Felix-ità

Ah, la felicità! Ognuno di noi, in un modo o in un altro, anela ad essere felice e ritiene che sia un suo diritto di nascita esserlo, proprio come un principe ereditario sa che un giorno potrà poggiare le sue regali natiche sul trono.

Abbiamo l’incrollabile certezza che sia soltanto il tempo, oppure alcune condizioni esterne sfavorevoli, a tenerci momentaneamente separati dalla felicità che ci spetta. Sarà davvero così?

Qualche dubbio ogni tanto sorge… D’altronde, chi di noi conosce personalmente un individuo davvero felice?

La stragrande maggioranza della gente che incontriamo passa il tempo a lamentarsi delle sue disgrazie e della cattiveria del mondo. La loro infelicità è colpa di un ingranaggio rotto del destino.

Ma poi ci sono anche quelli che trascorrono il loro preziosissimo tempo a caricare sui social centinaia di “selfie” che li ritraggono con sorrisi smaglianti e in situazioni invidiabili, e il dubbio allora pervade l’animo di chi li guarda: “Ma solo io non sono così felice?”.

Infatti, le recenti indagini sociologiche hanno rilevato che alcuni social network deprimono molti dei loro frequentatori proprio perché guardare le immagini e video di chi riempie le bacheche di momenti indimenticabili, emozioni uniche, incontri straordinari e incontenibili attimi di passione, fa sentire peggio.

Nessuno sembra chiedersi come mai tutto questo popolo dal volto sorridente non trovi niente di meglio da fare che condividere digitalmente così tanti momenti speciali invece di goderseli.

Eh già, sembrerebbe che spesso si abbia semplicemente voglia di salire sul nostro piccolo palcoscenico personale per gustarci qualche applauso spintaneo, in modo che “like” e consensi possano convincerci che siano proprio questi sprazzi emotivamente fugaci ad essere veri e propri attimi di felicità. E quando questa trappola è innescata, inizia a pervaderci quel bisogno crescente di averne ancora, e ancora, e sempre di più. Ed ecco che la felicità diventa una rincorsa verso la riprova sociale.

Poi ci sono quelli che hanno trovato un palcoscenico un po’ più grande, fatto di ricchezza o notorietà, o entrambe le cose. Andando per deduzione, ricevendo ammirazione a profusione e non avendo nessuna preoccupazione economica, dovrebbero avere qualche chance di felicità in più. Eppure, quando non ci si ferma alle notizie da copertina, scopriamo che anche loro si ritrovano a navigare nella vita con gli occhi sgranati per qualche antidepressivo di troppo, sempre terrorizzati dall’idea di perdere consenso o pagare troppe tasse.

È evidente, ci sfugge qualcosa. Ognuno ha la sua idea di felicità, che bene o male potremmo a grandi linee riassumere all’interno di queste macro categorie: avere tanti bei soldini, fare quello che piace, essere ammirati, essere invidiati, stare bene in salute, costruirsi una bella famigliola in stile Mulino Bianco.

Chissà però perché è difficile scorgere la felicità negli occhi e nella vita di coloro che, bene o male, hanno raggiunto questi traguardi. Ed i fatti parlano chiaro: ogni anno cresce il tasso di utilizzo di farmaci stimolanti, il tasso di suicidi, il consumo di droghe, le estensioni dei reparti ospedalieri, e vengono coniate sempre nuove forme di patologie.

Ma allora, se tutti questi massimi obiettivi propinati dalla nostra cultura di fatto non riescono a garantirci la certezza della felicità, cosa può farlo?

Un primo importante indizio lo possiamo trovare nel passato. Nei tempi antichi infatti il concetto di felicità aveva un significato molto diverso da quello attuale. L’aggettivo “felix” era usato per indicare non quelli che ricevevano molto dalla vita, ma chi era nelle condizioni di offrire molto agli altri. Ad esempio, un albero prosperoso con i rami pieni di buoni frutti da mangiare, era felix.

Era quindi ovvio che la strada per la felicità non era la lotta per ottenere più cose possibili dalla vita, ma la ricerca di comprendere la propria reale natura ed esprimerla al meglio, donando la propria abbondanza ritrovata agli altri, invece che pretendendo o conquistando l’altrui abbondanza per sé. Un concetto molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi, dove le cose sembrano andare addirittura al contrario.

Questo simbolo era così radicato che perfino nella decadenza del materialismo della Roma antica, quel valore era ancora ben presente. Un ricco patrizio poteva mostrare la sua opulenza e saggezza in base alla quantità dei mendicanti o persone in difficoltà che si presentavano ogni mattina presso la sua villa. E ogni mattina il ricco patrizio usciva da casa e spendeva il suo tempo per dispensare cibo e denaro, favori, consigli e ogni altro genere di aiuto ai poveri, ai disperati o alle persone semplicemente bisognose di qualcosa. In questo modo il patrizio esprimeva – e sentiva dentro di sé – la felicità.

A quell’epoca era un fatto acquisito che, per essere felici, occorreva essere benefici per gli altri. Inoltre, attraverso il donare e il condividere, il patrizio romano mostrava di essere riconoscente verso la vita per quello che aveva ricevuto in sovrappiù, perché era ben cosciente che la strada verso la felicità passa innanzitutto verso la gratitudine.

Ma quello del patrizio è solo un esempio, e come tale non deve trarre in inganno, dato che ognuno ha la sua particolare e specifica potenzialità di felix-ità, senza vincoli di disponibilità di ricchezze materiali.

Se il termine felix è riferito infatti alla condizione di offrire molto agli altri, potremmo riflettere su ciò che abbiamo potenzialmente noi in cassaforte e che non elargiamo al nostro prossimo: il nostro tempo, le nostre capacità e possibilità, il nostro aiuto, la nostra esperienza.

Il concetto rimanda infatti ad un circolo virtuoso particolarmente benefico: più cose impariamo su noi stessi, più acquisiamo dall’esperienza; più acquisiamo dall’esperienza, più possiamo dare; più diamo, più riceviamo l’ambita felix. E più siamo felici, più possiamo diventare degli esempi anche per gli altri di gioia e benessere, aumentando di fatto le possibilità di riuscire a provare sentimenti reali e profondi senza trarre ricorso all’altrui consenso (con buona pace dei “like”).

Potremmo quindi concludere prendendoci un piccolo impegno, e provare a farci alcune domande quando non ci sentiamo felici: “Come sto cercando di scoprire e realizzare la mia vera natura?” “Cosa so facendo per donare qualcosa di mio o di me agli altri?” “Ho il diritto di chiedere e di aspettarmi che sia qualcosa al di fuori di me a dovermi rendere felice?”

E poi, proviamo a offrire ciò che abbiamo, e stiamo ad osservare. Certamente, qualcosa cambierà.


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2 risposte a "Felix-ità"

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