Il destino che brucia nel presente: il potere reale dell’immaginazione secondo Mária Szepes

Quando abbiamo letto per la prima volta A mindennapi élet mágiájaLa magia della vita quotidiana – di Mária Szepes, ci siamo chiesti come mai non esistesse una traduzione italiana e perché questo libro non fosse presente sugli scaffali di ogni libreria, almeno nel reparto dedicato all’esoterismo. La domanda è tuttora viva; anzi, dopo averlo tradotto, studiato e attraversato più volte, si è fatta ancora più insistente.

Mária Szepes, il Leone Rosso e la magia della vita quotidiana

Il libro non è una raccolta di curiosità occulte, né di uno di quei manuali che promettono di modificare la realtà attraverso formule, desideri o facili esercizi di pensiero positivo allo specchio. È un testo molto più esigente, che non offre al lettore l’illusione di poter ottenere tutto ciò che vuole, ma lo pone davanti alla responsabilità di riconoscere che cosa, dentro di lui, sta già operando e quale forma sta contribuendo a imprimere alla propria esistenza.

Questo straordinario saggio è attraversato da una fiducia radicale nella capacità umana di trasformarsi: di cambiare se stessi e, attraverso questo cambiamento, modificare il proprio rapporto con la vita. Di guarire, comprendere, ricomporre ciò che si è frammentato, liberare forze rimaste imprigionate e rendersi nuovamente disponibili all’esistenza.

Quella dell’autrice non è una fiducia ingenua; Mária scrive conoscendo la guerra, il lutto, la perdita e la violenza della storia. La sua visione non nasce al riparo dal dolore, ma dentro di esso. Proprio per questo la trasformazione di cui parla non coincide con il tentativo di rendere tutto piacevole, né con la negazione delle circostanze. È, piuttosto, il lavoro attraverso cui l’essere umano smette di essere soltanto il luogo passivo in cui gli eventi accadono e diventa, per quanto gli è possibile, parte cosciente del processo che sta prendendo forma.

Il cambiamento, per l’autrice, non avviene in una dimensione separata dalla vita ordinaria, ma prende forma nel modo in cui guardiamo una situazione, nelle parole che scegliamo, nella postura con cui entriamo in una stanza, nelle azioni che rimandiamo e in quelle che compiamo. Si manifesta nel modo in cui alimentiamo una paura, ripetiamo un’offesa, costruiamo un’immagine di noi stessi, reagiamo a una difficoltà o incontriamo un altro essere umano. Incide sulla qualità delle nostre relazioni e sulla possibilità di vedere alternative là dove, fino a poco prima, sembrava esserci una sola strada.

Per Mária, infatti, ogni gesto ripetuto, ogni formula mentale, ogni atteggiamento emotivo finisce per diventare una sorta di rituale; non perché evochi meccanicamente eventi favorevoli o sfavorevoli, ma perché richiama, rafforza e rende sempre più stabile una determinata forma di esistenza. Ci abituiamo a pensare in un certo modo, poi a sentire in quel modo, e poi ad agire di conseguenza; progressivamente il corpo, il comportamento e le relazioni si organizzano intorno a quella disposizione. Ciò che inizialmente era soltanto una possibilità diventa un’abitudine, poi un carattere e, infine, qualcosa che chiamiamo destino.

È qui che il libro diventa realmente trasformativo. Mária non si limita a dirci che dovremmo pensare meglio o comportarci diversamente, ma ci invita a penetrare fino alle radici invisibili delle cose visibili: a riconoscere le forze che si muovono dietro una reazione, un fallimento ricorrente, una chiusura, un bisogno compulsivo, un gesto apparentemente inspiegabile. Chiama queste forze “demoni”, restituendo loro la potenza immaginativa di qualcosa che può effettivamente conquistare spazio dentro di noi. Un impulso non osservato cerca un corpo attraverso cui agire; una paura alimentata ogni giorno comincia a scegliere per noi; un risentimento ripetuto abbastanza a lungo finisce per diventare lo sguardo con cui leggiamo il mondo.

Queste forze, tuttavia, non sono onnipotenti. Dipendono dall’energia che ricevono, dalle immagini che le nutrono, dai pensieri che le giustificano e dai comportamenti attraverso cui vengono continuamente confermate. Renderle visibili significa già interrompere una parte del loro potere. Il lavoro interiore consiste allora nel riconoscerle, comprenderne la funzione e sottrarre progressivamente loro gli strumenti con cui si realizzano.

