Il Ba egizio

BANon ci stancheremo mai di ricordare che l’arte antica non aveva finalità decorative od estetiche come quella contemporanea. La simbologia doveva assolvere ad un principio prettamente funzionale, richiamando per affinità selettiva alcune forze vitali oggettivamente sperimentabili.

Per tale ragione non esistevano presso gli antichi egizi concetti come “religione”, “scienza”, “filosofia” o “arte”, ma esisteva un’unica Scienza Sacra che li includeva e li conciliava. La magia era un sistema serio e metodologico, certamente non speculativo o relegato ad emozioni superstiziose.

Sappiamo ad esempio che la tradizione esoterica egizia individuava nell’essere umano l’esistenza di nove corpi, la maggior parte dei quali di natura non organica e presenti nelle persone solo a livello embrionale come possibilità.

L’effettivo risveglio e sviluppo di questi corpi non era certamente dato per scontato ma implicava un serio lavoro interiore, atto a garantire un concreto processo di trasformazione. La Scuola della Vita (Per-Ankh) era proprio il luogo destinato a questo genere di operatività.

Uno di questi corpi era conosciuto con il nome di Ba – letteralmente essere presente – e veniva rappresentato come un uccello con testa umana, simboleggiando dunque un elemento sottile in grado di osservare la vita nel qui ed ora da una situazione più distaccata, da una prospettiva più “alta”.

Nelle raffigurazioni il Ba compare sempre al di fuori dell’individuo, appollaiato da qualche parte come in attesa di potersi unire alla persona in grado di accoglierlo. Nell’antico papiro Dialogo dell’uomo con il suo Ba, troviamo scritto:

Il mio Ba mi trascina lontano dalla morte prima che io l’abbia raggiunta.

Ciò che mi dice: “Appendi, dunque, le preoccupazioni sul gancio, o mio complemento e mio fratello! Possa tu compiere offerte [compiere azioni impeccabili] ed affrontare i tuoi conflitti nei confronti della vita! Desiderami! Io mi poserò dopo che tu sarai diventato inerte, e solo allora noi faremo dimora insieme.” [12, 152-156]

Ecco rivelata una prima apparente contraddizione che vede un aspetto intimo e profondo della persona raffigurato esternamente ad essa. Se la facoltà di essere presenti, svegli, testimoni attivi, è una facoltà interiore, è anche vero che bisogna desiderare ardentemente questa consapevolezza e ricercarla con tutte le proprie forze.

Occorre quindi porsi con coraggio e sincerità di fronte all’enigma incarnato dalla Sfinge: chi sono, da dove vengo e dove vado. Se prenderanno invece il sopravvento altre necessità, altri problemi, altre distrazioni o desideri, non si potrà superare la soglia esistenziale del corpo fisico (khat) e del corpo psichico (khaibit), entrambi deperibili e mortali.

Il Ba partecipa dunque come osservatore attento ma silenzioso alla pesatura del cuore del suo aspirante. Se questo cuore – simboleggiato non a caso da un contenitore – sarà sufficientemente leggero e non appesantito da azioni distruttive, allora potrà divenire il “nido” ideale.

Non facciamoci infatti trarre in inganno dal nome con cui è comunemente conosciuto il libro egizio dei morti. Il suo titolo in geroglifico significa infatti libro per uscire alla luce del giorno (pert em heru).

La più importante rappresentazione simbolica di questo testo sacro, la pesatura del cuore appunto, non riguarda dunque il giudizio finale al termine della vita, bensì un esame interiore cui la nostra coscienza è chiamata a rispondere in ogni istante.

La posta in gioco è alta: unirsi con il proprio Ba o lasciarlo volare via…

giudizio

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