Che cos’è un vero atto di giustizia? Introduzione alla tzedaqàh ebraica

Tzedaqàh è il termine ebraico usato per indicare la giustizia, intesa nella sua accezione particolare di rettitudine, sfumatura che segna una differenza fondamentale per non incorrere in dicotomie riduttive di giusto e sbagliato.

Nello specifico la tzedaqàh, secondo la dottrina ebraica, rimanda all’idea della giustizia divina e sociale, quindi richiama lealtà, integrità e perfezione che portano equilibrio nel mondo; collegata all’idea di una giusta generosità, la tzedaqàh è insieme un atto di giustizia e un dovere morale per gli ebrei. Un esempio in tal senso è rappresentato dalla Decima, ovvero la destinazione ai bisognosi del dieci per cento del proprio guadagno, il cui assunto è di non ritenere quello che abbiamo come nostro ma come un dono della Vita che chiede, dunque, di dare a chi ha di meno o troppo poco. Tale interpretazione, però, rischia di essere riduttiva perché, così intesa, escluderebbe implicitamente i meno abbienti dalla possibilità di dare qualcosa a chi ne ha bisogno.

Usciamo dunque da questo impasse chiarendo subito due punti fondamentali sulla tzedaqàh.

Il primo punto riguarda il fatto che la tzedaqàh, quindi l’atto di giustizia, si può fare sia donando parte dei propri averi o beni materiali, sia facendo qualcosa per qualcun altro, mettendosi cioè a disposizione di chi ha bisogno.

Il secondo punto riguarda sostanzialmente una definizione che porta in sé una domanda: chi è il bisognoso e dunque chi sono i destinatari della tzedaqàh? A tal proposito possiamo ben dire che destinatari della tzedaqàh sono in realtà tutti i tipi di bisognosi e dunque non solo gli affamati nel senso letterale della parola; si può infatti essere affamati anche nello spirito e nei sentimenti, per cui in questo caso l’atto di giustizia sarebbe rappresentato dall’occuparsi degli altri nei loro bisogni spirituali o comunque non materiali.

Ecco allora che l’atto di giustizia, al chiaro di quanto appena detto, può essere operato di tutti, in quanto si può esplicare non necessariamente attraverso l’elargizione di somme di denaro.

È interessante soffermarsi per un momento su quest’ultimo punto, ovvero sull’elargizione di denaro su cui incontriamo il pensiero di Maimonide che individua ben otto livelli di tzedaqàh, delle quali la forma più alta è quella del prestito, poiché questo rende indipendente chi lo riceve invece di vivere sulle spalle degli altri.

Tale concetto si basa fondamentalmente su quanto espresso in Esodo al versetto 22.24 dove leggiamo: “Quando presterai denaro a qualcuno del Mio popolo, al povero che si troverà con te, non ti porrai nei suoi confronti come un creditore, non gli imporrai interessi”. Dal testo sacro si evince come il prestito senza interessi sia un atto di tzedaqàh in quanto la formula del prestito consente da un lato, a chi riceve il denaro, di soddisfare i propri bisogni nell’immediato, dall’altro di non vivere la tensione di una somma di denaro non sostenibile all’atto della restituzione. Colui che presta ha ovviamente diritto alla restituzione del denaro, ma non può mettere in imbarazzo il debitore agendo con lui come un creditore che importuna, facendogli pesare la sua dipendenza economica.

Inoltre, a dare maggior rilievo alla tzedaqàh del prestito, vi è la differenza che passa tra il concedere un prestito e il fare l’elemosina; nel concedere un prestito non si lede la dignità del debitore in quanto lo stimolo a restituire è ciò che attiva la persona “a fare” per ristabilire la propria indipendenza economica e a non dipendere più dal prossimo. Diverso è fare l’elemosina che fa sicuramente sentire moralmente eccelso chi la concede, mentre porta chi la riceve a fare sempre meno poiché avvertirà il gesto come dovuto o scontato.

Si comprende facilmente dunque perché, nei fatti, prestare del denaro sia considerata la più alta forma di tzedaqàh; la cosa diventa ancora più affascinante se consideriamo che in ebraico la parola prestito ha la stessa radice della parola attaccamento. Ciò significa che nel concedere un prestito ad una persona creiamo in qualche modo un legame “attaccandoci” ad essa e alla sua difficoltà, di cui ci facciamo carico per accompagnare la persona stessa a superare gli ostacoli che le impediscono di essere autosufficiente.

Come sempre, la tradizione ebraica, fornisce un sorprendente ribaltamento e svuotamento dei diversi significati carichi di morale che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni!

Bibliografia:

Arthur Green, Queste sono le parole, Giuntina, Firenze, 2002

Maimonide, La Guida dei Perplessi, Utet, Roma, 2013

2 risposte a "Che cos’è un vero atto di giustizia? Introduzione alla tzedaqàh ebraica"

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  1. Molto bello,l’idea del prestito è un’atto molto elevato senza umiliare la persona bisognosa e incitandola a darsi da fare per rendere i soldi. Eccellente l’aiuto per gli affamati di spirito condizione in cui io mi sento spesso, è stata una lettura molto interessante ed istruttiva grazie!

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