La sfida

L’apprendistato del giovane allievo procedeva costantemente con progressi notevoli, non solo agli occhi del Maestro ma del villaggio tutto. Le linee di energia, che circondano la terra, non avevano più segreti per lui. Era arrivato al punto che riusciva a percepire la loro energia anche con lo sguardo, le vedeva sotto forma di lingue di fuoco, di colore rosso, che fuoriuscivano dal terreno. Aveva imparato, dal saggio druido, l’arte d’ascoltare il vento ed interpretare i suoi messaggi. Il saggio diceva che il vento fosse il messaggero degli dei e per il nostro giovane apprendista, questa considerazione, era diventata realtà oggettiva.

La cosa che più lo rendeva orgoglioso, dinnanzi al villaggio, era la capacità d’interpretare il volo degli uccelli. Sapeva riconoscere, attraverso di loro, il cambiare del tempo, l’arrivo di una siccità o di un importante periodo di pioggia. Sentiva di essere pronto, a questo punto, ad affrontare le Rune ma il Maestro gli soleva dire: “Ogni cosa a suo tempo”.

Nonostante questo, il giovane allievo stava costruendo le sue Rune; aveva trovato un pezzo di legno di frassino abbattuto da un fulmine, così come gli aveva detto il Maestro aver costruito le proprie molti anni addietro. Aveva preso così un ramo e, giorno dopo giorno, l’aveva intagliato fino a creare ventiquattro piccoli pezzi di legno sui quali avrebbe inciso i Magici Segni. Voleva fare una sorpresa, così almeno si raccontava, al suo Maestro. In realtà sapeva che il Saggio non lo avrebbe ancora ritenuto pronto per intagliare le Rune. Faceva tutti questi lavori all’insaputa del Druido, finché un giorno, per provare l’arte dell’incisione, intagliò una Runa e la ripose in un piccolo sacchetto che teneva in tasca.

Il Saggio Druido guardava i progressi del giovane allievo, così come si guarda il passare delle stagioni, senza mai dare cenno di soddisfazione o di compiacimento. Il suo sguardo, sempre amorevole ma serio, non permetteva all’apprendista di crogiolarsi in fantasie o compiacimenti. A questo ci pensava la gente del villaggio, che riconosceva nel ragazzo un potente futuro druido. La frase che più sentiva ripetere dal suo Maestro, ad ogni traguardo raggiunto, era: “Bene! Ma la strada è ancora lunga”. Il Maestro, ogni tanto, prendeva una foglia dove, con del colore preso dalle bacche, dipingeva una Runa. Poi la mostrava al giovane allievo e gli chiedeva di tenerla con sé per tutta la giornata, focalizzandosi sull’immagine e sul suono. Ogni sera, dopo aver bruciato la foglia, avrebbe dovuto fare un resoconto di tutte le energie, le particolarità, gli sbalzi energetici gli fossero successi durante la giornata in relazione alla Runa che teneva con lui. Quel diario, a sua insaputa, sarebbe stato per lui un fedele compagno di viaggio negli anni a venire.

