L’Alleanza Sacra | Il legame maestro-discepolo (cap. 5)

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Grazie ad Antonio sono riuscito ad assaporare e a sbirciare dentro quel misterioso quanto inesprimibile sentimento che lega un maestro ai suoi discepoli. Anche in questa direzione, purtroppo, la nostra cultura non è per nulla di aiuto, dato che tende a sospingerci verso rapporti più formali e distaccati con coloro che reputiamo detentori di qualche conoscenza.

Il saggio viene così facilmente considerato alla stregua di un’enciclopedia da poter consultare e sfogliare per estrarne utili informazioni, dove il rapporto affettivo di amicizia che si può creare è di secondaria importanza, se non addirittura inutile. Ho dovuto imparare anche io a non farmi limitare da un approccio così riduttivo e sterile, ed è così che ho appreso le linee generali che da millenni contraddistinguono la sacra alleanza tra maestro e discepolo.

È buona norma per un maestro tradizionale non avere un elevato numero di allievi intorno a sé, altrimenti non potrebbe seguirli con la giusta intensità e profondità. Troppe persone minerebbero un clima di intimità e familiarità con una conseguente dispersione energetica che renderebbe disordinato l’insegnamento e meno efficace l’addestramento. Questo numero può dipendere dal tempo, dall’energia e dal potere personale del maestro.

Un discepolo deve infatti aver accesso alla vita privata del maestro e poterla condividere il più possibile, esattamente come un figlio può condividere la propria vita con quella del padre. L’essenza di un insegnamento, così come quella di un’educazione genitoriale, non si trasmette con parole o concetti ma attraverso una formazione continua, dove l’esempio vivente rappresenta la chiave di volta per un reale e viscerale mutamento.

A tal proposito ricordo che un caldo pomeriggio di Agosto, durante gli incontri nelle vacanze estive, Antonio iniziò a parlare del misterioso ed intimo rapporto che lega un maestro ai suoi discepoli. Non ne aveva mai parlato prima in modo così diretto. Forse, presagendo il poco tempo che gli rimaneva, sentiva la necessità di fare un tentativo per descrivere il sentimento più profondo che l’essere umano possa concepire.

Posto il presupposto che per poter procedere velocemente nel proprio sviluppo interiore è necessario l’aiuto di un maestro autentico, quali sono i requisiti essenziali che egli deve incarnare? Conoscenza, esperienza e pazienza.

Il primo attributo è fornito dalla tradizione da cui proviene il maestro, ed è costituito da un insieme di nozioni che risalgono al maestro precedente e via via ad una catena di maestri che hanno mantenuto vivo e trasmesso l’insegnamento nel tempo.

Il secondo attributo è rappresentato dall’intima realizzazione di contatto con l’Assoluto e dall’insieme degli avvenimenti che il maestro vive personalmente sia nella sua vita privata che con i suoi allievi.

Il terzo attributo riguarda invece la disponibilità del maestro a mettersi a disposizione incondizionatamente per impartire l’addestramento.

La maggior parte di coloro che possiamo considerare maestri autentici sono rimasti e rimarranno nascosti agli occhi della storia conosciuta. I pochi maestri che per qualche ragione sono divenuti famosi, hanno quasi tutti fatto una brutta fine, perché il consenso delle masse non è in grado di comprendere, accettare e sostenere l’espressione di un amore così grande, per certi versi sovrumano. I maestri che rimangono nell’ombra riescono invece a svolgere e a portare a termine il loro lavoro con più facilità.

Nelle tradizioni antiche il discepolo o la discepola avevano un legame affettivo ed esistenziale molto particolare con il maestro. I discepoli più stretti vivevano in casa del maestro come dei figli a tutti gli effetti, e consideravano il loro padre naturale di valore secondario rispetto a lui.

L’attività dei discepoli consisteva nel seguire le indicazioni di vita del maestro, la sua pratica e il suo studio, cercando di assimilarne l’insegnamento prima di tutto tramite l’esempio. Poteva ovviamente capitare che il legame affettivo fosse molto stretto. I tipi di questo legame erano diversi, il maestro poteva essere un padre, un figlio, uno sposo o un fratello. Non esistevano esclusioni di particolari legami. Nello stesso modo il discepolo o la discepola potevano avere lo stesso ruolo nei suoi confronti.

