Ogni epoca ha le sue forme di superstizione, le sue degenerazioni spirituali che, viste con occhi disincantati, assumono forme tragicomiche. La nostra cultura, che si crede estremamente adulta e matura, ha inventato il culto del “prendersi cura di sé”.
Se si aprisse un varco spazio-temporale e passasse di qua uno yogi della vecchia guardia, un sacerdote egizio, oppure uno sciamano pellerossa, sentendo ripetere il consiglio amoroso e premuroso “dovresti prenderti cura di te”, penserebbe probabilmente ad un percorso iniziatico fatto di dedizione, disciplina e prove estenuanti.
Peccato che oggi quelle parole rimandino a qualcosa di marcatamente diverso…
Un po’ di respirazione per abbassare la pressione.
Una meditazione guidata per non mordere il collega.
Una tisana per digerire l’angoscia.
Un bagno caldo per sciogliere la tensione.
Un weekend fuori porta per fingere che il lunedì non arriverà mai.

Poi si torna in pista. Forse più lucidi, più calmi, più performanti. Pronti a servire di nuovo lo stesso meccanismo che ci ha consumati.
Non cura di sé, dunque, ma manutenzione ordinaria del personaggio che non può tradire le proprie aspettative e quelle di chi lo circonda.
Nulla a che vedere con un vero lavoro interiore, ma qualcosa di molto più simile a un breve pit stop in mezzo alla corsa frenetica della propria vita. In altre parole, un semplice tagliando di sé, spacciato romanticamente, e comodamente, come una qualche espansione di coscienza.
Profumare l’incendio
Il problema ovviamente non è la tisana che, poveretta, non ha colpe. Nemmeno la candela profumata, l’app di meditazione, il massaggio o il corso sul respiro. Il problema è il significato che diamo a questi strumenti e l’uso che ne facciamo: non per svegliarci, ma per continuare a funzionare.
Inutile girarci intorno e addolcire la pillola: il “prendersi cura di sé” oggi è diventato un lubrificante emotivo, una pulizia del filtro mentale, un reset del sistema nervoso. Poi via verso un nuovo giro di pista: più presentabili, più produttivi, più tollerabili agli occhi degli altri e forse anche ai nostri.
La parola cura un tempo aveva un peso. Non indicava semplicemente il sollievo, ma l’attenzione, la custodia, la responsabilità verso qualcosa di prezioso. Curare significava vegliare, restare accanto, osservare, ed anche sopportare la fatica di vedere.
Oggi invece il significato di questa parola rimanda sempre più spesso all’idea di sedare i problemi interiori e ricaricare il più velocemente possibile il serbatoio della solita macchina.
Tutto questo spinge però verso un cortocircuito esistenziale tanto pericoloso quanto tenebroso.
Siamo stanchi, insoddisfatti e infelici? Allora la soluzione non può che essere riposare di più, fare più cose che ci piacciono, cercare più emozioni, scappare dalle situazioni in cui ci sentiamo scomodi e a disagio.
Se la casa brucia e senti puzza di fumo, perché stressarti troppo cercando di spegnere il fuoco, quando basterebbe un buon profumo per l’ambiente per coprire l’odore sgradevole?
Questa è la grande ambiguità del self-care contemporaneo: si presenta come liberazione, ma spesso serve solo a renderci più adattabili alla prigione. Non ci chiede: “Cosa nella tua vita è falso? Quali sono le menzogne che ti racconti?”. Ci chiede, in modo molto più rassicurante: “Come puoi sopportarlo meglio? Cosa puoi fare per non pensarci troppo?”.
Ricordo di sé o oblio di sé
Siamo esseri contraddittori, opachi, pieni di parti non riconciliate, attraversati da desideri, paure, automatismi, intuizioni e possibilità. Siamo molto più complessi di una macchina, ma anche molto più interessanti.
La vera cura di sé, quindi, non coincide sempre con ciò che ci fa stare subito meglio. Questa è una delle illusioni più comode del nostro tempo.
A volte curarsi significa smettere di raccontarsi bugie, vedere la propria vigliaccheria, la propria vanità, la propria dipendenza dal giudizio altrui. A volte significa rinunciare a un’identità che ci ha protetti, ma che ora ci tiene in ostaggio; dire no a qualcosa che ci attrae ma che ci impoverisce, o dire sì a qualcosa che spaventa.
La vera cura di sé non è necessariamente occuparsi direttamente di sé. Spesso significa uscire da sé per dedicarsi, in modo completo e disinteressato, a qualcosa a cui si dà valore, decidendo di custodirlo come una cosa preziosa.
Può trattarsi di un ideale, di una comunità, di una parola data, di un’arte, di una terra. Qualsiasi cosa, purché ci chiami fuori dal nostro piccolo centro di gravità personale, per attingere a fonti di energia decisamente più vaste e di qualità più sopraffina.
Ecco allora l’inganno più raffinato della cosiddetta “cura di sé” contemporanea: ci convince che, per ritrovarci, dobbiamo occuparci ancora di più di noi stessi, quando spesso sarebbe necessario l’esatto contrario. Smettere per un momento di contemplare il nostro malessere come fosse il centro dell’universo e tornare a servire qualcosa di vivo, reale, necessario.
Un consiglio non richiesto?
La prossima volta che ti prenderai cura di te, ricordati che probabilmente stai facendo solo un tagliando, non un’esperienza spirituale.
Un tagliando non serve per interrogarci sulla strada che stiamo percorrendo, o per comprendere la storia che ci stiamo raccontando. Un tagliando serve solo per prendere un attimo di respiro e poi continuare nello stesso modo.
E se continuiamo nello stesso modo, forse il problema non è che non ci curiamo abbastanza; forse il problema è che ci curiamo quel tanto che basta per non svegliarci davvero.
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