La parola tradimento evoca nelle nostre menti un significato negativo e un senso di disagio. Chi perpetra il tradimento è, nel nostro immaginario culturale, il peggiore essere umano con cui si possa avere a che fare, così come l’essere traditi una delle più terribili condizioni.
Ma esiste anche un altro significato di tradimento, estremamente più profondo e interessante, che lo pone come vera necessità dell’Anima.
Il rabbino Nilton Bonder, nel suo libro l’Anima Immorale, ci aiuta ad osservare l’infedeltà da questa prospettiva in contro-corrente morale, attraverso la voce della millenaria Tradizione Ebraica.
Per l’autore, infatti,
l’anima produce un desiderio complesso: rendersi immortale attraverso la trasformazione.
Nella nostra epoca così evoluta, ricca di tecnologia, d’innovazione e di progresso, sembriamo aver perso un senso molto caro ad alcune tradizioni passate: il senso della vergogna.
Ci vergogniamo solo di avere i capelli fuori posto, la giacca fuori moda o la macchina sporca, ma in quanto al mentire, al tradire, al promettere e non mantenere, all’approfittarsi della generosità altrui senza riconoscenza, ben poco ci importa.
Quel che conta è soddisfare i propri interessi, sopravvivere giorno dopo giorno senza badare ad altro. Costruiamo rapporti solo per utilità personale, per poi sparire alla prima difficoltà. Ci muoviamo sul palcoscenico della vita con meticolosa ed ossessiva attenzione verso i passi falsi degli altri, ma ci copriamo gli occhi davanti ai nostri.
Se qualcuno cercasse di vivere secondo regole di altri tempi, in controcorrente con la tendenza attuale, potrebbe forse essere considerato folle, troppo “rigido” o utopista, ma un tempo non era così.
Vi era un’epoca in cui la parola data, la dignità e la verità erano considerati i principi vitali più importanti, e si poteva anche morire per difenderli. Era l’epoca dei cavalieri, così come viene magistralmente evocata da Gaspare Cannizzo nel libro Cavalleria e Cavalieri.
“In verità in verità vi dico, se il chicco di grano essendo caduto in terra non muore, esso rimane solo; ma se muore, porta molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.” (Gv 12,24).
La cultura odierna ci chiede di essere buone pecorelle, dedite al pascolo; ci procura della buona erbetta tutti i giorni, importante solo non alzare la testa e continuare a brucare, mangiare più velocemente possibile, altrimenti si corre il rischio che arrivi qualcuno a portarci via la nostra razione quotidiana.
Il messaggio per tutte le pecore è chiaro: Felicità, un prato verde da brucare. In altre parole, lottare per attirare le attenzioni e le ammirazioni altrui, cercando di essere sempre più belli, più ricchi, più intelligenti degli altri; cercare di conquistare ogni giorno una porzione di mondo in più, per sentirci più potenti e al sicuro.
Poi leggiamo il passo del Vangelo di Giovanni, e ci chiediamo: cosa voleva dirci?
Proviamo per un attimo, nella parabola presa in riferimento, ad associare l’uomo al chicco di grano. Questo chicco si adatta al piano di vita in cui nasce ma, nonostante sia circondato da altri migliaia di chicchi, si sente solo, e questa solitudine è forse data dalla lontananza da un piano divino differente, la casa del Padre. Continua a leggere “Felicità: un prato verde da brucare”
Inutile negare che la nostra cultura religiosa è particolarmente egocentrica e ignorante. Due aspetti in contrasto proprio con il messaggio cristiano, ma soprattutto apparentemente in contrasto tra loro. Si sarebbe infatti portati a pensare che sia una certa dose di conoscenza a gonfiare di orgoglio e superbia, eppure le cose non stanno esattamente così.
Se ci fermiamo solo un attimo ad ascoltare ciò che Madre Coscienza-Cultura ci sussurra, il messaggio è chiaro: la nostra religione è la migliore, storicamente inattaccabile e teologicamente più avanzata.
