I Dieci Comandamenti smascherati: sesto

Non uccidere

(Es. 20.13)

Di primo acchito non è certamente facile pensare a queste parole in un modo diverso da quello a cui siamo abituati a pensare. La quinta Parola del Decalogo ci aveva invitato a liberarci dei pesi che ci impediscono di affrontare con leggerezza il percorso di evoluzione e trasformazione interiore e ci aveva messo in guardia dal rischio di passare l’eredità del nostro complicato mondo interiore ai nostri figli.

Cercando di mantenere sempre vivo dentro di noi tale monito, incontriamo ora la sesta Parola, che riserva una delle espressioni più d’effetto del Decalogo, ovvero “Non uccidere”. È indiscutibile che, di primo acchito, colpisce un tale imperativo che tuona nella nostra mente rievocando inevitabilmente il diritto civile e penale.

Non accontentiamoci, però, di una prima lettura superficiale del testo che farebbe solo dettare alle Parole una semplice regola di condotta ma, come abbiamo rigorosamente fatto fino ad ora, proviamo ad addentrarci nel cuore del testo, per scoprire qualcosa di più accattivante che non deluderà. Per fare questo è necessario uno sforzo di memoria per recuperare il fondamentale significato della prima Parola, sulla quale si fondano le Parole successive.

Ebbene ricordiamo che la prima Parola chiamava in causa l’Anokhì, che significa Io e che può anche essere assimilato alla Coscienza Interiore di ciascuno, Coscienza il cui livello dipende unicamente dall’intensità con cui si affronta la propria lotta interiore nel raggiungimento di gradi di libertà sempre maggiori. Nell’affermare “Anokhì è Adonài il tuo Elohìm, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi”, il Testo sacro ebraico si fa portatore di un messaggio di grande speranza e allo stesso tempo rimanda con forza alla responsabilità di ciascun ricercatore.

Siamo cioè noi stessi, in volontà e coscienza, a muovere i fili del nostro destino per uscire dalla condizione di schiavitù della terra di Egitto… e come fare a muovere quei fili? Possiamo farlo solo se diventiamo consapevoli del fatto che “Anokhì è Adonài il tuo Elohìm”, ovvero che ogni persona è manifestazione dell’Eterno, un soggetto potenziale di espressione della Divinità. Questo è il punto. Siamo soggetti potenziali di espressione della Divinità! Come un seme in potenza è una pianta che, solo se piantato e curato darà i suoi frutti, allo stesso modo il seme della Coscienza Interiore sarà in grado di dare espressione di ciò che veramente è solo se ci si prende cura della propria lotta interiore.

Fatta questa doverosa premessa esplicativa, possiamo giungere al significato della sesta Parola con più facilità. Partiamo col domandarci subito una questione: “Non uccidere” chi? Affrontiamo la questione sui due fronti che la discussione apre: quella della relazione con le altre persone (non uccidere gli altri) e quella della sfera personale (non uccidere se stessi).

Sul fronte della relazione con le altre persone possiamo osservare e riconoscere come, talvolta, non siamo inclini a rispettare gli altri nella loro espressione e diversità e, mossi dalla convinzione di avere ragione e verità nelle mani, ci mostriamo avversi, poco comprensivi e poco disponibili ad accogliere un altro punto di vista, quando anche poco tolleranti verso un senso diverso di essere ed esistere. In questo modo non ci poniamo di fronte all’altro come un soggetto potenziale di espressione della divinità e, nel tentare di reprimerlo, si impedisce che il processo di tale espressione avvenga. Si tratta di una lesione, ovvero si esclude una possibilità, ergo si “uccide” qualcuno. La responsabilità verso tale misfatto è grave tanto quanto una lesione fisica perché si tratta dello Spirito.

Sul fronte della sfera personale, invece, possiamo dire che ogni ricercatore, in ogni momento della propria vita, sulla base delle azioni che compie, fa una scelta; tale scelta è relativa al tenere sempre acceso dentro di sé il monito della lotta interiore.

Se ci si muove nella consapevolezze dei propri limiti e meccanismi e se si avverte tutto ciò come una sovrastruttura, allora si farà di tutto per liberarsene al fine di fare spazio e luce all’Anokhì, alla Coscienza Interiore; se invece si sceglie la via più comoda e, solo apparentemente più facile, di assecondare le maschere con cui ci esprimiamo e interagiamo con gli altri, allora il nostro seme interiore rimarrà al buio e mai germoglierà, privandolo della possibilità di venire alla luce e dunque di esprimere in potenza quello che realmente è. Potremmo definire questo un “suicidio”, ovvero una scelta più o meno consapevole di uccidere se stessi, l’Anokhì.

Questo è il quadro che la Tradizione ebraica offre in merito alla sesta Parola. Lungi dall’essere una regola di condotta civile, il Testo sacro invita tutti noi a guardarci dentro per ascoltare con un orecchio diverso il soffio vitale che ci anima, ma che non è assolutamente scontato.


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