La crisi bisogna meritarsela!

ovvero:  L’inganno di Madre Cultura

[Il seguente articolo è disponibile anche in versione pdf]

 

Il titolo di questa dissertazione potrebbe sembrare un tantino esagerato e provocatorio. Probabilmente lo è per chi non si prende la pena di leggere quanto seguirà. Ma a tutti coloro che hanno intenzione di proseguire la lettura, chiediamo di rimandare alla fine ogni giudizio.

Partiamo dunque dal principio, da una dichiarazione che abbiamo letto circa una decina di anni fa e che in quest’ultimo periodo ci è ritornata alla memoria più attuale che mai:

Soltanto gli esseri umani sono giunti a un punto in cui non sanno più perché esistono. Non usano i propri cervelli e hanno dimenticato la conoscenza segreta dei loro corpi, dei loro sensi, dei loro sogni. Non usano la conoscenza che lo Spirito ha messo in ciascuno di loro; non sono nemmeno consapevoli di questo, e avanzano ciecamente barcollando sulla strada che non porta in nessun luogo – un’autostrada lastricata, che loro stessi costruiscono e spianano in modo da giungere più velocemente al grande buco vuoto che troveranno alla fine, pronto a divorarli. Una superstrada comoda e veloce, ma so dove conduce.  L’ho visto.  Ci sono stato nella mia visione e pensarci mi fa rabbrividire.”

Questa dichiarazione è di uno sciamano Lakota, Cerbiatto Zoppo. Difficile stabilire con precisione a quale anno risalga, ma è molto probabile che all’epoca sia stata snobbata da molte persone, considerata come la solita fastidiosa predica morale di un vecchio saggio proveniente da una cultura ormai superata dalla vera civiltà: la nostra, ovviamente.

Oggi invece questo grande “buco vuoto pronto ad inghiottirci” è talmente vicino, quasi visibile ad occhio nudo, dal permetterci di riflettere più seriamente su queste parole. La crisi che sta incombendo praticamente su tutto il sistema mondiale sta ponendo fine alla schizofrenica utopia di poter continuare a crescere economicamente all’infinito, così come alla folle convinzione che il benessere materiale sia direttamente proporzionato ad un benessere psicologico o, più in profondità, ad una serenità spirituale.

È molto probabile che la maggior parte di noi sia oggi attratto (o attratta) verso soluzioni di vita alternative e più sostenibili non tanto per sani principi o per un altruistico senso di condivisione, ma piuttosto per un’impellente necessità e per paura di un futuro sempre più incerto che si sta delineando. Occorre quindi analizzare la questione con attenzione, altrimenti il giorno in cui si riaffaccerà una crescita economica – se mai ciò accadrà – l’essere umano darà nuovamente inizio ad un processo analogo a quello in cui ci troviamo.

Nonostante tutti noi ci lamentiamo con enfasi delle ingiustizie sociali ed economiche in cui viviamo, delle ignobili gestioni del territorio e delle sconcertanti corruzioni che sembrano orientare ogni scelta politica, difficilmente ci soffermiamo ad osservare la nostra personale responsabilità in gioco. D’altronde, le nostre piccole avidità e bassezze quotidiane sono ben poca cosa se paragonate alle schifezze compiute di nascosto dai governanti dei paesi, vero? Come se una piccola ingiustizia compiuta nei confronti di un amico o di un estraneo sia qualitativamente diversa dai grandi imbrogli legalizzati compiuti a livello internazionale… Niente di più fuorviante!

Se a qualcosa è servita e potrà servire la crisi, è che ora più che mai pone chiaramente sotto gli occhi di tutti il fatto che il sistema socio-economico che governa il mondo è praticamente fallito. In realtà è sempre stato fallimentare, ma le immagini idilliache ed utopiche di un futuro colmo di ricchezza (e conseguente felicità) per chiunque, ha fatto dimenticare a tutti la reale strada intrapresa, e ha fatto dimenticare il fatto che ciascuno di noi in un certo qual modo condivide e nutre il sistema.

Non è dunque più possibile affrontare questa situazione globale tramite una prospettiva unicamente economica, finanziaria, sociale, etica o spirituale. Essa ci impone piuttosto di metterci in gioco in prima persona a 360 gradi, provando a mettere in disparte tutti quegli ideali politici, filosofici e religiosi con i quali ci siamo completamente identificati, al punto tale da illuderci di essere delle pecore in mezzo ai lupi. In realtà, dentro ciascuno di noi si nasconde anche un lupo!