Un giorno, mentre il giovane apprendista druido portava l’acqua in casa passò dinnanzi al Maestro, il quale diede uno sguardo all’interno del secchio e chiese: “Fermati un istante, non noti niente di diverso rispetto al solito all’interno del secchio che stai portando?” Il ragazzo fissò il secchio con lo sguardo più spaurito che mai avesse avuto. Il Maestro si mise a ridere: “Non ti ho detto che hai un serpente velenoso nel secchio, ti ho semplicemente chiesto se hai notato qualcosa di diverso nell’acqua”. “No, Maestro”, rispose avvilito l’apprendista. Sapeva che, se il Maestro aveva fatto quella domanda, sicuramente c’era qualcosa da vedere, che lui però in quel momento non riusciva a scorgere. L’acqua era lì, ferma e chiara, come tutti i giorni. Il ragazzo appoggiò, così, il secchio al suolo. Aspettò che il movimento ondoso dell’acqua si calmasse e scorse, quasi impercettibile ad uno sguardo umano, un minuscolo vortice. Subito un altro pensiero entrò nella mente dell’allievo: “Ma com’era possibile che il Maestro l’avesse visto? Aveva avuto solo una frazione di secondo per guardare all’interno del secchio ed inoltre con l’acqua in movimento, era praticamente impossibile percepirlo”. Pensò di essersi confuso, che non fosse quello il motivo per cui il Maestro gli avesse fatto notare il secchio d’acqua, quindi rispose: “Maestro, non vedo niente”. “Chi non vede, la tua mente o tuoi occhi? Ora puoi andare, ma ricordati di fare attenzione ai particolari nei giorni a seguire”. L’indomani l’apprendista raccolse l’acqua dal pozzo ed ancora, leggero, quasi impercettibile, quel mulinello roteava al centro del secchio e così fu per i giorni a venire. Alla fine il giovane allievo si avvicinò al Maestro: “Maestro, non è vero che non ho visto nulla nel secchio l’ultima volta”. Il Maestro alzò lo sguardo e chiuse il libro. Il giovane continuò: “Al centro ho visto un mulinello; subito ho pensato fosse una cosa senza importanza, ma adesso che lo vedo tutte le mattine penso sia proprio questo che volevate indicarmi”. “Bene!” rispose il Maestro, “ricordati che la magia sta nelle piccole cose, ed è nei minimi particolari che si evidenzia. Il mago è colui che riesce a scorgerli in ogni situazione. Anche una foglia che viene scossa dal vento è di per sé un atto magico se sai vederlo con il giusto sguardo. Tu ti ostini a vedere con la mente, a giudicare e a catalogare vero e falso. Voglio chiederti una cosa, ma devi essere molto sincero: hai cominciato ad incidere le Rune?”. Gli occhi del ragazzo si spalancarono all’inverosimile, mentre il suo sguardo scendeva, mesto, verso il terreno. Il Maestro prese il suo tono più severo che non ammetteva repliche di nessun tipo: “Mi sembrava di averti avvisato che non s’incidono le Rune senza la loro completa conoscenza. Credi forse che l’arte magica sia uno scherzo, un gioco da bambini per farsi belli dinnanzi alla gente del villaggio? Adesso vai, devo pensare al da farsi, ti chiamerò io quando sarà il momento”.

La giornata del giovane allievo passò tra mille tormenti; aspettava da un lato la chiamata del Maestro, dall’altro aveva una terribile paura di cosa avesse potuto comunicargli. Il Maestro lo chiamò verso l’imbrunire, lo sguardo era ancora molto severo ma la sua voce aveva una nota di amore paterno. “Devi stare attento, la tua energia è forte ma non ha ancora un padrone, hai smosso qualche forza molto particolare e l’acqua, nostra grande amica, non mente mai. Ci ha segnalato che hai aperto le porte ad oscure energie. Non hai notato che gli animali in questi giorni al tuo arrivo si allontanano? Non hai notato che non riesci a decifrare il volo degli uccelli e che le tue visioni sono cessate?”. Il ragazzo realizzò tutto all’istante. Preso com’era dai suoi pensieri e dalla fama che ormai si stava espandendo in tutto il villaggio aveva osservato, distrattamente, gli ultimi avvenimenti ai quali non aveva dato particolare peso, ma ciò che diceva il Maestro era tutto vero: sembrava aver perso le sue facoltà. “Maestro, perdonatemi, volevo provare l’arte dell’incisione, ne ho scolpita una sola”. “Non si scherza con la magia delle Rune, mio giovane amico, non si scherza. Hai inciso Laguz, vero?”. L’allievo non aveva il coraggio di alzare lo sguardo e rispose timidamente di sì scuotendo la testa. Niente sfuggiva al Maestro. Poi chiese all’allievo: “Ti ricordi la legge delle Rune che ci tramandiamo da anni?”. Il ragazzo riprese dalla memoria quanto il Maestro gli aveva fatto imparare e disse:

“Nessun uomo incida Rune se non è capace di interpretarle e di domarle,

giacché le Rune che proteggono sono state fatte dai numi

e dipinte dal Vate Possente Odino”.

