Vairāgya: la consapevolezza che libera

Soffermandoci nella lettura e nella meditazione dei Testi Tradizionali per eccellenza, è commovente riconoscere come ciascuno di essi, attraverso il linguaggio proprio del suo tempo e del suo contesto sociale, sia stato concepito per offrire un aiuto concreto all’essere umano. Questi testi indicano un cammino di liberazione dalla sofferenza e di realizzazione interiore.

I Maestri che li hanno redatti possedevano una conoscenza profonda, sia teorica sia pratica, degli argomenti trattati. Per questo hanno affidato ai loro insegnamenti una funzione preziosa: essere come un salvagente gettato in mare, destinato a chi desidera non affondare nelle difficoltà dell’esistenza.

La consapevolezza che libera: Vairāgya e lo Yoga

Negli Yogasūtra di Patañjali, con una sinteticità sorprendente, vengono forniti fin dai primi sūtra le indicazioni pratiche per intraprendere il cammino verso l’autorealizzazione. Uno dei mezzi fondamentali per placare le citta-vṛtti, le modificazioni della mente, è individuato nel vairāgya.

Il termine deriva da rāga, che indica l’attaccamento, l’attrazione o il desiderio che sorge in seguito al piacere derivante dagli oggetti che vengono sperimentati. Sebbene l’etimologia richiami il solo rāga, essa comprende implicitamente anche dveṣa, la repulsione verso ciò che comporta dolore o infelicità, poiché attrazione e repulsione sono due poli inseparabili della stessa dinamica mentale.

Non è l’oggetto di piacere o dolore in sé a essere causa di sofferenza, ma sono l’attaccamento o la repulsione a rappresentare il vincolo che ci mantiene legati. Se ognuno di noi prova a pensare con obiettività all’influenza di tutto ciò nella propria vita, potrà vedere come attaccamento e repulsione incontrollati creino una fittissima rete di legami che fanno scorrere la nostra vita lungo binari prestabiliti, costituendo a tutti gli effetti la causa nascosta – ma non troppo – delle nostre afflizioni.

Vairāgya rappresenta dunque quello stato di libertà che si raggiunge attraverso un insieme di azioni e attitudini che portano alla luce della consapevolezza i nostri attaccamenti liberandoci da essi nonché, nello Yoga superiore, il vairāgya supremo è la realizzazione di quella caratteristica della pura coscienza eternamente libera dal gioco della manifestazione.

Non attaccamento, assenza di desiderio, distacco. Al giorno d’oggi basta fare una ricerca su internet per trovare moltissimo materiale che affronta l’argomento affermando che è necessario maturare il distacco verso gli eventi che ci accadono, le persone con cui ci relazioniamo, gli oggetti che desideriamo, spiegando in maniera ineccepibile cosa significa non attaccamento.

Ma è davvero sufficiente comprendere un concetto mentalmente per poi riuscire a trarne un beneficio pratico che possa veramente incidere su ciò che viviamo e agire sui contrasti che abbiamo con le altre persone? Il sūtra che ci riporta a questa pratica può offrirci uno spunto prezioso per addentrarci un po’ più in profondità:

La consapevolezza della padronanza perfetta (dei desideri) nel caso di chi abbia cessato di anelare agli oggetti, visibili o non visibili, è il vairāgya.

Queste parole, come tutto il Trattato da cui provengono, si prestano a numerosi livelli di lettura che possono soccorrere chiunque vi si approcci con rispetto e con la curiosità di scoprire qualcosa in più su sé stesso.

Può sembrare scontato sottolineare – ma pensiamo sia bene farlo – che in questo Insegnamento non si raccomanda l’eliminazione del desiderio stesso; se ci pensiamo bene, è inseguendo il suo impulso che ci muoviamo nel mondo. Desiderare rappresenta infatti l’impulso che rende possibile l’espressione di tutto ciò che è manifesto e senza la sua azione tutto ciò che conosciamo non avrebbe la possibilità di esprimersi nelle infinite forme che il nostro universo ci mette a disposizione.

Che cosa può significare allora la parola consapevolezza applicata a questo contesto? Possiamo considerare che generalmente, quando mettiamo a fuoco un punto importante per noi – e di solito riusciamo a farlo perché trova espressione in una relazione che ci porta sofferenza – solitamente affrontiamo il problema ponendoci sempre in uno dei due estremi della polarità: o fuggiamo dalla situazione, o vogliamo controllarla con la forza.

Il sūtra sembra voler suggerire un approccio diverso e, senza la pretesa di esaurire il significato di un’espressione così profonda come la consapevolezza della padronanza perfetta dei desideri, possiamo domandarci insieme cosa indica e soffermarci su alcune considerazioni riguardo a ciò che può voler dire consapevolezza.

La consapevolezza può nascere dal rendersi conto della propria situazione, interiore ed esteriore: riconoscere, per esempio, che la propria casa è in fiamme e che è necessario fare qualcosa, con urgenza, per salvarsi.

Può significare anche comprendere che, da soli, non sempre siamo in grado di vedere con chiarezza dove ci troviamo interiormente. In questi casi diventa prezioso affidarsi a uno sguardo amico, capace di offrirci un punto di vista diverso sulla nostra condizione e di aiutarci a osservarci dall’esterno.

Essere consapevoli vuol dire anche accogliere i rimandi che riceviamo e la verità di noi stessi che emerge dai fatti, anche quando fa male, senza per questo demoralizzarci o gettare la spugna. Significa riconoscere che le nostre difficoltà esistono e influenzano la nostra vita, ma senza arrenderci alla loro azione. Al contrario, possiamo continuare a sperimentare, a osservarle e a conoscerle sempre più profondamente.

La consapevolezza ci permette, anche nei momenti più difficili, di ricordare che davanti a noi c’è un altro essere umano, con le sue caratteristiche e le sue fragilità. Qualcuno che la vita ci ha posto di fronte per mettere in luce proprio quell’aspetto che, in quel momento, per noi è vitale affrontare.

Essere consapevoli può voler dire intraprendere un’azione che riteniamo corretta, anche a costo di ciò che gli altri potranno pensare di noi. Infine, la consapevolezza è anche curiosità verso sé stessi e verso ciò che la vita ci offre: la disponibilità a sperimentare con gioia cose nuove, lasciandoci incontrare da esperienze capaci di aprire nuovi spazi interiori.

Pensiamo che la lista possa essere ancora lunga, e speriamo che ognuno di voi voglia arricchirla per sé stesso con le proprie esperienze e le proprie acquisizioni. Sono proprio queste pietre miliari a segnare il cammino verso quel distacco che diventa libertà: una libertà che si esprime nell’agire rettamente verso sé stessi e verso le persone con le quali entriamo in relazione.

A voi una breve infografica riepilogativa. Buon lavoro.

Infografica Vairāgya

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