È giunto il momento di smettere di credere alla favola secondo la quale “io sono mosso da sani principi e se fossi al posto di coloro che governano il mondo, saprei fare le scelte giuste a vantaggio di tutti”. Certamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma nella quasi totalità dei casi è sempre la stessa storia che si ripete: appena le condizioni diventano egoisticamente favorevoli, tutte le nostre buone intenzioni e gli onesti ideali rivelano la loro fragilità.

Per quale motivo allora il copione si ripete sempre, e l’avidità di ricchezza e potere tende sempre a prevalere dentro l’animo dell’essere umano, recitando sulla scena del mondo dietro maschere di ammalianti filosofie e seducenti ideali? Perché continuiamo ad essere ingannati?

La risposta potrebbe essere un po’ fastidiosa, ma è molto semplice: perché continuiamo ad ingannare prima di tutto noi stessi.

Proviamo dunque ad addentrarci dentro di noi un passo alla volta. Ma per fare questo occorre prima di tutto mettere in disparte ogni buon ideale che ci portiamo appresso e ogni ricerca di perfezione individuale, spirituale o politica che sia.

Se ci sforziamo di essere diversi, di essere migliori, non potremo che andare incontro a sconforto e frustrazione. Qualcosa dentro di noi, più forte della nostra volontà cosciente, ci spinge spesso a comportarci in modo contrario a ciò che pensiamo e sentiamo giusto, anche se poi il nostro raziocinio trova sempre il modo di giustificarsi. Perché? Cosa ci muove realmente?

Molte correnti spirituali o paradigmi psicologici parlano sempre più spesso di un nucleo divino che tenta di comunicare con la nostra coscienza attraverso una soave voce interiore, verso la quale dovremmo ovviamente rivolgere tutta la nostra attenzione e devozione per consentirle di liberare finalmente la nostra vita da quella fitta rete di pesantissime catene che ci rendono schiavi e, in definitiva, profondamente infelici.

Ammesso che ciò sia vero, che esista realmente la possibilità di accedere ad una parte di noi stessi più vera (indipendentemente dal nome che le viene affibbiato), svincolata dalle mille preoccupazioni e tribolazioni quotidiane, slegata dai bassi istinti (più animali che umani) che ci portano ad inseguire instancabilmente caotici cocktail di desideri, ebbene… resta pur sempre il fatto di capire cosa ci vive prima di giungere a tale consapevolezza.

Se la nostra capacità di discernere e porre ascolto a questa voce interiore è ancora così fragile, vuol dire che vi sono altre voci che nel frattempo dettano legge indisturbate. Il grosso problema è che ne siamo talmente identificati da non accorgersi nemmeno della loro presenza. Inoltre, non è affatto escluso che molte di queste voci siano così astute e sofisticate da presentarsi sotto forma di candide morali o dettami spirituali.

Possiamo ora compiere un ulteriore passo e provare a racchiudere queste “silenziose voci assillanti” sotto il nome di Madre Cultura, che lo scrittore Daniel Quinn ha genialmente messo in scena nel suo libro Ishmael.

Se tentiamo di ascoltarla, ogni qual volta proviamo ad osservarci e ad osservare la vita che ci circonda con occhi diversi dal solito, mettendo in discussione il meccanismo in cui siamo inseriti – e che alimentiamo – Madre Cultura ci sussurra con ipnotica persuasione che “non c’è niente da pensare, niente da temere, niente da cambiare, è meglio ascoltare la mia voce e dormire, dormire, dormire…”

Non c’è bisogno di sentirne parlare. Non c’è bisogno che qualcuno ci insegni ad ascoltarla. Non c’è bisogno di citarla o discuterla. Ciascuno di noi la conosce d’istinto dall’età di sei o sette anni, forse anche prima.

Neri o bianchi, maschi o femmine, ricchi o poveri, cristiani o ebrei, americani o russi, norvegesi o cinesi, tutti l’abbiamo sentita. E continuiamo a sentirla senza posa, perché i mass media e le scuole ce la riversano addosso. E a forza di sentirla nessuno ci fa più caso. Non c’è bisogno di farci caso: ronza sempre in sottofondo, quindi non occorre nessuno sforzo di volontà. Anzi, all’inizio è difficile farci caso. È come il brontolio di un motore lontano che non si ferma mai: ben presto diventa un suono che non si riesce più a sentire.

Una volta individuata dentro se stessi, la si ritrova ovunque nella nostra cultura e sorprenderà scoprire che le altre persone invece non la riconoscono affatto, pur essendovi pienamente immerse. Sembra infatti che non possano esistere voci alternative oltre quella di Madre Cultura, diverse versioni di come si possa vivere nel mondo, a tal punto da essere pienamente identificati con essa.