“Bene! Preparati. Stanotte andrai nel bosco e chiederai ad Odino il suo supporto. Raggiungerai il Sacro albero, da solo; quando sarai al suo cospetto brucerai la Runa e lascerai la cenere tra le radici di Yggdrasill. Che il Signore ti protegga, sarà una lunga notte per te”. Il ragazzo si preparò, raccolse gli indumenti del viaggio e si apprestò a raggiungere il Sacro Albero. Non era un percorso facile, soprattutto di notte. Gli animali selvatici non mancavano, compresi i lupi, inoltre la luna non era ancora nella sua fase splendente per cui i suoi passi non sarebbero stati accompagnati dal suo chiarore.

Tutti questi pensieri affollavano la sua mente quando, prima di partire, incontrò il Maestro: “Prendi questo per il tuo viaggio, aprilo solo quando sarai disperato a rischio della vita stessa”. Diede così in mano al giovane un piccolo sacchettino, chiuso con dei lacci, poi continuò: “Non ti fidare dei tuoi occhi, non ti fidare del tuo udito, non ti fidare della tua mente, abbi il coraggio di guardare dentro te stesso; ricordati che le belve più feroci abitano dentro ognuno di noi. Se riuscirai a tenere a mente le mie parole tornerai indietro, altrimenti il buio ti porterà lontano dalla tua meta”. Il ragazzo ristette per un attimo, quelle parole non lo rendevano affatto sereno e la paura della notte e dei suoi aiutanti non lo rendeva di certo felice di partire. Non capiva perché il Maestro non poteva andare con lui: aveva visitato quella zona solo due volte, come avrebbe fatto a trovare la strada, e per di più di notte? Dopo un’ora di cammino sentiva già di essersi perduto; non aveva la minima idea di dove fosse e, come aveva detto il Maestro, aveva perso gran parte delle sue facoltà per cui non riusciva a vedere neanche una minima linea di energia che potesse aiutarlo ad orientarsi. L’unica cosa che lo accompagnava era il rumore della foresta e dei suoi molti animali. Intanto la sua mente aveva cominciato a fluttuare e degli strani pensieri facevano capolino: “Alla fine che mai avrò fatto? Ho inciso una Runa, con tutte le buone intenzioni del mondo e quella Runa oltretutto la conosco. Laguz, la Runa dell’acqua e delle sue fluttuazioni, la Runa della magia delle piante, la Runa della luna e dei suoi movimenti, che mai avrò fatto? Il Maestro, lui stesso, mi aveva detto che quando sentivo fosse il momento giusto avrei potuto incidere le Rune: perché non vuole che proceda, che avanzi? Mi tratta come un bambino, eppure gli ho dimostrato quanto sono avanzato nell’arte magica. Ha visto che la gente del villaggio viene a chiedere a me per le piogge, viene a chiedere a me come sarà il raccolto. E se fosse geloso? E se avesse paura di insegnarmi l’arte delle Rune perché io posso diventare più potente di lui?”. Questi pensieri si accendevano e si spegnevano in continuazione nella sua mente. Il giovane allievo cercava di non alimentarli, ma lentamente, come la goccia che giorno dopo giorno buca la dura roccia, quei pensieri si infiltravano nella sua mente aggiungendo particolari, prendendo sempre più forma e consistenza. Da una parte il giovane lottava per allontanarli, dall’altra li trovava sempre più verosimili, fino a che fu distratto da un potente ululato che lo risvegliò da quella trappola mortale. “Ci mancavano i lupi”, disse tra sé e sé affrettando il passo. Quando oramai era arrivato a pensare che il Maestro volesse sbarazzarsi di lui perché geloso delle sue qualità, un fuoco, sull’altro versante del bosco, gli donò conforto e bloccò quei folli pensieri; si diresse, così, verso di esso con rinnovata fiducia.