Questo dato di fatto interiore è talmente scontato che non ci preoccupiamo di nulla, e non stiamo parlando di effettuare ricerche approfondite sui testi dei Padri della Chiesa: la maggior parte di chi si reputa cristiano con forza e convinzione non ha mai letto neanche una volta il Vangelo, per non parlare della Bibbia…
Ecco allora che appare sulla scena un certo Mauro Biglino il quale, con onestà intellettuale, coerenza metodologica e soprattutto dopo decenni di studi accurati, afferma che le traduzioni della Bibbia propinate da secoli sono fuorvianti e strumentalizzate. Davanti alla sua dichiarazione che “la Bibbia non parla di Dio” si ergono cori di indignati e irritati, feriti nell’amor proprio di una religione nella quale si identificano senza nemmeno conoscerla.
È anche curioso osservare quale drammatico shock provoca un’altra delle sue affermazioni secondo cui “non esistono prove storiche dell’esistenza di Cristo, quindi potrebbe trattarsi di un mito” , davanti alla quale lo sdegno è forse la reazione più blanda. Destabilizzando la storia, si destabilizza anche la fede. È tutta una questione di storitualità. Occorre allora porsi alcune domande.
Ad esempio: per quale motivo se diciamo a un cristiano che Cristo non è mai esistito, gli provochiamo un trauma spirituale, mentre se diciamo a un induista che Krishna non è mai esistito, lui sorride quasi compiaciuto e saldo nella sua fede? Continua a leggere “La fragilità del Cristianesimo”
Cos’hanno in comune il messaggio esoterico del Vangelo con la Quarta Via del maestro armeno Gurdjieff? A prima vista, le tradizioni di provenienza sembrano evocare scenari e filosofie molto diverse, ma ad un esame approfondito ci rendiamo conto che non è così. Ecco che la croce, simbolo universale usato da sempre nella storia dell’uomo, diventato per i cristiani il simbolo principe della sofferenza, nasconde al suo interno un significato diverso rispetto a quello comunemente adottato.
La croce diventa così nel Vangelo il crocevia tra due scelte di vita, quella orizzontale relativa alla nostra personalità e quella verticale relativa alla nostra essenza, la parte divina da riscoprire in noi stessi.
La domanda sorge così spontanea: “Come facciamo noi uomini dell’asse orizzontale ad alzare i nostri occhi e cominciare il cammino di risalita verso l’asse verticale, verso la casa del Padre?”
Possiamo così ritrovare un filo comune tra il Vangelo e l’insegnamento di Gurdjieff e che richiama l’uomo ad un cammino di conoscenza interiore.
Nella parabola del ricco:
Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!. (Mc. 10, 17-30) (Lc. 18,22) (Mt.19,21)
In questa parabola riceviamo un primo shock: Gesù chiede al ricco di lasciare tutto quello che ha, possiamo presupporre non solo a livello materiale ma anche a livello mentale come conoscenze, dogmi, sicurezze sociali. Lasciare che la personalità faccia spazio all’essenza, che può crescere solamente se diminuisce il consenso verso la personalità, come diceva anche Gurdjieff: “L’uomo deve rendersi conto che egli non esiste; che non può perdere nulla, perché non ha niente da perdere; deve realizzare la sua nullità nel senso più forte di questo termine”.Continua a leggere “Vangelo e Quarta Via: verso la conoscenza di se stessi”
Forse non tutti sanno che lo Yoga che viene generalmente insegnato oggi, non ha nulla a che vedere con lo Yoga tradizionale.
Il termine significa letteralmente unire, e presuppone quindi una ricerca di unione, inizialmente con le diverse personalità che ci vivono, poi con le persone che ci stanno più vicino, con le esperienze che la vita ci pone di fronte, ed infine con ciò che possiamo concepire come Dio. Cammino arduo ed impegnativo.
Il vero Yoga è una Via, non una ginnastica o un hobby da poter relegare a qualche ora settimanale. Nel linguaggio corrente viene invece erroneamente (e comodamente) associato a tutta una serie di attività finalizzate al rilassamento psicofisico, che nella migliore delle ipotesi sono solo un piccolissimo estratto della tradizione originaria completa.