Molte persone hanno ormai l’impressione di essere prigioniere. Questa impressione deriva dall’enorme pressione esercitata per farci prendere parte alla storia che la nostra cultura recita nel mondo. Questa pressione viene esercitata in modi diversissimi e a ogni livello, ma per lo più così: coloro che rifiutano di prendervi parte non vengono nutriti.

Un tedesco che non fosse riuscito a convincersi a prendere parte alla storia di Hitler aveva un’alternativa: andarsene dalla Germania. Noi invece non abbiamo nessuna alternativa. Dovunque andiamo, incontreremo la rappresentazione della stessa storia e se non vi partecipiamo non saremo nutriti, saremo esclusi dalla razza umana.

Una volta che avremo imparato a discernere la voce in sottofondo di Madre Cultura, non potremo più evitare di riconoscerla. Dovunque andremo, avremo la tentazione di dire alla gente attorno a noi: “Come fate ad ascoltare queste parole e non riconoscerle per quel che sono?” E se lo diremo, la gente ci guarderà storto e si chiederà di che diavolo stiamo parlando. In altre parole, diventeremo alieni tra la gente che ci circonda… amici, familiari, colleghi e così via.

Per prima cosa i vocaboli. Assegniamo alcuni nomi per non dover continuare a parlare della “gente della nostra cultura” e della “gente delle altre culture”. Allora, da adesso in poi, chiameremo “Prendi” la gente della nostra cultura e “Lascia” quella delle altre culture.

Noi ci definiamo civilizzati, e definiamo tutti gli altri primitivi. Su questi termini sono tutti d’accordo, a Londra come a Parigi, a Baghdad come a Seul, a Detroit come a Buenos Aires o a Toronto… tutti sanno che, per quante siano le differenze, sono uniti dal fatto di essere civilizzati e ben lontani dagli esseri umani sparsi qua e là nel mondo che vivono ancora all’Età della Pietra; e tutti ritengono che, quali che siano le differenze, i popoli dell’Età della Pietra sono altrettanto uniti dal fatto di essere primitivi.

Madre Cultura, la cui voce ci risuona nelle orecchie da quando siamo nati, ci ha fornito una spiegazione del “perché le cose sono andate così”. Noi la conosciamo benissimo, questa spiegazione, come la conosce chiunque sia immerso in questa cultura. Ma non ci è stata fornita in una sola lezione. La spiegazione ha preso corpo a poco a poco, come un mosaico: milioni di piccole informazioni frammentarie ci sono state presentate in vari modi da persone che condividevano la stessa spiegazione.

L’abbiamo ricostruita basandoci sulle conversazioni dei nostri genitori a tavola, dai cartoni animati che vedevamo alla televisione, dalle lezioni di catechismo, dai libri di scuola e dagli insegnanti, dai giornali radio, dai film, dai romanzi, dalle prediche, dalle commedie, dai quotidiani e così via. Questa spiegazione del “perché le cose sono andate così” è ambientale nella nostra cultura: tutti la conoscono e tutti l’accettano senza fare domande.

Se Madre Cultura dovesse fornire un resoconto della storia, direbbe qualcosa del genere: “I Lascia erano il primo capitolo della storia umana, un capitolo lungo e poco movimentato, che ebbe termine circa diecimila anni fa con la nascita dell’agricoltura nel Vicino Oriente. Questo evento segnò l’inizio del secondo capitolo, quello dei Prendi. È vero che nel mondo esistono ancora molti Lascia, ma sono degli anacronismi, dei fossili… popoli che vivono nel passato, che non si rendono conto che il loro capitolo nella storia umana si è concluso.” In realtà i Lascia e i Prendi recitano due storie separate, basate su premesse completamente diverse e contraddittorie.

Viene fornita una spiegazione del “perché le cose sono andate così”, e questo impedisce alla gente di allarmarsi. La spiegazione copre tutto, dal deterioramento dello strato d’ozono all’inquinamento degli oceani, dalla distruzione delle foreste pluviali, dalla globalizzazione, dalla crisi economica in atto fino alla stessa estinzione dell’umanità… e si dimostra soddisfacente. O forse sarebbe più giusto dire che si dimostra tutto sommato tranquillizzante. Così tutti si adattano al giogo durante il giorno, si intontiscono con le droghe o la televisione durante la notte e cercano di non pensare troppo al mondo con cui loro stessi e i loro figli dovranno vedersela.

