le possibilità accettabili, allora diventa prioritario proteggere a qualunque costo la mia esistenza fisica e le mie prerogative. Come ogni animale, si lotta per sopravvivere, mentre in fondo al cuore un inspiegabile senso di vuoto rende tristi le persone che vivono in questo modo, perché sopravvivere non significa vivere davvero.

Il denominatore comune di ogni scopo esistenziale, è che al centro non ci siamo noi, ma qualcun altro o qualcos’altro. Privi di significato e quindi “separati”, trascorriamo la nostra vita come fossimo immortali, passando da una meschinità all’altra, cibando il nostro ego e non siamo in grado di osservare i bisogni di chi ci sta vicino e, spesso, nemmeno i nostri. Anche gli animali, forse inconsapevoli della propria morte, vivono come se fossero immortali, ma hanno chiari i loro bisogni e sono sempre attivi nel soddisfare anche quelli della propria specie, per la quale sono al servizio. Non esiste per loro un reale vuoto di significato e sono naturalmente parte attiva dell’Universo.

Un Iniziato ha uno scopo preciso e cerca significati in ogni cosa. Mozart, nel 1787, scriveva al padre:

Poiché la morte, intesa nel suo giusto significato, è il vero ed ultimo scopo della vita, così già da un paio d’anni mi sono talmente familiarizzato con questa ottima amica nostra, che la sua immagine non solo non mi appare più terrificante ma mi infonde tranquillità e conforto! (…).

Anche in passato più remoto gli Iniziati di alcuni popoli antichi, fra questi i Toltechi, avevano compreso come proprio la consapevolezza della propria morte può diventare una grande alleata nel dare significato alla propria vita, superando la mera sopravvivenza animale. Lo scopo per gli Iniziati Toltechi era di andare oltre l’Aquila, evitando che la propria coscienza venisse divorata alla fine della vita materiale.

Per loro, essere consapevoli che la morte ci è sempre accanto, induce a dare importanza ad ogni azione, come se fosse l’ultima che compiamo e, pertanto, cerchiamo di combattere perché sia la nostra migliore azione. Una vera e propria battaglia, come la definivano gli antichi sciamani Toltechi.

Focalizza la tua attenzione sul legame fra te e la tua morte, senza rimorso, tristezza o preoccupazione. Focalizza la tua attenzione sul fatto che non hai tempo, e lascia che le tue azioni fluiscano di conseguenza. Fai sì che ognuna delle tue azioni sia la tua ultima battaglia sulla Terra. Solo a questa condizione le tue azioni avranno il loro giusto potere. Altrimenti saranno, per quanto a lungo tu possa vivere, le azioni di un timoroso.

C. Castaneda, Viaggio a Ixtlan.

È affascinante il modo in cui gli sciamani Toltechi affrontavano il tema della morte. Per loro era una buona consigliera cui rivolgersi e renderla testimone delle nostre azioni, visto che si trova sempre, per tutta la nostra vita terrena, alla distanza di un braccio da noi pronta a toccarci, come possiamo sentirci importanti sapendo che la morte ci si avvicina furtivamente?

La morte è l’unica saggia consigliera che abbiamo. Ogni volta che senti, come fai sempre, che tutto va male e stai per essere annientato, rivolgiti alla tua morte e chiedile se è proprio così. Lei ti dirà che stai sbagliando; che in realtà niente conta al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: “Non ti ho ancora toccato”. Uno di noi due qui deve cambiare, e in fretta. Uno di noi due qui deve chiedere consiglio alla morte e lasciar perdere le dannate meschinità tipiche degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai bussare alla loro porta.”

C. Castaneda, Viaggio a Ixtlan.

Essere consapevoli della propria impermanenza ci mette in condizioni di essere più pronti a operare cambiamenti significativi. Nella nuova realtà che si sta concretizzando, in un modo nuovo di vivere, con limitazioni alla propria libertà personale oltre a paventati obblighi sanitari, avere degli obiettivi, anche comuni, potrebbe essere una sostenibile soluzione per spendere bene il proprio tempo, accettando che

La vita è il sistema tramite cui la morte ci sfida

Magari riusciremo ad accorgerci che occuparci anche del mondo che ci circonda equivale ad occuparci di noi stessi.


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