Si avvicinò lentamente alla radura e vide un uomo, di qualche anno più vecchio di lui, seduto solo ad ammirare la fiamma. Dopo poco udì una voce: “Venite avanti straniero, starete meglio al riparo del mio fuoco”. Così il giovane druido si avvicinò alla fiamma e si presentò al misterioso uomo della foresta. Dopo le iniziali formalità e presentazioni l’uomo disse: “Così voi siete il giovane e famoso apprendista del saggio druido di cui parla tutta la foresta… si spendono molte parole sulla vostre qualità, dicono che sarete un grande druido, addirittura più grande del vostro Maestro”. L’allievo si schernì per un attimo ma quelle parole andarono dritte a segno: alimentare quella parte di lui che voleva sentirsi speciale, che voleva essere ammirata. Poi l’uomo continuò: “Lo so, lo so, vi state chiedendo: chi è costui che osa infrangere la regola per cui è vietato accendere un fuoco nella foresta sacra, non è così?”

L’allievo scosse la testa in segno di approvazione, poi l’uomo riprese: “Lasciate allora che vi racconti un po’ di me. Io sono Mjor ma tutti mi conoscono adesso come Corvo Rosso”. Quel nome, al giovane allievo, ricordava qualcosa di famigliare, ma le parole del nuovo arrivato lo allontanarono dal suo pensiero. “Vivo nella foresta e controllo diversi villaggi sotto il mio potere, posso definirmi un druido itinerante. Il fuoco che vedi è stato acceso con la mia magia ed io ho il potere di controllarlo”. Detto questo alzò una mano e la pose sopra la fiamma lentamente. Il fuoco si abbassò fino quasi a sparire poi, alzando la mano nel verso contrario, il fuoco si alzò quasi fino al cielo”. I sentimenti del giovane allievo erano duplici: da un lato ammirava quella dimostrazione di potere da parte di quell’ uomo così sicuro di sé, dall’altra ricordava le parole del suo Maestro: “Le forze della natura sono sacre e non vanno mai utilizzate per il proprio interesse personale: la pena è la perdita del loro controllo fino a che le stesse forze ti si rivolteranno contro”. Quell’uomo comunque non sembrava averne perso il controllo, anzi! Perché allora quelle parole da parte del Maestro? Mjor interruppe i suoi pensieri, quasi leggendone il contenuto e continuò: “Sai, anch’io facevo parte della scuola dei druidi, anch’io sognavo di diventare uno di loro, ma il mio Maestro non mi lasciava esprimere, non voleva che io acquisissi le arti magiche. Diceva che non ero pronto, che era pericoloso, fino al giorno in cui scoprì la verità…”

Prima di continuare lasciò passare un interminabile silenzio, poi riprese: “Era geloso del mio potere, che io potessi divenire più forte di lui, così decisi di andarmene e fare le mie esperienze da solo. Sono dieci anni che vivo secondo le mie leggi, tutti mi temono e mi rispettano, nessuno osa più dirmi cosa devo o non devo fare. Io sono libero!”. Quelle parole gli entrarono in testa e si fissarono nella sua mente, così come fossero legna secca che si butta su una piccola fiammella, dando vitalità alla fiamma dei suoi pensieri, che adesso diventavano un vero e proprio incendio. Allora aveva capito bene! Ecco perché il Maestro diceva sempre che era troppo presto per l’arte magica, ecco perché non voleva che incidesse le Rune, ecco perché era infastidito ogni qualvolta la gente del villaggio gli faceva complimenti o dimostrava interesse per le sue qualità magiche. Le parole del nuovo compagno di viaggio lo portarono nuovamente alla realtà: “Comunque, adesso sarete stanco e vorrete riposare; parleremo domani e se vorrete vi accompagnerò alla vostra meta”.