Immaginiamo che qualcuno si prenda la briga di andare in Oriente per pubblicizzare ed insegnare i canti gregoriani: non vi pare che sarebbe un tantino esagerato far credere agli studenti cantori di essersi incamminati sulla via cristiana dei monaci benedettini? Certo, proporre un corso di canto in questi termini lo rende assai più attraente e affascinante che non dire semplicemente: “insegno tecnica di canto”. Ma benedettini non si diventa se alla loro regola e vita non si aderisce senza riserve.
Lo Yoga è una scelta di vita, è un orientamento esistenziale, è un’aspirazione dell’anima che deve condurre verso uno stato di innamoramento fondamentale. Tradizionalmente vi sono infatti alcune condizioni necessarie e fondamentali da rispettare prima di potersi approcciare allo Yoga a pieno titolo e diritto. Continua a leggere “Forse non tutti sanno che lo Yoga…”
Cosa vuole insegnare dal punto di vista esoterico la storia biblica dell’uscita dall’Egitto? Per cercare una risposta (non l’unica) occorre fare un piccolo sforzo di lettura simbolica.
Innanzitutto, l’etimologia del nome Egitto – in ebraico Mitzraim – significa “luogo stretto” ed è in analogia con la parola meitzarim, cioè “luoghi angusti”. L’Egitto non simboleggia solo la schiavitù, fisica ed interiore, ma anche l’angoscia, la depressione dell’anima soffocata che non riesce più a respirare.
Tale angoscia è dovuta al fatto che non si ha la capacità o la volontà di ascoltare la propria voce interiore (o meglio non riconoscere a quale tra le tante che ci abitano dover dare ascolto). In tal modo l’anima rimane chiusa e prigioniera in se stessa, ostacolata dalla paura di attraversare le acque alla ricerca dello spazio aperto di una terra promessa. Temendo il futuro rischia di morire asfissiata e cristallizzata nel passato.
L’uscita dalla terra d’Egitto rappresenta quindi il movimento attivo di abbandono della schiavitù verso la libertà. L’Egitto è il simbolo che rappresenta ciò che “in passato è stato buono” ma poi ha smesso di esserlo perché ha esaurito la sua funzione.
Ognuno di noi prima o poi si imbatte in luoghi che diventano stretti. Gli stessi luoghi che in passato sono serviti per la nostra maturazione e la nostra crescita, diventano stretti e limitanti. Ma alle nostre tendenze non piace cambiare, uscire, anche perché non conosciamo nulla di differente delle nostre abitudini, e il nuovo ci spaventa.
Quando le porte del passato si chiudono ma quelle del futuro non si aprono, ecco che sperimentiamo la più temuta delle sensazioni: il terrore di morire. Ed è proprio questa sensazione che pervade il popolo ebraico quando si trova tra l’esercito degli egiziani e il Mar Rosso.
Sulla scia del post Il lato sinistro dell’Essere, continuiamo qui di seguito con nuove riflessioni in merito alla Via della Mano Sinistra vs Via della Mano Destra.
Oltre all’interpretazione basata sulla fisiologia del lato sinistro e destro del cervello, esistono tradizionalmente anche altri tipi di letture che vedono una contrapposizione (se così si può dire) in termini di metodologia piuttosto che di qualità.
Secondo tali visioni, così come l’iniziato “sinistro” ricerca la fusione con l’Uno attraverso pratiche forti, utilizzando la trasgressione, così l’iniziato “destro” la ricerca attraverso l’infiammazione nella preghiera, nel sentimento trascendentale. Il fine, il risultato, rimane però sempre lo stesso.
Esempi di questi due approcci possono ritrovarsi ad esempio negli Aghori e nei Sufi, che ben rappresentano le differenti metodologie. Entrambe sono considerate vie dirette e rapide.
Ma forse non tutti conoscono la corrente Aghora: è l’apoteosi del Tantra, contraddistinto da pratiche estreme come il meditare sul corpo di un morto in un cimitero, e molto altro. Se esiste un culmine della Via della Mano Sinistra, indubbiamente gli Aghori ne sono i degni rappresentanti.
L’articolo che segue è stato scritto per questo blog dagli amici del Centro sperimentale di Tantra Contemporaneo. Li ringraziamo per la condivisione e lasciamo subito la parola a loro.
