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Archive for the ‘Scienza interiore’ Category

presceltiSiamo tutti alla ricerca della santità. Basta che ci fermiamo un attimo per far passare qualcuno sulle strisce pedonali, e già ci sentiamo dei supereroi.

Qualsiasi sia la nostra scelta di vita, in qualsiasi luogo andiamo, ci sentiamo seduta stante i prescelti, insufflati da un alito divino che sicuramente il nostro capo sul lavoro o il nostro guru spirituale sapranno riconoscere (se sono veri manager o veri guru, ovviamente).

Sfortunatamente, questo virus colpisce nella maggior parte dei casi i cosiddetti “cercatori spirituali”.

Abbiamo un estremo bisogno di essere riconosciuti dagli altri nelle nostre attività, di essere apprezzati. Più riceviamo questo tipo d’energia, più ripetiamo il mantra a tutti noi familiare: “Finalmente ho trovato la mia strada, finalmente posso realizzarmi”.

Ci accontentiamo delle briciole sotto il tavolo spacciandole per pietre preziose, mendicando una parola gentile, uno sguardo d’ammirazione per il quale siamo disposti ad indossare la maschera più adatta alla situazione.

Quale bisogno può averci portato in questa direzione?

Innanzitutto la ferita psicologica che tutti i bambini si portano nella loro vita: non esserci sentiti (abbastanza) amati. Ciò ci conduce a ricercare in seguito questa attenzione dagli amici, dal compagno o dalla compagna, e addirittura dagli estranei.

Un altro bisogno è collegato al fatto di aver intravisto la verità spirituale della propria nullità, prendendo coscienza di un certo vuoto interiore che spaventa non poco. Così, per non guardare in fondo al “pozzo”, per negazione, rincorriamo l’idea di essere dei prescelti, di essere già speciali così come siamo, aggrappandoci a qualsiasi possibile segno divino che certifichi tale idea. Questa illusione ci dà un attimo d’ossigeno, un po’ di distrazione nell’affrontare realmente la domanda: “Chi sono io?”. (altro…)

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selfie_associazione_per_ankhÈ scattata ufficialmente la selfie mania. Ovunque ci giriamo possiamo notare che sono tutti intenti nel gesto rituale ormai più acclamato, dalle nonne ai nipotini.

Le pubblicità dei cellulari non menziona neanche più le qualità telefoniche del mezzo ma semplicemente la qualità della fotocamera, quasi che il telefono fosse diventato non un mezzo di comunicazione ma uno specchio. La cosa triste è che lo specchio riflette il nostro vuoto interiore nascosto da bei sorrisi e da gaudenti abbracci.

Ci accontentiamo della felicità di un momento, coltiviamo sentimenti a forma di selfie che durano il tempo di un click. Ed eccoci allora avvinghiati nell’abbraccio più affettuoso di sempre… e dopo un attimo quasi non ci ricordiamo più il nome di “quella persona” che compare al nostro fianco.

A forza di metterci in posa e coltivare immagini fatte da falsi sorrisi, non riusciamo più a distinguere il falso dal vero, incapaci di guardarci dentro, tanta è la paura del vuoto che possiamo trovare spegnendo anche solo per un giorno lo specchio del selfie-reame.

Tutto ciò che ci circonda è stato costruito per farci vivere in un bellissimo sogno, dove cosa importante e fondamentale è vivere nell’abitudine, nella ripetizione costante dei nostri meccanismi che, per quanto siano noiosi, mantengono sempre viva una forte sensazione di controllo e di benessere. (altro…)

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topo_associazione_per_ankhNarra una storiella indiana di un topolino illuminato che per sventura si ritrovò a vagare nel freddo della notte per un alto valico di montagna.

Estremamente infreddolito ed affamato, scorse in lontananza una piccola luce provenire da una grotta non molto distante da lui. Senza pensarci troppo, si diresse subito verso quell’apertura.

Giunto all’ingresso, vide all’interno un vecchio asceta seduto in meditazione vicino al fuoco e con al fianco una sacca colma di cibo.

Il topolino, superando per la fame le sue titubanze, raggiunse i piedi del monaco per spronarlo leggermente con la sua zampina; ma il vecchio non sembrò dargli molto peso, scuotendo semplicemente il piede per allontanarlo.

Il topolino, credendo di avergli fatto solo solletico, gli si rifece appresso scuotendogli con più forza il piede. A questo punto l’asceta aprì gli occhi, vide il topolino, e lo allontanò con più decisione rimproverandolo:

“Topo! Come osi disturbarmi nella mia meditazione trascendentale? Non capisci che io sto raggiungendo l’unione con Dio? Va’ dunque a disturbare qualcun altro!”