Il giovane allievo fu felice e sollevato da quelle parole, dimenticando completamente che il Maestro gli aveva detto di andare da solo e così rispose: “Grazie mio gentile signore, ne sarei molto sollevato. Sono diretto alla montagna sacra presso il magico albero Yggdrasill”. Sentendo il nome del magico albero l’uomo dinnanzi a lui fece una strana espressione, quasi di sofferenza sul viso. Il giovane apprendista, troppo preso dal nuovo incontro, non se ne accorse e continuò: “Mi sono già perduto e la vostra compagnia mi sarà di prezioso aiuto; inoltre i lupi che sento sempre più vicini, mi incutono un certo timore e preferisco avere compagnia”. A quelle parole Corvo Rosso fece un gesto sulla fiamma che si spense, quasi completamente; gli ululati divennero sempre più forti e vicini e, dopo pochi minuti, i due ragazzi furono circondati dai lupi. Il giovane apprendista stava letteralmente morendo di paura, continuava a gridare: “Accendete il fuoco vi prego, accendete il fuoco…!”. L’altro, rimaneva seduto, impassibile come se la cosa non lo riguardasse. Il giovane apprendista preso dalla disperazione e dalla paura alzò le mani sulla cenere ed un fuoco gigante divampò all’istante, mostrando proprio dinnanzi a sé, il suo nuovo compagno di viaggio in piedi con a fianco un gigantesco lupo nero mentre gli accarezzava la testa. Tutti gli altri lupi rimanevano silenziosi, intorno a loro, in disparte, ad osservarli. Corvo Rosso fece uno sguardo stupito, poi disse: “Calma, calma! Volete incendiare tutto il bosco. Allora è vero ciò che si racconta di voi… avete grandi energie, che però sprecate con giochi da bambini!”. L’allievo rimase pietrificato, non sapeva di essere in grado di controllare il fuoco: quante cose ancora non sapeva dei suoi poteri. Nel frattempo il druido itinerante fece un cenno con la mano cosicché il lupo e tutti i suoi compagni sparirono inghiottiti dalla notte. Nel silenzio, esterrefatto, del giovane apprendista, Mjor disse: “Come vedi non ho ultimato il mio praticantato da Druido ma qualcosa l’ho imparata”.

Finì la frase con una risata potente che rimbombò in tutta la vallata.  Il giovane apprendista era comunque troppo ammirato da quell’esibizione e da ciò che aveva scoperto di se stesso per potere cogliere il lato sinistro di quel sogghigno. Così i due si misero a dormire sotto il cielo stellato; l’unica cosa che stonava in quella notte era il richiamo di un falco in lontananza, il giovane apprendista rimase per un attimo pensieroso: “Che ci faceva un falco di notte?”. Ma l’adrenalina di quanto appena vissuto prese il sopravvento e la gioia di aver incontrato un così potente amico lo distolse da quel lontano richiamo. L’indomani partirono all’alba, il nuovo compagno di viaggio non smetteva di raccontare delle sue prodezze, di quanto avesse fatto questo e quello e di come avrebbe insegnato al suo giovane amico questa e quella tecnica, evidenziando con sontuosi aggettivi la prova di forza della sera prima del giovane allievo: “Vedi, tu non conosci il tuo potere perché i druidi lo mettono al servizio degli altri, non lo sperimentano per se stessi, ma se tu lo lascerei fluire attraverso le tue emozioni, soprattutto rabbia e paura, scoprirai di riuscire a fare cose incredibile e tutti ti rispetteranno”.