L’uomo contemporaneo è abituato a fare affidamento prevalentemente sulle sue capacità razionali. Eppure nella sua struttura sono presenti anche altre potenzialità, che possono arrivare là dove il ragionamento si ferma. È quello che chiamiamo intuizione o lato sinistro dell’Essere.
Prima di spiegare di cosa si tratta, riportiamo un esempio:
“Aspettavo la zia di S. che stava scendendo le scale di casa sua. Ultimamente fatico a relazionarmi con lei perché mi sento guardato dall’alto, giudicato (particolarmente sull’educazione di mio figlio, essendo lei maestra). In quei pochi secondi che mi separavano dall’incontrarla, decido di mettere a fuoco il motivo di questa sensazione, chiudo gli occhi, mi concentro e… paf! Come una bolla che scoppia e rivela qualcosa, vedo la parola scriversi sullo schermo nero che mi si era formato dietro agli occhi: “responsabilità”, la zia ci ritiene degli irresponsabili. Verifico: ripenso alle varie discussioni, scontri, a volte tensioni… quadra perfettamente. Questo tipo di messaggio/risposta è avvenuto in modo insolito (spontaneo e senza sforzi), non era il frutto di una riflessione, di un ragionamento.”
Un modo per riconoscere che è stato il nostro lato sinistro ad avere agito è che la risposta (o conoscenza) non è arrivata attraverso un procedimento logico ma è stata piuttosto un’illuminazione improvvisa. Continua a leggere “Il lato sinistro dell’Essere”
Shams di Tabriz, figura affascinante quanto enigmatica, un cuore senza limiti, uno spirito incontenibile al servizio della Via.
“Non mi importa del bene o del male. Preferirei spegnere le fiamme dell’inferno e dar fuoco al paradiso, così la gente potrebbe amare Dio per nessun altro motivo a parte l’Amore.”
Dopo averlo incontrato ed esser divenuto suo discepolo, Rumi scrisse le più belle e sottili opere poetiche del mondo islamico.
La natura degli insegnamenti che Shams di Tabriz gli trasmise rimarrà probabilmente un mistero, ma qualcuno ha ipotizzato che lo rese partecipe delle quaranta regole sufi: Continua a leggere “Diede a Rumi il suo maestro…”
Il sentiero iniziatico non è fatto di accumulo di conoscenza teorica; per quello bastano le università. Il cammino iniziatico è un percorso di trasmutazione interiore e, se percorso con serietà, mantiene ciò che promette.
Le Tradizioni trasmettono e forniscono gli strumenti affinché chi è realmente interessato possa percorrere il cammino. La Fonte delle Tradizioni è comune ed è sempre la stessa; potremmo definirla come una Forza che desidera ardentemente il nostro ritorno a casa.
Questa Forza agisce incessantemente attraverso tutti i mezzi che ha a disposizione perché il nostro ritorno possa avverarsi, perché Essa possa finalmente riflettersi in noi, divenuti specchi tersi e disponibili.
“Io vi prenderò fra le genti, vi raccoglierò da tutti i paesi e vi condurrò al vostro paese” (Ez. 36,24)
Il Santo, attraverso la bocca di chi, consenziente, permette alla sua voce di giungere a noi, dice chiaramente che è Lui a radunare il Suo popolo…
Dispersi, piegati dall’illusione di essere soli e separati, vaghiamo schiavi nel sonno dell’ignoranza e della sofferenza; non riusciamo a trattenere niente e tutto ciò che faticosamente riusciamo ad ottenere (ma siamo proprio noi ad averne il merito?) scivola attraverso le nostre dita come sabbia.
Al di sotto delle incessanti voci degli innumerevoli io, sussurra e singhiozza un richiamo…
Una volta il re Janaka sognò di essere un mendicante. Quando si svegliò, chiese al suo maestro Vasishta: “Sono un re che ha sognato di essere un mendicante, o sono un mendicante che ha sognato di essere re?”. Il maestro rispose: “Né l’uno né l’altro, sia l’uno che l’altro. Tu sei e al tempo stesso non sei ciò che pensi di essere. Lo sei perché ti comporti come se lo fossi, non lo sei perché non dura. Puoi essere per sempre un re o un mendicante? Tutto deve cambiare. Tu sei ciò che non cambia. Ma chi sei tu?”. E Janaka disse: “Sì, non sono né un re né un mendicante, io sono il testimone distaccato”.
