Pillole di ebraismo | Pensiamo, diciamo, poi però… facciamo! La Kavvanah

Non è certo esagerato sostenere che la pillola di ebraismo in questione, ovvero la Kavvanah, se compresa bene, ha effetti curativi sulla nostra salute mentale e, di conseguenza, nella nostra vita. Entriamo dunque subito nel merito della cosa e teniamoci pronti a sfatare il mito di alcuni nostri atteggiamenti che riteniamo seri.

La parola Kavvanah in ebraico significa letteralmente “direzione” o meglio “direzione sincera del cuore”: di che cosa si tratta più precisamente?

Kavannah è per l’ebraismo l’intenzione nostra più sincera mossa da un desiderio autentico di ottenere qualcosa o raggiungere un obiettivo. L’intenzione, secondo questa premessa, è strettamente connessa ad una chiara volontà ben direzionata da cui sorge un’azione che determina delle conseguenze ben precise… nel bene e nel male!

La Torah, ad esempio, ci propone il racconto di Caino e Abele per mettere in evidenza due risultati diversi a partire dalla stessa intenzione/azione: l’offerta a Dio. La storia ci dice che Caino era un agricoltore e offrì alla divinità i frutti del suo raccolto, mentre Abele era un pastore e offrì alla divinità i capi del suo pascolo. Sappiamo da un Midrash (1) che, mentre Abele riservò a Dio il fior fiore delle sue greggi, Caino offrì a Dio i suoi avanzi dopo aver consumato il pasto ed essersi sfamato. Inutile sottolineare che la divinità respinge l’offerta di Caino e accetta quella di Abele. La reale intenzione di Caino nel fare l’offerta a Dio non era certamente quella di fare una generosa offerta senza aspettarsi in cambio una ricompensa; dal testo emerge piuttosto un tentativo di passare inosservato con un atteggiamento fondamentalmente menzognero, convinto di portarsi a casa con un atto di furbizia lo stesso risultato del fratello.

Ora, se proviamo a cogliere il racconto biblico in chiave simbolica, possiamo vedere come la Vita risponda di fronte alla differente qualità delle nostre azioni; nella storia prima citata, Caino manca di serietà e di chiarezza negli intenti, ovvero non vi è quella coerenza tra intenzione e azione affinché possano prodursi risultati nella direzione verso la quale si è orientati.

Per esteso si potrebbe dire che, quando l’intenzione non è pulita o chiara o non vi è un fermo e sincero proposito, viene meno il senso di responsabilità insieme alla volontà di vigilare sulle proprie azioni affinché queste siano efficaci. Chiarezza d’intenti e vigilanza sull’attuazione dei propositi sono elementi fondamentali che insieme si muovono come un direttore d’orchestra che dirige, verifica e conduce gli strumenti che producono insieme l’armonia della musica.

Come si può, allora, essere efficacemente vigili nella direzione che si vuole perseguire per dirigere la nostra orchestra interiore?

Come Abele bisogna essere disposti a sacrificare sinceramente qualcosa! Sacrificare è “rendere sacro” qualcosa dentro di noi mentre si rinuncia a qualcosa a cui teniamo particolarmente; Abele sacrifica ciò che ritiene prezioso, il suo bestiame migliore e lo fa consapevole e fiducioso del fatto che avrebbe ottenuto molto di più dalla vita.

E noi siamo disposti a sacrificare ciò che abbiamo e riteniamo prezioso? Forse sì finché non realizziamo che ciò che per noi è prezioso sono le nostre abitudini e i nostri meccanismi che, anche se in parte ci affliggono, ci offrono vantaggi e ci mettono al sicuro. Uno dei più rassicuranti è senza ombra di dubbio il farsi bastare il pensiero, l’esprimere cioè idee su quello che vogliamo, su quello che abbiamo deciso di fare, di realizzare e poi… plof, i riflettori si spengono e usciamo di scena!

Ecco però, bisogna dirlo: senza sacrificio, senza sforzi non c’è sincerità, non c’è senso di responsabilità: in poche parole non c’è Kavvanah perché noi non siamo quello che diciamo ma quello che facciamo.

Pensiamo quindi di prendere seriamente degli impegni e siamo spinti da un entusiasmo iniziale che si alimenta di parole e buoni propositi per poi ritrovarci la maggior parte delle volte a realizzare dopo un po’ di tempo che non siamo riusciti a portare a termine quello che ci eravamo prefissati di fare… per questo si dice che l’inferno è lastricato di buone intenzioni!

Riformulando quindi la domanda potremmo chiederci se siamo pronti a sacrificare il nostro inferno per far entrare qualcosa di nuovo con serietà e dedizione, un nuovo atteggiamento interiore che dà forza alla nostra Kavvanah, chiara e autentica, che suona come una nuova nota dentro di noi e produce effetti concreti, azioni reali, fatti e non solo parole.


(1) Testo esegetico biblico della Tradizione ebraica

Bibliografia:

Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei, Gli Adelphi, 2019, Milano

Arthur Green, Queste sono le parole, Giuntina, 2002, Firenze.

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