Strada facendo incontrarono un villaggio dove furono accolti dalla gente con molto rispetto. Furono fatti accomodare nella dimora del capo villaggio che chiese a Corvo Rosso di aiutarli per il prossimo raccolto. Il druido acconsentì in cambio di qualche pezzo d’oro, cosa che stupì moltissimo il giovane allievo al quale era stato insegnato dal suo Maestro che tutto ciò che avrebbe ricevuto, gli sarebbe stato dato gratuitamente e tutto ciò che avrebbe dato, grazie a quello stesso Insegnamento, avrebbe dovuto essere gratuito. I druidi infatti si prendevano cura della gente del villaggio in tutti i suoi aspetti e la gente si prendeva cura di loro fornendogli tutto il cibo necessario. L’altra differenza, che osservava girando nel piccolo villaggio con il suo compagno, era l’atteggiamento della gente. Mentre nel suo villaggio tutti amavano il Maestro, dai bambini agli anziani e lo rispettavano nonostante il suo atteggiamento serio e assolutamente non compiacente, anzi, in alcuni momenti si poteva dire esattamente il contrario, verso il suo nuovo compagno di viaggio notava un atteggiamento molto differente; la gente lo rispettava, sicuramente sì, ma non per amore, per timore. Non capiva esattamente cosa temessero ma percepiva una nota di paura negli sguardi della gente. A Corvo Rosso piaceva questa cosa e lo faceva apparire molto sicuro di sé, dando al giovane allievo una sensazione mista tra sgomento e ammirazione. Così quando Mjur lo presentò come suo apprendista, anche se rimase stupito e imbarazzato, non disse niente, perché una parte di sé era orgogliosa di sentirsi guardato con lo stesso timore e rispetto. Notava, oltretutto, che le donne lo guardavano in maniera diversa; mentre quando era con il Maestro nessuna osava fare uno sguardo civettuolo, adesso insieme al suo nuovo compagno, più di qualcuna faceva capire il suo possibile interesse, altra cosa che non dispiaceva al giovane apprendista. Dopo gli opportuni riti propiziatori, con cui Corvo Rosso non perse occasione di dimostrare alla gente del villaggio le sue arti magiche, creare mulinelli di vento, richiamare le nuvole per coprire il sole, i due si misero in cammino.

L’allievo sapeva fare benissimo quelle piccole magie, ma gli era stato dato divieto tassativo di utilizzare tutto ciò per interessi personali o per cercare l’approvazione della gente. “L’arte magica è sacra”, diceva il suo Maestro, “non farla diventare motivo di vanto perché prima o poi il prezzo da pagare diventerà molto caro”. Ripresero il cammino soltanto all’imbrunire ed un altro giorno era stato perduto; l’allievo non sapeva neanche dove si trovasse, né tantomeno quanto lontano fosse il Sacro Albero.

Mjur parlò direttamente al nuovo compagno di viaggio appena partiti: “Perché non ti unisci a me? Insieme diventeremo veramente potenti e potremmo diventare invincibili con le nostre arti magiche, tutte le genti ci rispetterebbero e i nostri nomi, la nostra fama, precederebbe il nostro arrivo… la gente farà a gara per averci ospiti nei loro villaggi. Penso tu abbia capito che il tuo Maestro voleva semplicemente sbarazzarsi di te, che sei diventato ingombrante e nessun nuovo Insegnamento ti verrà dato”. Non si potrà mai dire che la proposta non solleticasse enormemente l’ego del giovane apprendista e il desiderio di accettare era, in quel momento, molto forte. Nonostante questo qualcosa gli diceva che non era giusto, qualcosa di molto profondo che non aveva la forza di emergere. I due camminavano in silenzio mentre tutto il possibile e l’impossibile passava dinnanzi alla mente del giovane druido. Si fermarono dopo ore di cammino a riposare all’ombra di una quercia e il giovane apprendista si distese guardando il cielo, quando, all’improvviso, sopra la sua testa, cominciò a roteare un bellissimo falco, lanciando i suoi fischi in continuazione; non era il solito stridio del falco, era un richiamo, un sibilo che entrava nella testa del giovane druido e faceva vibrare tutte le sue cellule. Il falco era il suo animale totemico.