Allora il maestro aggiunse: “Questa è la tua ultima illusione, l’illusione di essere un jnanin (realizzato), diverso dall’uomo comune e superiore a lui. Ancora una volta ti identifichi con la mente, che in questo caso è una mente beneducata ed esemplare in ogni senso. Finché noti la pur minima differenza, rimani estraneo alla realtà. Ti trovi ancora al livello mentale. Quando se ne va “l’io sono me stesso”, viene “l’io sono tutto”. Quando “l’io sono tutto” se ne va, viene “l’io sono”. Quando “l’io sono” se ne va, soltanto la realtà è in essa, ogni “io sono” è preservato e glorificato”.
Pensare non è fare, pensare non è essere. Chi, che cosa è il Realizzato? Vasishta non esita a redarguire il suo discepolo riguardo al grande inganno tesogli dalla mente; l’identificazione con ciò che è comodo e a portata di mano: la considerazione di sé.
Così forte è questo pericolo che è necessaria la voce di un punto di vista esterno per rendersene conto, proprio perché le auto giustificazioni e le reti di ragionamenti e buoni sentimenti che la mente può intessere per il proprio uso e consumo possono diventare inattaccabili. Essi vogliono un’unica cosa: il mantenimento dello Status Quo. Continua a leggere “(Ir)realizzati e contenti”
Non ci stancheremo mai di ricordare che l’arte antica non aveva finalità decorative od estetiche come quella contemporanea. La simbologia doveva assolvere ad un principio prettamente funzionale, richiamando per affinità selettiva alcune forze vitali oggettivamente sperimentabili.
Per tale ragione non esistevano presso gli antichi egizi concetti come “religione”, “scienza”, “filosofia” o “arte”, ma esisteva un’unica Scienza Sacra che li includeva e li conciliava. La magia era un sistema serio e metodologico, certamente non speculativo o relegato ad emozioni superstiziose.
Sappiamo ad esempio che la tradizione esoterica egizia individuava nell’essere umano l’esistenza di nove corpi, la maggior parte dei quali di natura non organica e presenti nelle persone solo a livello embrionale come possibilità.
L’effettivo risveglio e sviluppo di questi corpi non era certamente dato per scontato ma implicava un serio lavoro interiore, atto a garantire un concreto processo di trasformazione. La Scuola della Vita (Per-Ankh) era proprio il luogo destinato a questo genere di operatività.
Uno di questi corpi era conosciuto con il nome di Ba – letteralmente essere presente – e veniva rappresentato come un uccello con testa umana, simboleggiando dunque un elemento sottile in grado di osservare la vita nel qui ed ora da una situazione più distaccata, da una prospettiva più “alta”.
Nelle raffigurazioni il Ba compare sempre al di fuori dell’individuo, appollaiato da qualche parte come in attesa di potersi unire alla persona in grado di accoglierlo. Nell’antico papiro Dialogo dell’uomo con il suo Ba, troviamo scritto: Continua a leggere “Il Ba egizio”
Molti pensano che l’Advaita Vedanta sia una strada larga e confortevole; una dottrina spirituale basata sull’assioma: “non c’è niente da cercare, non c’è niente da fare, va già tutto bene così”.
Molti pensano che il divenire testimoni di se stessi significhi continuare a vivere la propria vita esattamente nello stesso modo di sempre, e che le proprie azioni e le proprie scelte non siano importanti ai fini della consapevolezza.
Molti pensano che l’Advaita Vedanta prescriva un processo di indagine interiore differente da quello proposto dalle altre dottrine spirituali, come se negasse un certo tipo di lavoro interiore in favore di un approccio rilassante e meno impegnativo ma spiritualmente più elevato.
Molti simpatizzanti pensano infatti che questa tradizione sia in qualche modo superiore e più evoluta rispetto alle altre (questo vizio per la verità è comune ai seguaci di ogni dottrina), e che quindi le altre strade siano da considerarsi di serie B.
