In esilio da cosa?

Da sempre è conosciuta la storia dell’esilio del popolo di Israele dalla loro terra, così come non sfuggono i racconti dei pellegrinaggi a Gerusalemme al Muro del Pianto, unica parte rimasta del Tempio distrutto nel 70 d.C per mano dell’Imperatore romano Tito, che ha dato inizio alla diaspora ebraica.

Sembrerebbe di primo acchito che la promessa di una terra dove scorre latte e miele, fatta dalla divinità al popolo eletto, non sia stata ancora mantenuta nei millenni di storia che si sono susseguiti: ma è proprio così?

Per rispondere a questa domanda è necessario staccarsi dalla semplice narrazione biblica per provare a ricercare un significato nuovo e diverso, dal gusto squisitamente simbolico nonché accattivante.

La terra di Israele – l’Eretz Israel – è per la Tradizione Ebraica il luogo interiore in cui nell’iniziato attecchisce il seme di un nuovo insegnamento, sia che derivi direttamente da un maestro o da una tradizione esoterica. In quel luogo simbolico (e reale) l’iniziato lo custodisce e lo fa crescere dentro di sé fino a farlo germogliare, così che possa dare i suoi frutti.

Israele è infatti potenzialmente la fertile terra interiore in cui si impiantano nuovi significati ordinati sulla vita, che vanno gradualmente a sostituire quelli caotici e confusi ereditati invece dal sistema di Madre Cultura, che ci ammalia e ci rende ciechi, offrendoci allo stesso tempo una ingannevole idea di libertà sulla quale basiamo la nostra esistenza.

Rabbi Chaoch diceva: “L’esilio vero di Israele in Egitto fu che gli ebrei avevano imparato a sopportarlo”.

La domanda inevitabile del curioso ricercatore dovrebbe quindi essere: “Cosa rappresenta dunque l’esilio da Israele?”.

Partiamo da un presupposto, forse non scontato: Israele non è limitato ad un luogo geografico presente sulla mappa del mondo, non si tratta cioè di un limite geografico, ma di una condizione interiore.

Ecco che l’esilio corrisponde letteralmente a chiudere occhi, orecchie e cuore a quella voce interiore che ci sussurra note armoniche che non trovano più ascolto. Infatti, chi si abitua al frastuono, non coglie con facilità i suoni dolci e leggeri, e può arrivare anche al punto da percepirli come fastidiosi (sig!).

In questa condizione sopportiamo la nostra schiavitù fino al punto da non fare più alcuno sforzo per capire chi siamo, e così facendo barattiamo la nostra vera libertà con l’immagine ideale di noi con cui ci presentiamo agli altri.

Non a caso la Torah impone al suo popolo una precisa Mitzvà, ovvero il precetto di non tornare a vivere in Egitto – letteralmente il “luogo stretto e angusto” – in cui gli ebrei sono stati schiavi.

La saggezza di questo testo antico mette in luce come il rischio di rimanere schiavi, o di tornare ad esserlo, sia sempre in agguato, anche in chi ha intrapreso da tempo un percorso spirituale di ricerca. I molteplici stimoli esterni offuscano in modo subdolo il nostro reale scopo, ci nutrono di illusioni luccicanti verso il futuro ed annientano il desiderio più intimo di affrontare la più grande sfida della vita: scoprire cosa ci facciamo qui.

Uscire dall’Egitto per cercare la propria terra fertile è un percorso interiore che va curato ogni giorno della propria vita per non rischiare di sopravvivere in esilio.

In questo impegno trova realizzazione la promessa di una terra in cui scorre latte e miele: si tratta del nostro volgere lo sguardo e una mano verso l’alto, gesto a cui corrisponderà una gentile e generosa risposta della Vita, aprendo nuove porte e nuovi orizzonti verso l’operoso iniziato.


Ascolta l’articolo “In Esilio da cosa?” in formato podcast:

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