Il topolino rimase alcuni secondi a fissare con occhi spiaciuti e increduli il sadu, poi gli disse: (altro…)

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giordano-bruno-associazione-per-ankh

Alla mente che ha ispirato il mio cuore con arditezza d’immaginazione, piacque dotarmi le spalle di ali e condurre il mio cuore verso una meta stabilita da un ordine eccelso: in nome del quale è possibile disprezzare la fortuna e la morte. Si aprono arcane porte e si spezzano le catene che solo pochi elusero e da cui solo pochi si sciolsero. (…)

Così io sorgo impavido a solcare con l’ali l’immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro le sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio, affinché fossimo come rinchiusi in un fittizio carcere e il tutto fosse costretto entro adamantine muraglie.

Ma per me migliore è la mente che ha disperso ovunque quelle nubi e ha distrutto l’Olimpo, che accomuna gli altri in un’unica prigione dal momento che ne ha dissolto l’immagine, per cui da ogni parte si espande il sottile aere.

Ma mentre mi incammino sicuro, felicemente innalzato da uno studio appassionato, divengo Guida, Legge, Luce, Vate, Padre, Autore e Via: mentre mi sollevo da questo mondo verso altri mondi lucenti e percorso da ogni parte l’etereo spazio, lascio dietro le spalle, lontano, lo stupore degli attoniti.


Giordano Bruno, De immenso et innumerabilibus, in Opere latine.

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falena-fiammaNessuno lo nega, è certamente raro incontrare un vero Maestro.

Chissà perché, però, nessuno si pone mai questa domanda: sono un vero discepolo?

Già, perché è troppo facile lamentarsi di non trovare il giusto Maestro (oppure trovarne uno di dubbia serietà ma far finta di niente) senza provare a mettere in discussione anche se stessi.

Di “fulminati dallo spirito” pronti a vender belle parole per i propri interessi ne è pieno il mondo, peccato che la loro strada porta ben poco lontano, a volte anche verso qualche burrone.

Come dice Vimanalanda nel libro Aghora – alla sinistra di Dio:

“Puoi prendere molta conoscenza da qualsiasi parte, ma finché non la metti in pratica rimane una semplice comprensione intellettuale. Il Guru ti obbliga a impararla, ti fa strisciare con il viso per terra finché non l’hai imparata, se è un vero Guru. Ecco perché dico che quasi nessuna delle persone che si fa chiamare così può essere chiamata Guru.

Alcuni insegnano qualcosa agli studenti che vanno da loro e raccolgono dei soldi per questo. Se sei interessato a prendere soldi da qualcuno non puoi permetterti di offenderlo, altrimenti scapperà immediatamente da qualcun altro. Un vero Guru non si preoccupa del denaro: vuole un discepolo di cui essere orgoglioso. Se necessario lo farà a pezzi per essere certo che impari alcune lezioni. (altro…)

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compagna_sofferenzaPerché siamo così attaccati alla nostra sofferenza? Perché diventa la nostra compagna di viaggio in questa seppur breve vita? Tutti scrivono, leggono, ricercano (a parole) la felicità e la gioia, ma perché allora le prime pagine dei giornali parlano solo di sofferenza?

Perché gli editori sanno bene che mettendo più foto, più sangue, più morti, più tragedia, si vende di più (e sul web si è più cliccati). Da sempre la sofferenza degli altri fa vendere di più. Quale macabro meccanismo agisce allora nell’uomo se è convinto di ambire alla felicità ma ricerca solo notizie che parlano di sofferenza?

Una risposta la troviamo in Gurdjieff: “l’unica cosa da cui l’uomo non vuole separarsi è la sua sofferenza”, intendendo la sofferenza meccanica che include tutte le emozioni negative, ossia la disperazione, il timore nervoso, l’immaginazione distruttiva, l’invidia, la depressione, l’ansia, eccetera… sono tutti stati negativi del centro emozionale. Viviamo nella paura, la paura di vivere, però non cerchiamo di conoscere realmente ciò che ci spaventa, perché abbiamo ancor prima la paura di ciò che potremmo scoprire.

Scappiamo. E quale migliore fuga da noi stessi se non quella di rifugiarci nelle sofferenze altrui? Ci accontentiamo di un barlume di magra e amara felicità momentanea nel pensare “anche questa volta non è toccata a me!”. Ma la vita può essere una roulette russa? Morte tua vita mia?

La sofferenza meccanica, costruita nostro malgadro in anni di faticoso lavoro, ci aiuta a sentirci speciali. Ne parliamo in tutte le occasioni, la sfoggiamo al minimo acciacco; ci lamentiamo per il capo ufficio, per il nostro compagno/a che non ci capisce, per l’aumento delle tasse, per il lavoro che abbiamo o quello che non abbiamo. Tutto ciò ci fa sentire per un attimo vivi, speciali e dà un senso a quel malessere che sentiamo nel più profondo di noi stessi e che ci portiamo dentro da quando siamo nati. (altro…)

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