Ogni druido, in una fase avanzata dell’apprendistato, si sceglieva, con l’aiuto del Maestro, un animale di riferimento che incarnasse delle qualità, delle attitudini del druido, quasi sempre in riferimento a caratteristiche personali che lo collegassero alla parte magica della sua vita. Vivendo a stretto contatto con la natura era molto più facile scorgere queste caratteristiche negli animali che li circondavano, e, per analogia riconoscevano in loro delle somiglianze; osservando attentamente quegli animai riuscivano così a vivere le loro caratteristiche peculiari e, portandole dentro di sé, riuscivano ad acquisirne i poteri. Alcuni druidi molto avanzati avevano talmente introiettato quelle caratteristiche che potevano trasformarsi nel loro animale totemico o avevano stabilito una connessione così profonda che, in alcuni momenti di pericolo, l’animale appariva nelle situazioni più difficili, anche in luoghi dove non avrebbe dovuto o potuto arrivare. Il Maestro diceva che le forze della natura, gli dei, utilizzano questi animali per parlare con l’essere umano, per portare dei messaggi, che per essere ascoltati avevano bisogno di estrema concentrazione e di una visione che andava al di là del semplice sguardo. Quella visione lo riportò in se stesso, accese quella parte di lui, al momento, assopita. La domanda posta da Corvo Rosso, pochi minuti prima, non sembrava più così allettante. All’improvviso il pensiero della giovane druidessa gli apparve come una meteora nella mente; lei non avrebbe certamente approvato quella scelta, anzi, sentiva già le sue parole: “Tu sei un pazzo! Hai scelto la fama, il potere personale al nostro Maestro, all’Insegnamento. Hai venduto te stesso, noi, il Maestro, per uno sguardo compiacente”. Poi nella testa gli rimbombava una sola parola: “Addio!”. Ma quell’addio non era tollerabile, come non era tollerabile pensare al suo Maestro e a come avesse mai potuto presentarsi dinnanzi a lui anche in un lontano futuro. Si girò, con un altro sguardo, verso il compagno di viaggio e disse: “Non stiamo andando al Sacro Albero, adesso, vero?”. “No!”, gli rispose quest’ultimo, “Stiamo andando nel prossimo villaggio dove mi servirà il tuo aiuto, poi sarai libero di andare”. Nel mentre un uomo corse incontro ai due giovani gridando: “I lupi sono entrati nel villaggio, correte ci serve aiuto”. Il giovane druido corse incontro all’uomo e cercò di calmarlo per farsi spiegare cosa stesse succedendo; quest’ultimo con poco fiato disse: “Un branco di lupi, con a capo un lupo nero, sta attaccando il villaggio, vi prego aiutateci”.

Il giovane druido guardò il suo amico, con sguardo di disapprovazione, poi accelerò il passo verso il villaggio, mentre Corvo Rosso gridava: “Non puoi aiutarli, nessuno lo può. È il prezzo da pagare per avere la loro sottomissione… ogni tanto dobbiamo lasciare che i lupi sfoghino i loro istinti”. Il giovane druido aveva capito: ecco cos’era il controllo, ecco perché Corvo Rosso era così sicuro di sé. Non era lui a controllare le forze della natura, ma erano loro a controllarlo dandogli in cambio una parvenza di potere. Il Maestro ne aveva parlato e chiamava questo stato ‘il passaggio dalla luce al buio’. Diceva che quando si imboccava la strada del buio era quasi impossibile ritornare alla luce; se l’uomo non mette a servizio il suo potere per un fine più elevato, quel potere lo divorerà. Era per questo che l’arte magica non era a disposizione di tutti, era per questo che prima di acquisire determinate conoscenze bisognava lavorare profondamente su se stessi. Ed era, sempre per questo che il Maestro rallentava quell’aspetto, accentuando il Lavoro su se stesso che l’allievo doveva innanzitutto portare avanti.