Mária chiama tutto questo “magia”: non l’illusione di comandare gli eventi, ma la capacità di partecipare consapevolmente alla loro formazione nel laboratorio più difficile e più vicino: la vita quotidiana.

L’immaginazione che crea

L’affermazione di questo sottotitolo è sulla bocca di tutti: cercatori naif e scienziati, mentalità artistiche come in quelle più pragmatiche. Il problema è che spesso l’immaginazione viene confusa con la fantasia consolatoria: desiderare intensamente qualcosa, rappresentarsela e aspettare che accada. Ecco: la fantasia non crea, ma un’immagine interiore radicata, profonda, spesso sfuggente alla coscienza, quella sì. Crea sia che noi la conosciamo, sia che la soffochiamo con concetti di superficie; crea nella consapevolezza, quanto nell’essere radicata sotto gli strati più profondi del subconscio o dell’inconscio.

Ma come lo fa? Mria Szepes – con una modernità davvero sorprendente – non parla solo del potere dell'”energia”, del “desiderio” o del “pensiero positivo”, ma parla dello stato a cui l’immagine ci prepara, della predisposizione. Se immaginiamo continuamente il fallimento, ad esempio, non stiamo evocando magicamente una disgrazia; più concretamente, questa immagine ci fa arrivare di certo alle situazioni già contratti: notiamo soprattutto i segnali di pericolo, interpretiamo in modo sfavorevole ciò che è ambiguo, evitiamo alcuni tentativi, comunichiamo insicurezza e finiamo per rinunciare, magari, troppo presto. A quel punto la previsione iniziale può trovare conferme, non perché il pensiero abbia creato gli eventi dal nulla, ma perché ha partecipato alla catena di percezioni, comportamenti e reazioni che li ha resi più probabili.

La magia della vita quotidiana di Mária Szepes

Anche il movimento contrario è possibile: immaginare un modo diverso di affrontare un passaggio difficile può prepararci all’azione, renderci più attenti alle risorse disponibili e aiutarci a tollerare l’incertezza. Di certo non garantisce l’esito, ma allarga il campo delle risposte possibili.

Questo è il confine da non perdere: il nostro atteggiamento non decide tutto ciò che ci accade, ma partecipa a ciò che facciamo con ciò che ci accade, e concorre a realizzarlo. Mria chiama questo atteggiamento “postura”.

Una delle frasi più forti del libro dice: “Il destino in formazione non esiste né nel passato né nel futuro, ma brucia nel presente”.

Il passato ha infatti un peso reale: le esperienze, le situazioni che ci hanno formati, le ferite, le scoperte, continuano ad agire nei nostri automatismi. Dal passato la nostra linea temporale scorre in avanti, ed ecco che vediamo il futuro esercitare una forza che può essere diversa da quella di altre persone: può attrarci, inquietarci o paralizzarci. Ma nessuno dei due è il luogo in cui possiamo intervenire, ed in alcun modo; per Mria, l’unico punto operativo è il presente.

Questo passaggio è molto importante. Il passato, certo, va conosciuto, ma non sarà certo l’analisi archeologica di ciò che è stato a cambiare le cose. Non lo sarà nemmeno la concentrazione focalizzata sul futuro, sull’ottimismo positivo che “dai, adesso andrà alla grande”. Il passato deve essere elaborato oggi, ed il futuro deve essere preparato oggi. E come? Talvolta con una decisione evidente, più spesso attraverso gesti poco spettacolari: una conversazione non più rinviata, un confine pronunciato con chiarezza, una richiesta d’aiuto, un’abitudine interrotta, un compito ripreso.

Il presente non ci consegna il controllo, ma ci restituisce margine di azione e, facendolo, offre la reale opportunità di cambiamento. Non (solo), quindi, attraverso il pensiero, ma attraverso il fondamentale incontro tra pensiero e azione.

Fare è cambiare;

imparare a fare realmente, è il lavoro richiesto.

Dare un nome ai propri demoni

E le emozioni? Le emozioni hanno naturalmente un peso fondamentale, e non sono trattate separatamente. Mria usa nel libro la parola “demoni” per indicare le forze interiori che acquistano potere mentre restano invisibili. Esse si manifestano attraverso istinti, moti emotivi, e poi pensieri, scelte, comportamenti. Possiamo leggere queste forze come impulsi, paure, difese e copioni automatici. Non sono entità estranee che ci possiedono, ma sono processi che agiscono più facilmente quando non vengono riconosciuti.