Ma oggi a noi, come a tanti altri, la spiegazione del “perché le cose sono andate così”, evidentemente non soddisfa più. La sentiamo ripetere da quando siamo bambini, ma non riusciamo a mandarla giù. Percepiamo che qualcosa è stato lasciato fuori. Abbiamo la sensazione che ci abbiano mentito su diversi punti, e ci piacerebbe sapere quali, se possibile…

Nella nostra cultura la religione non ha peli sulla lingua: l’uomo è il prodotto finale della Creazione; è l’essere per il quale è stato creato tutto il resto (il mondo, il sistema solare, la galassia e l’universo stesso). Lo sanno tutti, nella nostra cultura: il mondo non è stato creato per la medusa o per il salmone o per l’iguana o per il gorilla. È stato creato per l’uomo.

Ecco dunque qual è la premessa della nostra storia: il mondo è stato creato per l’uomo.

È una storia triste, la nostra, una storia di disperazione e futilità, nella quale il successo è irraggiungibile. L’uomo è difettoso, quindi continua a devastare ciò che dovrebbe essere un paradiso, e non può farci niente. Non sa come fare per smettere di devastare il paradiso, e non può porvi rimedio. Stiamo correndo a precipizio verso la catastrofe, e tutto quel che possiamo fare è guardarla mentre si avvicina.

Senza nient’altro da recitare se non questa disgraziata storia, non c’è da stupirsi se molti di noi passano la vita a stordirsi con la droga, con l’alcol o con la televisione. Non c’è da stupirsi se molti di noi impazziscono o si suicidano.

Moltissime persone hanno però capito che il gioco è finito e sono pronte ad ascoltare qualcosa di nuovo… anzi, vogliono ascoltare qualcosa di nuovo.

La storia che i Prendi hanno recitato negli ultimi diecimila anni non solo è disastrosa per l’umanità e per il mondo, ma in fondo è anche insana e insoddisfacente. È un sogno megalomane, e recitarlo ha fornito ai Prendi una cultura intessuta di avidità, crudeltà, malattie mentali, delitti e dipendenza dalla droga.

La storia che i Lascia hanno recitato negli ultimi tre milioni di anni non è una storia di dominio e conquista. Recitarla non li ha portati al potere, ma ha dato loro vite soddisfacenti e colme di significato. Non vivono in preda a un perenne malcontento o a un desiderio di ribellione, non si azzuffano di continuo su che cosa dev’essere proibito o permesso, non si accusano a vicenda di non comportarsi nel modo giusto, non vivono nel terrore del prossimo, non impazziscono perché le loro vite sono vuote e senza scopo, non devono intontirsi con la droga per avere la forza di arrivare al giorno dopo, non inventano una nuova religione ogni settimana per avere qualcosa a cui aggrapparsi, non sono eternamente alla ricerca di qualcosa da realizzare o in cui credere, che renda la vita degna di essere vissuta.

I Prendi sono invece arrivati a essere così perché hanno sempre creduto di agire per il meglio… e quindi di dover continuare sulla stessa strada a ogni costo. Hanno sempre creduto di sapere cos’era giusto e cos’era sbagliato… e il loro comportamento era giusto. E sapete come hanno fatto a dimostrarlo? Costringendo tutti a comportarsi come loro, a vivere come loro. Tutti dovevano essere costretti a vivere come i Prendi perché loro conoscevano l’unico modo giusto.

Madre Cultura insegna che, prima dell’avvento dei Prendi, la vita umana era priva di significato, stupida, vuota e senza scopo. La vita era sgradevole, orrenda. Madre Cultura insegna che si trattava di una vita miserabile oltre ogni dire.

Chiunque di noi provi a pensare alla vita dell’essere umano in tempi lontani – prima dell’avvento di ciò che consideriamo civiltà – ne trarrebbe l’immagine di un omuncolo preistorico basso, scuro e nudo, in perenne ed affannosa ricerca di cibo; guidato dalla fame, dalla disperazione, ma soprattutto dalla paura. Tutta la natura intorno a lui è in agguato per minare alla sua vita dietro ogni angolo. La sua sopravvivenza è legata a un filo sottilissimo. Belve feroci, calamità naturali, carenza di cibo, assenza di comodità, malattie… La sua vita è un incubo!

Per fortuna la nostra immaginazione può ritirarsi e farci ritornare nel nostro mondo reale, dove tutto sommato le cose vanno meglio, la nostra vita è decisamente più sicura e accogliente di quell’epoca oscura. E Madre Cultura compiaciuta può finalmente ammonirci per aver osato metterla in discussione. Il disagio, l’insoddisfazione, la delusione e le ingiustizie del nostro mondo sono il piccolo prezzo da pagare per non ripiombare nell’abisso da cui siamo risaliti con tanta fatica…

Questo è forse il più radicato e profondo inganno con il quale Madre Cultura ci lega a sé, e continua indisturbata a perpetuare i suoi insegnamenti attraverso una sensazione molto conosciuta: la paura.