Ciò che è quindi necessario puntualizzare è che non è possibile trasmettere l’essenza di un insegnamento senza che alla base vi sia l’energia del cuore, ovvero un affetto realmente sincero.

Spesso capita di osservare stuoli di discepoli o discepole che in atteggiamento devoto circondano con tutte le premure e attenzioni possibili il loro adorato maestro. Nelle scuole di derivazione devozionale provenienti dall’Oriente questo è normale, mentre in Occidente desta qualche perplessità ed evoca giudizi di fanatismo e fragilità psicologica.

Eppure noi riscontriamo questo genere di atteggiamento anche alla base della religione più diffusa al mondo: il Cristianesimo. Proprio nei vangeli troviamo la figura del Cristo circondata non solo da uomini devoti, ma addirittura da donne decisamente innamorate di lui e che furono inoltre le ultime ad abbandonarlo, e per questo premiate nel vederlo risorto per prime.

Scendendo quindi più in profondità, oltre il velo di un superficiale consenso comune, possiamo scorgere come il puro atto devozionale non conduce per nulla a debolezza interiore ma, al contrario, genera forza e integrità prima di tutto a chi lo esprime.

Una magnifica rappresentazione simbolica della potenza generata dall’intimo legame maestro-discepolo, la si ritrova nel testo sacro induista più famoso al mondo: la Bhagavad Gita. In essa si può scorgere come il protagonista, Arjuna, riesca proprio grazie all’amicizia con il suo guru, Krishna, ad acquisire sicurezza interiore per affrontare le più ardue sfide della vita.

Se da un lato l’atteggiamento del discepolo può apparire più o meno accessibile, quello del maestro risulta invece molto più difficile da comprendere, perfino per chi vive accanto a lui. Non è sempre chiaro che la missione del maestro è un’opera ingrata e molto difficile da portare a termine senza la collaborazione del discepolo, che spesso e volentieri è più attratto dall’ottenimento di qualcosa che possa portargli benefici ordinari, piuttosto che ad una reale ricerca di contatto con l’Assoluto.

La prassi vuole che nella maggior parte dei casi il maestro si trovi davanti a persone che devono risolvere gli ultimi legami con le sfere più basse dell’esistenza, prima di poter espandere la loro coscienza in modo realmente decisivo e significativo. Ma proprio perché si tratta di ultimi legami, questi sono i più tenaci e difficili da affrontare, e per questo richiedono una fiducia e un’alleanza non comuni, in modo da far mantenere sempre la rotta anche durante le tempeste interiori più buie e disperate.

Già, perché chi pensa che l’iniziato sia colui che viene benedetto dal maestro per poi abbandonarsi ad un delizioso riposo, è drammaticamente fuori strada. L’addestramento a cui si viene sottoposti è certamente avventuroso e pieno di meravigliose sorprese, ma è anche faticoso e può generare in alcuni momenti –quando ci si trova a dover affrontare antichi meccanismi e preconcetti – delle pressioni interiori al limite della sopportazione.

Questo processo può durare anche molto tempo e comportare quindi un dispendio energetico notevole che solo l’affetto reciproco con il maestro riuscirà a colmare. Ecco perché la sua responsabilità è altissima, come quella di un gigante alle prese con un piccolo e fragile bocciolo di rosa.

Tra un maestro e una discepola, o viceversa, è ad esempio necessario che si instauri un rapporto affettivo corretto, altrimenti potrebbero facilmente insorgere delle incomprensioni al punto tale da portarli lontani l’uno dall’altra, con conseguenze disastrose per lo sviluppo spirituale.

Il maestro deve mantenere nei confronti della discepola un atteggiamento impeccabile fatto di dolcezza e severità in giusta misura, simile al rapporto che lega la divinità con la sua creatura. Egli dovrà infatti essere sempre disponibile per la discepola indipendentemente dai suoi progressi ed errori, e le darà sempre amore e protezione incondizionati, senza per questo mai interferire con la sua vita affettiva.