No! Non avrebbe mai accettato quella fine e prese immediatamente coscienza di quanto vicino fosse ad accettare quel patto, quanto il suo orgoglio lo stesse allontanando dall’Insegnamento e dalla casa del Maestro. Arrivato al villaggio si trovò immediatamente il lupo nero a sbarrargli la strada e Corvo Rosso vicino a lui, a ricordare quanto forti sarebbero stati insieme e quanti villaggi avrebbero potuto conquistare sotto il loro potere. “Non sarò mai uno dei vostri, io voglio diventare un druido al servizio del mio popolo e di Odino”. Corvo rosso rimase impassibile: “Allora non ti posso aiutare, farai la fine di questa gente, addio”. Il lupo nero si avvicinava ringhiando minaccioso, così il giovane apprendista estrasse il regalo del Maestro ed aprì il sacchetto che gli era stato donato da usare in caso di estremo pericolo. Niente! Dentro era vuoto, girò il sacchetto, ma niente. “Ma cosa significa?” Pensò l’allievo, “Perché il Maestro mi fa questo?”. Ma la battaglia interiore dei giorni precedenti era servita e la sua mente si focalizzò immediatamente. “Se il Maestro così vuole, così sarà, lui crede in me. Userò le mie forze e mi metterò alla prova, se devo morire questo è il giorno migliore per farlo”. La paura svanì, il giovane allievo si concentrò ed evocò l’energia della terra in soccorso; non lo faceva per lui, in quel momento lui non c’era, lo faceva per le persone in pericolo, per il suo Maestro, per quella ragazza che gli aveva rapito il cuore.

Una luce fortissima si alzò alle sue spalle, ed apparve, uscendo non si sa da dove, un gigantesco lupo bianco, che cominciò una lotta mortale con il lupo nero. La battaglia fu breve; il lupo bianco era nettamente più forte e mise in fuga il rivale verso i boschi, con tutti gli altri lupi, anche se il giovane apprendista sapeva che sarebbero, prima o poi, ritornati. Anche Corvo Rosso se ne era andato ed il giovane non era nemmeno sicuro fosse mai realmente esistito o se fosse solamente una proiezione della sua mente, una parte di lui, che era lì nascosta ed era emersa alla prima occasione utile. Quello che era certo erano i graffi sul petto, i vestiti strappati ed un morso molto profondo riportato sull’avambraccio.

Gli tornarono in mente le parole del Saggio Druido: “L’energia è neutra ed alimenta allo stesso modo tutti i nostri lati, sia quelli che definiamo positivi sia quelli che definiamo negativi. La scelta finale tocca a noi, il lupo che vincerà, tra il bianco e il nero, sarà quello a cui noi daremo da mangiare”. Quando arrivò seguendo le linee di energia, tornate adesso visibili, al Sacro Albero incontrò un vecchio avanti negli anni seduto sotto le sue fronde, che viste le ferite lo curò con erbe magiche. Il vecchio gli disse: “Riconosco dalle tue ferite le zanne dei lupi hai combattuto contro di loro”. Il giovane stette un attimo in silenzio, poi disse: “No, ho combattuto contro me stesso, l’animale più feroce che esista ed ho rischiato di morire”. Il vecchio continuò la medicazione silenzioso, poi si alzò con fatica e disse: “Addio giovane apprendista, spero tu non perda mai la sincerità nel guardare dentro te stesso, pochi guerrieri ho incontrato nella mia vita capaci di farlo, è molto più facile pensare che il lupo nero appartenga a qualcun altro”; detto questo si allontanò lentamente, mentre il giovane druido avrebbe voluto chiedergli tante cose, ma in quel momento non riusciva e sentiva che era tutto perfetto così. Quella notte all’Albero Sacro fece quanto il Maestro gli aveva detto, poi s’addormentò ai piedi di Yggdrasill dove si sentiva protetto. Il mattino s’incamminò per tornare verso casa sperando di non aver buttato alle ortiche tutto il suo apprendistato: era almeno tre settimane in ritardo. La cosa che più lo turbava era come quella ragazza, vista così poche volte, fosse diventata così importante per lui, come il suo ricordo lo avesse risvegliato da quello strano incantesimo; avrebbe voluto rivederla al più presto e raccontarle della sua avventura. Era forse quello ciò che il Maestro chiamava la connessione di Karantez, l’Amore.

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2 risposte a "La sfida"

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  1. Grazie, questo articolo è stato particolarmente importante….ha fatto uscire allo scoperto Corvo Rosso che non avevo individuato in me …. Grazie

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