Il pubblicano e il fariseo (non prendiamoci in giro)

Un uomo entra nei bagni pubblici. Comincia a orinare. A un tratto, all’altezza degli occhi, legge una breve frase che dice: “Guarda un po’ più in su!” L’uomo solleva lo sguardo e vede scritto: “Guarda ancora più su!” Rovescia un poco la testa all’indietro per riuscire a leggere: “Guarda ancora più su! Sul soffitto!” L’uomo, con la testa completamente piegata all’indietro, legge sul soffitto: “Cretino, ti stai pisciando sulle scarpe”.

Fino a quando cercheremo rifugio in una sorta di aspirazione al divino, non per guardarci con coraggio allo specchio, ma per scappare da questa tanto temuta visione, allora continueremo a girare intorno al vero nocciolo del problema.  

Troppo spesso e con troppa facilità ci dimentichiamo del processo che viene messo in gioco all’interno di un reale processo spirituale. Fortunatamente, ogni tanto ci si imbatte in qualche incontro o in qualche lettura che tenta di ricordarcelo.

È questo il caso di un’interessante riflessione estrapolata dal libro “Trattato di Psicologia Rivoluzionaria” di Samael Aun Weor, un maestro gnostico del ‘900.

Riflettendo un poco sulle diverse circostanze della vita, vale la pena di comprendere seriamente le basi su cui poggiamo.

Una persona si basa sulla sua posizione, un’altra sul denaro, questa sul prestigio, quell’altra sul proprio passato, quell’altra ancora su un certo titolo e così via.

La cosa più curiosa è che tutti, dal ricco al mendicante, abbiamo bisogno di tutti e viviamo di tutti, anche se siamo pieni di orgoglio e vanità.

Pensiamo per un attimo a quello che possono toglierci. Quale sarebbe la nostra sorte in una cruenta rivoluzione? Dove finirebbero le basi su cui poggiamo? Poveri noi! Ci crediamo tanto forti e siamo invece spaventosamente deboli!

L’io che sente in se stesso la base su cui poggiamo dev’essere dissolto, se veramente aneliamo all’autentica beatitudine.

Tale io sottovaluta la gente, si sente più perfetto in tutto, più ricco, più intelligente, più esperto della vita, ecc.

È opportuno ora citare quella parabola di Gesù, sui due uomini che pregavano, raccontata ad alcune persone che presumevano di essere giuste e disprezzavano gli altri.

Gesù Cristo disse: “Due uomini salirono al tempio a pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, ritto in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Luca XVIII, 10-14).

Incominciare a rendersi conto della propria nullità e della miseria in cui ci troviamo è assolutamente impossibile finché esisterà in noi il concetto del “più” che ci farà dire, ad esempio: «Io sono più giusto di quello, più saggio di Tizio, più virtuoso di Caio, più ricco, più esperto nelle cose della vita, più casto, più ligio al dovere, ecc., ecc.»

Non è possibile passare attraverso la cruna di un ago finché siamo “ricchi”, finché in noi esiste questo complesso del “più”.

“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”[1].

Il fatto di dire che la mia scuola è la migliore e che quella del prossimo non serve, che la mia è l’unica vera religione e che tutte le altre sono false e perverse, che la moglie di Tizio è una pessima sposa e che la mia è una santa, che il mio amico è un ubriacone mentre io sono un uomo molto giudizioso e astemio, ecc., ecc. è ciò che ci fa sentire “ricchi”, per cui noi tutti siamo i “cammelli” della parabola biblica riguardo al lavoro esoterico.

È urgente auto-osservarci momento per momento allo scopo di conoscere chiaramente le fondamenta su cui poggiamo.

Quando uno scopre quello che più lo offende in un dato momento, il fastidio che gli ha dato quella certa cosa, scopre le basi su cui poggia psicologicamente.

Secondo il Vangelo cristiano tali basi costituiscono “la sabbia su cui ha edificato la sua casa”.

È necessario annotare con cura come e quando abbiamo disprezzato gli altri sentendoci superiori, magari per via del titolo, della posizione sociale, dell’esperienza acquisita, dei soldi, ecc., ecc.

È grave sentirsi ricchi, superiori a Tizio o a Caio per un certo motivo. Gente simile non può entrare nel Regno dei Cieli.

È bene scoprire da che cosa ci si sente lusingati, da cosa è soddisfatta la nostra vanità; questo ci mostrerà le fondamenta su cui poggiamo.

Tuttavia questo tipo di osservazioni non deve essere una questione puramente teorica: dobbiamo essere pratici e osservarci attentamente in modo diretto, istante per istante.

Quando si inizia a comprendere la propria miseria e nullità, quando si abbandonano le manie di grandezza, quando si scopre la futilità di tanti titoli, onori e vane superiorità nei confronti dei nostri simili, è segno inequivocabile che già si comincia a cambiare.