Antonio stesso affermava che la forma di energia che si crea in questo rapporto è molto particolare e difficile da descrivere nel dettaglio, ma che è forse possibile avvicinarsi con una parola, anche se non del tutto esatta: erotismo. Per poter capire cosa si intende, si può pensare a come sia possibile amare la bellezza della discepola senza amare la discepola; il saggio capisce bene cosa ciò voglia dire, ma per gli altri si tratta di un grande mistero. Questo particolare tipo di sentimento è l’unico in grado di trasmettere l’insegnamento direttamente al cuore della discepola senza passare per la sua mente.

In modo simile avviene per tutti gli altri casi: maestro-discepolo, maestra-discepolo, maestra-discepola. È sempre la stessa particolare forma di energia che si manifesta e che, vista dall’esterno, può apparire incomprensibile, per certi versi folle, perché tratta di un tipo di innamoramento che valica di gran lunga le idee di infatuazione a cui siamo abituati. In quest’ultimo caso subentra infatti un tipo di attrazione che quasi sempre si esaurisce nel possesso fisico dell’altra persona, piuttosto che una tensione verso un’unione di coscienza che conduce alla libertà più elevata.

Le dediche poetiche di Rumi al suo maestro, oltre ad annoverarsi tra le opere letterarie più belle mai concepite dall’essere umano, rappresentano un’espressione quanto mai genuina di tale amore. Può infatti definirsi pazzo colui che in virtù del suo innamoramento si spinge oltre i limiti delle convenzioni sociali e dei suoi limiti umani?

Un ulteriore punto molto delicato e difficile da comprendere riguarda il compito del maestro nel far fare esperienza ai suoi allievi. Spesso il discepolo vive alcune situazioni come esperienze traumatiche, mentre sono soltanto esperienze di distacco e rinuncia che gli consentiranno di accogliere in seguito una presenza spirituale impossibile da immaginare prima.

Se la vita del discepolo non fornisce elementi di esperienza sufficienti per fargli comprendere e sperimentare a fondo l’insegnamento, è il maestro a dover creare coscientemente delle condizioni di conflitto e di analisi allo scopo di esprimere il messaggio in modo più veloce, efficiente e chiaro.

Non sempre questo tipo di lavoro è compreso interamente; può capitare che nel discepolo si instauri l’idea che il maestro sia insensibile o crudele, oppure che ciò che sta dicendo o facendo non sia adatto al suo caso. Solitamente però, con il tempo, ogni sua parola o comportamento si rivelano come atti amorevoli di estrema precisione che conducono sempre verso risultati sicuri se vengono assimilati correttamente.

Un tempo la frequentazione continua del maestro rendeva superflua la spiegazione di certe tecniche e di certe dinamiche, perché vedendolo quotidianamente all’opera era sufficiente il suo esempio per imprimere chiaramente l’insegnamento ed evitare distorsioni interpretative.

Ad esempio, in passato il Tai Chi Chuan (o altre forme di arti marziali interne) non veniva insegnato come invece accade oggi; il maestro non dava nessuna spiegazione degli esercizi ma si imparavano osservando i suoi movimenti. Solo in un secondo tempo, quando il discepolo aveva già appreso alcune cose, il maestro dava insegnamenti segreti, come ad esempio la respirazione.

Il maestro seguiva il suo ritmo, si alzava alle quattro di mattina e faceva Tai Chi. Non imponeva a nessuno di svegliarsi presto, toccava al discepolo decidere se voleva o meno fare come lui. Ancora oggi succede questo in alcuni ambienti, ma sono molto rari. Il discepolo segue la vita che fa il maestro, il ritmo che tiene. Chi non ha le reali intenzioni, spesso fugge.

Si ripresenta allora il quesito di come riconoscere e poter scegliere il proprio maestro. Su questa questione ci sono diverse possibili soluzioni: tutto dipende da cosa vogliamo realmente ottenere.

La confusione più grande riguardo alla Via viene vissuta quando la persona crede che siano sufficienti una serie di informazioni per definire una pratica. Non è così. Occorre qualcosa di più fondamentale. Sicuramente lo studio è necessario ma da solo porta esclusivamente a padroneggiare degli strumenti, non ad ottenere dei risultati stabili e reali.

