Il fare che non facciamo: l’approccio della Quarta Via

Molte persone si avvicinano al mondo dell’esoterismo attraverso la lettura e l’approfondimento degli insegnamenti della Quarta Via. Ne restano affascinate per il linguaggio moderno, per l’impostazione pratica e per il modo in cui G. I. Gurdjieff ha reso accessibile al mondo occidentale una tradizione antica, riportandola con termini comprensibili all’uomo contemporaneo. Eppure, proprio chi si dichiara vicino a questo insegnamento spesso by-passa uno dei suoi nuclei fondamentali: il fare.

Il fare nella Quarta Via

Ordinariamente tutti noi ci crediamo capaci di fare: di mettere in pratica i nostri progetti, di decidere qualcosa e di portarla a termine. Pensiamo che la nostra vita sia il risultato consapevole delle nostre azioni, delle nostre scelte, del nostro agire volontario. Ma, per la Quarta Via – come in molte tradizioni esoteriche – questa convinzione è un’illusione. P. D. Ouspensky lo esprime in modo diretto:

La suprema illusione dell’uomo è la sua convinzione di poter fare. Tutti pensano di poter fare, vogliono fare, e la loro prima domanda riguarda sempre ciò che dovranno fare. Ma, a dire il vero, nessuno fa qualcosa e nessuno può fare qualcosa. Questa è la prima cosa che bisogna capire. Tutto accade.” (1)

Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi percorso interiore autentico: la presa di coscienza, nuda e cruda, che l’essere umano non è realmente capace di fare. Toglierci da questa illusione, riconoscere che la nostra vita è in gran parte un insieme di scelte meccaniche sottoposte alla legge dell’accidente, potrebbe essere uno schiaffo verso l’immagine idealizzata che abbiamo costruito di noi stessi. Ma è anche una possibilità, perché solo da questo urto iniziale può nascere un vero lavoro interiore.

Se accettiamo, anche solo come ipotesi, che “tutto ci accade” e che non siamo realmente in grado di fare, che per ogni decisione esiste un io, una personalità, che interviene a contraddirla, facendoci andare nella direzione opposta a quella da cui eravamo partiti, allora la domanda cambia radicalmente. Non è più: “Cosa devo fare?” ma “Che cosa posso osservare in me, ora?”

Il primo passo del fare nella Quarta Via non è l’azione esteriore, ma l’osservazione imparziale di ciò che realmente accade dentro di noi: i mille pensieri che si contraddicono, le emozioni che cambiano direzione al primo soffio di vento, le promesse fatte alla sera e già dimenticate il mattino dopo… queste osservazioni sono già un altro tipo di fare ed è in questo spazio che nasce qualcosa di nuovo: la possibilità di una scelta, per quanto minima.

Tendiamo costantemente a non saper controllare tantissime nostre reazioni come: alzare la voce, seguire un risentimento, cedere al solito automatismo, arrabbiarci con chi ci vuole aiutare, difendere a spada tratta il nostro orgoglio chiamandolo con nomi diversi, sentirci costantemente vittime di ingiustizie perpetrate da altri mentre noi ne usciamo sempre come vittime. Finché restiamo prigionieri dell’idea di poter tutto, di decidere tutto, di essere padroni della nostra vita, non vediamo le catene invisibili che ci governano, catene formate da paure, abitudini, influenze esterne, automatismi, desideri nemmeno nostri. Sono queste forze a determinare le nostre scelte molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Proviamo a osservare una giornata qualunque. 1- Decidiamo di essere presenti, di non reagire, di ricordarci di noi stessi. 2- Poi suona il telefono, qualcuno dice una frase nel tono sbagliato, il corpo si irrigidisce. 3- Parte una risposta automatica e, cinque minuti dopo, siamo già lontani dalla decisione iniziale. Non abbiamo “scelto” nulla. Siamo stati scelti.

Sfortunatamente, per trovare una soluzione alle nostre difficoltà, ci accontentiamo dei pensieri che formuliamo e delle parole che pronunciamo, scambiandoli per realtà vissuta. Ma pensare e parlare non sono fare e non sono sufficienti per cambiare. Don Juan, nel libro: L’Isola del Tonal, lo esprime con lucidità:

Le parole ci costringono sempre a sentirci illuminati, ma quando ci giriamo a fronteggiare il mondo non ci soccorrono mai, così che finiamo per fronteggiare il mondo come abbiamo sempre fatto, senza luce. Per questa ragione uno stregone cerca di agire, anziché di parlare, e a tal fine formula una nuova descrizione del mondo: una nuova descrizione in cui il parlare non è così importante, e le nuove azioni esercitano nuovi riflessi.” (2)

Il vero fare non è accumulare concetti, dottrine, spiegazioni, interpretazioni.

Il vero fare è trasformare il modo in cui reagiamo, il modo in cui osserviamo, il modo in cui viviamo le situazioni.

Forse la domanda più scomoda non è se sappiamo fare, ma se siamo disposti a scoprire quanto poco facciamo davvero.

Perché da quel momento in poi non possiamo più fingere. E il lavoro comincia proprio dove smettiamo di raccontarcelo.


(1) P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio, 1976 (pg. 27)

(2) C. Castaneda, L’Isola del Tonal, Sesta Edizione BUR 2010, (pg. 57)

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