Gli esempi sono all’ordine del giorno. Pensiamo alle persone che, appena temono di non essere considerate, diventano aggressive. Pensiamo a quelle che si ritirano prima ancora di poter essere rifiutate, o a coloro che trasformano ogni incertezza in controllo, ogni errore in una prova di inadeguatezza, ogni richiesta in un’invasione. Il comportamento visibile è spesso il custode di una vulnerabilità meno visibile e la notizia è che questo – che spesso osserviamo negli altri – riguarda anche noi. Soprattutto noi, se auspichiamo a operare dei cambiamenti.

Dare un nome al meccanismo quindi non basta a scioglierlo, ma interrompe la sua clandestinità: “sono fatto così” chiude il discorso, mentre “quando temo di essere escluso, tendo ad attaccare per primo” apre uno spazio di osservazione. In quello spazio può comparire una scelta.

Semplice? Affatto. E i nostri lettori più assidui avranno certamente colto la connessione con gli elementi base di altre Tradizioni iniziatiche, come la Quarta Via e il Sistema quando parlano di meccanicità. Questo tipo di lavoro interiore diventa infatti propedeutico ai discorsi più elevati e alle aspirazioni superiori. Non si può volare con lo zaino pieno di pietre pesanti.

Il lamento non è una richiesta d’aiuto

Szepes usa parole severe sul lamento, che porta in basso, che immobilizza la possibilità di cambiamento. Questo non significa che la sofferenza vada taciuta, per non “diffondere negatività”; sarebbe una lettura ingiusta e dannosa. Il lamento sterile è un’altra cosa: è la ripetizione che non cerca comprensione né possibilità, ma soltanto una nuova conferma dell’impossibilità di agire.

Il lamento fine a se stesso – anche solo quello interiore, come la voce di sottofondo di una radio – non mette in comune il dolore, ma lo usa per fissare un’identità e assegnare per sempre le parti: colpevoli da un lato, vittime dall’altro.

La differenza non sta nel numero di volte in cui raccontiamo un problema, ma risiede nella direzione: stiamo cercando contatto, significato e aiuto, oppure stiamo costruendo un circuito in cui ogni risposta viene respinta perché cambiare posizione sarebbe più inquietante che restare nella sofferenza conosciuta?

Non tutto può essere risolto subito, ma possiamo imparare a parlare di ciò che viviamo senza trasformarlo nell’unica storia possibile su di noi.

Dunque la vera magia della vita quotidiana non consiste nel piegare gli eventi al desiderio e ai capricci, ma consiste nel sottrarre energia a ciò che ci governa senza essere visto e restituirla a un gesto consapevole.

Possiamo cominciare da domande molto semplici:

  • Quale previsione ripeto così spesso da comportarmi come se fosse già vera?
  • Quale emozione sta guidando le mie azioni senza essere stata nominata?
  • Sto chiedendo aiuto o sto cercando soltanto conferma che nulla possa cambiare?
  • Quale piccolo impegno, se mantenuto, mi renderebbe più credibile ai miei occhi?
  • Quale gesto concreto può dare forma oggi alla direzione che dico di voler prendere?

Riconoscere come ci muoviamo nella vita non diminuisce il potere individuale, ma lo libera dall’onnipotenza o dalla mortificazione. Alla fine, rimane ciò che è davvero nostro: il modo in cui osserviamo, la parola che scegliamo, l’aiuto che accettiamo, il limite che poniamo, l’azione che compiamo.

Il rumore esiste; il segnale anche. Il lavoro nella vita quotidiana è imparare ad ascoltarlo.

Bibliografia:

Szepes, M. (2025). A mindennapi élet mágiája. Budapest: Good Life Books.

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2 pensieri riguardo “Il destino che brucia nel presente: il potere reale dell’immaginazione secondo Mária Szepes

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  1. È un bellissimo articolo che offre molti spunti di riflessione.
    Ho una domanda.. La magia della vita quotidiana di Mária Szepes verrà pubblicato in italiano?

    1. Questa è una bella domanda Rocco – bella perchè sarebbe bello avere una risposta affermativa che, tuttavia, non abbiamo. Speriamo che l’editoria italiana possa presto interessarsi alle splendide opere e saggi di Mària Szepes. Un caro saluto

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