L’essenza del Tao: il movimento (1 parte)

Una delle più grandi differenze tra il nostro pensiero e quello della Cina antica, è che mentre la nostra lingua può essere usata per descrivere a profusione qualcosa di astratto, remoto e intangibile, quella cinese è invece fondamentalmente strumentale e non si preoccupa di scoprire verità teoretiche estrapolate dalla realtà.

La grammatica cinese, ad esempio, è molto differente da quella indo-europea, dove si trova un soggetto e un predicato che implicitamente comunicano di sapere se la proposizione affermata sia vera o falsa; il pensiero cinese è invece totalmente immerso nella realtà, si conosce il vero attraverso l’esperienza e non vi è altra ragione al di fuori dal mondo.

In tale accezione nella Cina antica c’era maggiore riflessione riguardo all’azione rispetto alla conoscenza teorica in sé. Secondo l’orientamento confuciano, ad esempio, occorre ricercare solamente una conoscenza garantita mediante l’azione, assimilabile attraverso la sua pratica.

Per Confucio lo studio costituiva la base per lo sviluppo delle qualità del nobile, di chi è dunque nobile d’animo. Dai Dialoghi, si evince infatti che per studio si intende qualcosa di diverso dal mero apprendimento di informazioni: si tratta piuttosto della volontà di coltivare la conoscenza affinché essa possa essere messa a frutto. Lo studio non è dunque separato dalla pratica, e non deve essere inteso come un sacrificio, bensì un piacere al pari delle altre inclinazioni che rendono l’essere umano nobile.

Piuttosto di un affannato sapere cosa dunque – nucleo fondante della ricerca occidentale della conoscenza – la conoscenza cinese che tende verso l’azione era innanzi tutto un sapere come, una ricerca su come operare distinzioni utili per dirigere la propria esistenza e per ordinare in modo consapevole lo spazio sociale e cosmico. Si consideri la frase:

l’essere umano può essere felice.

Semplificando molto, se il pensiero occidentale verrebbe stimolato da tale asserzione all’indagine della natura umana e del concetto di felicità, il pensiero cinese antico si focalizzerebbe sulla felicità legata all’azione e al rapporto con i molteplici elementi della realtà, considerando in merito sapiente colui o colei che ne danno dimostrazione diretta.

La verità è innanzitutto di ordine etico

Anne Cheng

Il pensiero cinese antico è qualcosa di più e di diverso da una visione pragmatica delle cose: è un pensiero sempre in situazione e in movimento.

La corrente di pensiero cinese che ci avvicina al Dao (conosciuto comunemente come Tao) non è circoscritta da un sistema chiuso, ma da un sistema aperto ed in costante mutamento che ne lascia libere le potenzialità vitali.

Cosa significa tao? Il termine dao si ritrova correntemente nella letteratura antica e significa strada, cammino, metodo o modo di procedere, in modo del tutto simile al nostro termine via,  che ha un significato sia letterale che figurato. A causa della fluidità del cinese antico, dao si ritrova anche nell’accezione di camminare, avanzare ed enunciare. Ne deriva l’evidenza che ogni corrente di pensiero ha il dao, un suo metodo fondato su un insieme di pratiche.

Il Tao è dunque ciò che struttura l’esperienza fondandosi sul movimento, sul procedere. Il sapere fine a se stesso, il dottismo e la conoscenza teoretica non trovano qui alcun fondamento: chi comprende l’essenza del Tao usa la conoscenza per comunicare il procedere, non il fine. La Via non viene tracciata per coloro che non sono in cammino, il che rende perfettamente inutile parlare di una strada che non viene percorsa.

Ciò a cui diamo il nome di Dao è ciò che noi prendiamo per camminare.

Zhuangzi

Quale insegnamento per il cercatore occidentale? Forse primo tra tutti è l’atteggiamento orientato alla teoria, dove per molti la ricerca interiore è assimilabile allo studio astratto e la scelta di una Scuola al grado di avanzamento promesso.

In base al pensiero orientato al Tao, non è possibile sapere prima di fare, ma anzi lo studio prematuro e antecedente alla sperimentazione diretta può di fatto aumentare sia la confusione che l’arroganza, tipicamente moderna, riguardo ad argomenti di natura spirituale.

Un secondo insegnamento che possiamo trarre dalla Via cinese antica, riguarda la necessità di un metodo. Un cammino interiore sprovvisto di un metodo è in questo senso assimilabile ad un percorso sprovvisto di una strada, un non-senso in sé. Di per se stesso, il Metodo dovrebbe essere fondato su pratiche che verranno approfondite man mano che verranno sperimentate ed in progressione, il che implica una costante attenzione verso chi apprende e la vicinanza ovviamente di qualcuno che non solo sa quello che sta insegnando, ma che ha già vissuto il come si fa in prima persona.

Stando al Tao, i fatti contano di più delle apparenze dunque, la pratica più della mera filosofia. E per riflettere ulteriormente sullo stato di cose attuale, lasciamo il lettore con una massima tratta da I Dialoghi di Confucio:

Il Maestro disse: “Studiare e praticare costantemente quanto appreso non è forse un diletto? Accogliere compagni provenienti da luoghi lontani non è una gioia? Non è forse uomo nobile di animo chi non si preoccupa se nessuno lo conosce?”

Confucio, Dialoghi (1.1)

Bibliografia:

Anne Cheng, Storia del pensiero cinese. Vol. 1: Dalle origini allo «Studio del mistero», Einaudi, Torino, 2000.

Confucio, Dialoghi – a cura di T. Lippiello, EInaudi, Torino, 2006.

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