In realtà la condizione dell’essere umano prima dell’avvento di Madre Cultura non era affatto tremenda, e in un piccolo angolo dentro di noi vi è un’altra voce ben consapevole dell’assurdità di questa convinzione condivisa.

L’essere umano prima dell’avvento della nostra civiltà, così come alcune piccole popolazioni ancora oggi sparse in angoli sperduti della terra, non vivevano e non vivono affatto sull’orlo di una durissima sopravvivenza. L’uomo si è adattato alla vita su questo pianeta esattamente come tutte le altre specie animali, e l’idea che vivesse in uno stato di disperato e faticoso affanno continui, è semplicemente un’assurdità biologica.

In qualità di onnivoro inoltre, le sue possibilità di nutrimento sono ed erano immense; prima che potesse patire la fame l’avrebbero patita migliaia di altre specie. La sua intelligenza e la sua abilità manuale gli consentivano (e gli consentirebbero) di vivere confortevolmente in condizioni che avrebbero schiacciato ogni altro primate. Insomma, l’uomo primitivo era ben lontano dal vagare disperato in cerca di cibo, ma è sempre stato tra le specie più prospere ed avvantaggiate sulla terra, riuscendo ad impiegare solo due o tre ore delle loro giornate in attività chiamate “lavoro”.

Oltretutto, non sono in pratica mai esistiti predatori che cacciassero l’uomo, se non incidentalmente. L’essere umano può definirsi a tutti gli effetti l’animale più agiato del pianeta, e vi sono diversi studi approfonditi ad opera di antropologi che lo confermano. È quindi chiaro che una visione angosciante della sua vita allo stato primitivo, sia un ennesima assurdità inculcataci da Madre Cultura.

Basta ascoltarla. Ci sussurra nell’orecchio da una vita, e ciò che sentiamo noi non è diverso da quello che hanno sentito i nostri genitori o i nostri nonni, né da quello che sentono ogni giorno i popoli di tutto il mondo. In altre parole, tutto ciò che tiene in piedi e alimenta il mondo in cui viviamo ora e di cui ci lamentiamo comprendendone la follia, è sepolto nella nostra mente come in tutta quella degli altri. E da lì governa e muove tutte le nostre scelte di vita, sia che si tratti di economia, politica o religione.

Ciò che possiamo fare per cominciare è disseppellire e smascherare la voce di Madre Cultura, risalendo fino alle radici il senso di paura e orrore per la vita che ci ha instillato. Dobbiamo a tutti gli effetti disinstallare il software con cui siamo stati lentamente programmati per installarne uno nuovo.

Non serve a niente sapere che il mondo di oggi è sull’orlo della fine, che dobbiamo fermarci, o che dobbiamo rinunciare a qualcosa. La gente bisogno di una visione nuova che possa prendere il posto di quella attuale. La gente ha bisogno di non essere soltanto rimproverata, di non sentirsi soltanto stupida e colpevole. Ha bisogno di qualcosa che non sia soltanto la visione di una catastrofe. Ha bisogno di una visione del mondo e dell’umanità in cui credere.

Non c’è dubbio. Farla finita con l’inquinamento non è qualcosa in cui credere. E nemmeno suddividere i rifiuti è qualcosa in cui credere. Invece questo… vedere noi stessi in un modo nuovo, vedere il mondo in un modo nuovo…

Bisogna liberare la mente, renderla consapevole di ciò che la governa realmente. E non si può estirpare un complesso di idee nocive lasciando al suo posto il niente; si deve fornire alla gente qualcosa che sia altrettanto significativo di ciò che perde… qualcosa che abbia più senso del vecchio orrore, l’Uomo Supremo, che spazzava via tutto ciò che non serviva ai suoi bisogni, direttamente o indirettamente.

Per compiere questa opera, occorre prima di tutto riconoscere ciò che ci ha mossi dal di dentro fino a questo punto, e come questa forza sia estremamente viva, sottile e molto, molto persuasiva. Risalendo controcorrente gli insegnamenti di Madre Cultura, presto o tardi riusciremo anche a scorgere e a liberare ciò che si cela dietro ad essa, e solo da quel momento sarà possibile ripensare/sperare in un modo/mondo diverso.

Bibliografia “obbligata”:

Ishmael, Daniel Quinn, Il Saggiatore.

La fattoria degli animali, George Orwell, Mondadori.

Vivere senza soldi, Heidemarie Schwermer, Terra Nuova Edizioni.

 

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