Un professore universitario di sanscrito non sarà per questo un bramino praticante, ma soltanto una persona che sa leggere dei testi antichi senza necessariamente essere stimolato a metterne in pratica e quindi a comprenderne gli insegnamenti. La sola informazione non è sufficiente, deve intervenire qualcos’altro: occorre una formazione. Ecco quindi che appare il concetto tradizionale di disciplina, cioè l’unione equilibrata di studio ed esperienza, volta a definire un insieme di norme di vita.

Una vera disciplina deve fornire il supporto esperienziale per la trasformazione del discepolo. Se il maestro lascia che il discepolo segua le sue tendenze ed istinti senza fornirgli un adeguato supporto di conoscenza e di pratica, non si può parlare di disciplina. In alcuni casi le tendenze possono anche essere sfruttate in senso evolutivo, ad esempio quando la testardaggine viene tramutata in volontà e la pigrizia in meditazione, ma generalmente si tratta di un cambiamento che avviene in un altro modo.

Utilizzando un simbolismo zen, per prima cosa è necessario ripulire la stalla, poi inseguire il bue che è scappato per riportarlo dentro; ovvero cercare ciò che è realmente necessario al proprio spirito senza confonderlo con ciò che desidera la propria mente. Le tecniche per pulire la stalla sono note da tempo e consistono nell’abbandono da parte del discepolo delle idee preconcette basate sul modo in cui giudica la vita e le sue conflittualità con gli altri, per orientarsi esclusivamente su principi unitivi ed evolutivi.

La cultura contemporanea non ci offre nessuna disciplina interiore ma insegna a perdersi nella mente, a giocare con le idee, ad emozionarci guardando un bel film, oppure un bel panorama, a piangere su noi stessi e sul mondo crudele che ci circonda.

L’incontro con un maestro offre l’occasione di dare alla nostra vita un valore aggiunto, ossia comprendere che cosa vogliamo fare oltre a sopravvivere e basta in balia di emozioni altalenanti. Per questo motivo la vita del maestro è ricca di esempi concreti per la sua dedizione assoluta alla Via, fatta di assistenza continua ed affettuosa nei confronti dei discepoli e di severità e soccorso in tutte le circostanze in cui la disciplina è venuta a mancare.

Occorre infine chiedersi cosa distingue un vero discepolo. Innanzi tutto la sincerità, anche perché un maestro autentico sa perfettamente come siamo fatti, dunque sarebbe vano ogni tentativo di mostrarci diversi da quelli che siamo. Poi bisogna creare con il maestro un rapporto particolare basato sull’affetto e sulla fiducia, non un rapporto basato sull’informazione; non bisogna usarlo come una libreria da consultare.

A tal proposito, Antonio metteva spesso in luce un aspetto curioso: molte persone si dicono alla ricerca del maestro perfetto, ma chissà perché nessuno si preoccupa di diventare prima di tutto un discepolo perfetto.

Inizialmente il maestro diviene il nostro riferimento, ma è proprio grazie a questo consenso che lui può insegnarci a trovare un nuovo riferimento dentro noi stessi. Il maestro non si pone come obiettivo il risultato, ma quello di dare a tutti la possibilità di incontrare la Via e di imparare a seguirne la strada. Dapprima egli ci porterà in braccio, poi ci spronerà a camminare con le nostre gambe.

L’unica cosa cui vale la pena occuparsi nella propria vita è quella di dare a se stessi e agli altri la possibilità di evolversi. Il compito del maestro è infatti quello di insegnare a trasmettere, ma trasmettere come servi, non come maestri.

È certo che nessun discepolo potrà mai ripagare il debito di riconoscenza che ha nei confronti del suo maestro, e in questo modo si forma la catena iniziatica costituita da un filo d’oro più forte di ogni legame di nascita. Un maestro sa sempre richiamare in una o più vite successive i suoi discepoli per completare l’opera iniziata chissà quando e chissà dove, e che terminerà in modo altrettanto ignoto.

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