Non si può cambiare se ci si aggrappa a cose come: “la mia casa”, “i miei soldi ”, “le mie proprietà”, “il mio mestiere”, “le mie virtù”, “le mie capacità intellettuali”, “le mie capacità artistiche”, “le mie conoscenze”, “il mio prestigio” e così via.

Aggrapparsi al “mio” è più che sufficiente ad impedirci di riconoscere la nostra nullità e miseria interiore.

[…]

Purtroppo gli adoratori dell’io non accettano questo, si credono dèi, pensano già di possedere quei “corpi gloriosi” di cui parlava Paolo di Tarso[2]; pensano che l’io sia divino, e non c’è verso di toglier loro dalla testa quest’assurdità.

Con questa gente non si sa che fare: glielo si spiega e non capisce, è sempre aggrappata alla sabbia su cui ha edificato la propria casa, sempre presa dai propri dogmi, dai propri capricci, dalle proprie sciocchezze.

Se questa gente si auto-osservasse seriamente, verificherebbe da sé la dottrina dei molti, scoprirebbe dentro di sé tutta quella molteplicità di persone o io che vivono al suo interno.

Come può esistere in noi il reale sentimento del nostro vero Essere, se questi io sentono per noi, pensano per noi?

La cosa più grave di tutta questa tragedia è che uno pensa di pensare, sente di sentire, mentre in realtà è un altro che, in un dato momento, pensa con il nostro cervello tormentato e sente con il nostro cuore addolorato.

Poveri noi! Quante volte crediamo di amare e succede che un altro dentro di noi, pieno di lussuria, utilizza il centro del cuore. Siamo degli sventurati: confondiamo la passione animale con l’amore! e tuttavia è un altro dentro di noi, nella nostra personalità, che fa queste confusioni.

Tutti pensiamo che non pronunceremmo mai le parole del fariseo della parabola biblica: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini” ecc., ecc.

Tuttavia, anche se sembra incredibile, ci comportiamo tutti i giorni così. Il venditore di carne al mercato dice: «Io non sono come gli altri macellai che vendono carne di cattiva qualità e si approfittano della gente».

Nel suo negozio, il venditore di tessuti esclama: «Io non sono come gli altri commercianti che si sono arricchiti rubando sulle misure».

Il venditore di latte afferma: «Io non sono come gli altri lattai che mettono acqua nel latte: mi piace essere onesto».

La casalinga, in visita, commenta: «Io non sono come quella là, che va con altri uomini; grazie a Dio sono una persona corretta e fedele a mio marito».

In conclusione: gli altri sono malvagi, ingiusti, adulteri, ladri e perversi, mentre ognuno di noi è un docile agnellino, un “santino di cioccolata” buono per fare il Gesù bambino nel presepe di una chiesa.

Quanto siamo stolti! Spesso pensiamo che non commetteremmo mai tutte quelle sciocchezze e malvagità che vediamo fare agli altri e per questo arriviamo alla conclusione di essere delle persone magnifiche; purtroppo non vediamo le stupidaggini e le meschinità che facciamo.

Ci sono dei particolari momenti nella vita in cui la mente, senza preoccupazioni di alcun genere, riposa. Quando la mente è calma, quando la mente è in silenzio, viene il nuovo.

In tali istanti è possibile vedere le basi, le fondamenta su cui poggiamo.

Quando la mente è in profondo riposo interiore possiamo verificare da noi la cruda realtà di quella sabbia della vita su cui abbiamo edificato la casa (vedi Matteo VII, 24-29, parabola che tratta delle due fondamenta).


[1] Marco, 10, 25 [N.d.T.].

[2] 1 Corinzi, 15, 40 e segg.; Filippesi 3, 21 [N.d.T.].

Una risposta a "Il pubblicano e il fariseo (non prendiamoci in giro)"

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  1. SAMAEL AUN WEOR è un Maestro Risuscitato. E’ l’Avatara dell’Era dell’acquario. Fondatore del Movimento Gnostico Internazionale. E’ il “Quinto dei Sette” il Cavaliere dell’Apocalisse (19:11). Uno dei sette Cosmocratori. Una delle sue vecchie reincarnazioni fu Giulio Cesare. Le sue ultime tre esistenze sono descritte nel cap 38 del Mistero dell’aureo fiorire. Gli è stata data la missione di svelare all’umanità , per la prima volta alla luce del giorno i terribili segreti del sesso. Aun Weor significa “Verbo di Dio” .vedere Weor, Oscar Uzcategui, Samael Aun Weor, l’Uomo Assoluto. Fernando Salazar Banol , il raggio del supremo e le sette parole p 121 e 123.

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