Stranamente però, pare che i più noti portavoce di questa sublime dottrina non la pensino proprio così…
Inutile negarlo. Anche quando ostentiamo un po’ di umiltà culturale, sotto sotto lo sappiamo di far parte della più elevata forma di civiltà mai raggiunta prima dall’essere umano.
Non c’è ambito in cui non eccelliamo: tecnologia, scienza, economia, filosofia, spiritualità. Siamo proprio fieri di appartenere a questa specie evoluta, e siamo dispiaciuti che non tutte le persone al mondo si siano ancora adeguate a questo bellissimo sogno realizzato.
Poi però, ogni tanto, appare qualche troglodita che se ne va in giro mezzo nudo e (soprattutto) senza un conto in banca, e con irriverente semplicità ci spara in faccia il suo punto di vista sulla nostra maestosa civiltà.
È questo il caso del capo Tuiavi di Tiavea delle isole Samoa che agli inizi del 1920 – quando i missionari e i coloni cercarono di fargli comprendere quanto fosse involuta e misera la sua cultura – prese per buone le loro parole ma decise di recarsi in Europa per osservare di persona tutta questa magnificenza.
Al termine del suo viaggio però, stilò un resoconto dettagliato al suo popolo su quello che aveva visto, su come il Papalagi (l’Uomo Bianco) trascorre la sua splendida esistenza. Qui di seguito ne riportiamo alcuni estratti:
Il Papalagi si preoccupa costantemente di ricoprire bene la sua carne. […] Una ragazza, per quanto bella, anche quanto la più bella delle vergini delle Samoa, ricopre il suo corpo, in modo che nessuno lo possa vedere o possa trarre piacere alla sua vista. La carne è peccato.[…] Così dichiarano le sacre leggi morali dell’uomo bianco.[…] Continua a leggere “Homo Evolution?”
Anche se non è certo piacevole sentirselo dire, è ri-giunto il momento di farlo: in realtà noi (figli della cultura cristiana), della Bibbia non sappiamo niente!
Tutta la nostra fede in questo libro, oppure il nostro astio, la nostra indifferenza, le nostre interpretazioni religiose o storiche, si basano semplicemente – per essere ottimisti – su oneste menzogne.
Ci concediamo continuamente di spargere opinioni e conclusioni senza però conoscere in profondità quello di cui parliamo. Spesso poi, certi argomenti non li conosciamo nemmeno superficialmente. Quanti sedicenti cristiani hanno letto almeno una volta la Bibbia, o anche solo il Vangelo (forse il libro religioso più semplice e breve che sia mai stato scritto)?
Siamo fatti così. Ci sentiamo grandi esperti su argomenti di cui non conosciamo praticamente nulla. Lo facciamo su tutto, figuriamoci poi quando si entra nel delicato mondo dei testi sacri. Ecco che si scatenano le più banalizzanti critiche o interpretazioni da bar esoterico.
Le prove della loro sacralità non le avremo mai a priori, per tale ragione non è possibile sminuirne la portata senza prima indagarne in profondità le diverse e sottili sfumature in essi contenute. Continua a leggere “La Bibbia non è quello che crediamo”
Quando venne chiesto a Krishnamurti – verso il finire della sua vita – per quale motivo tra migliaia di persone che seguirono il suo insegnamento nessuno o quasi nessuno sembrava averlo realmente realizzato, tutti si sarebbero aspettati una risposta del tipo:
“Non è stato compreso”, oppure “alle persone in realtà non interessa così tanto”.
Invece, con sorpresa di tutti, Krishnamurti rispose:
“Il problema è che le persone non hanno energia”.
L’enigma di questa risposta è ancora vivo, ma se ci osserviamo con crudo realismo possiamo sentire risuonare l’eco di queste parole dentro di noi.
Ci viene in soccorso un’antica leggenda Inca.
Un giorno la Gerarchia degli Uccelli si riunì in un prato. C’erano tutti: il Gheppio, il Falcone, il Gufo, il Condor e lo Sparviero. Il Condor dichiarò di aver volato più a lungo, lontano e in alto, e di essere arrivato ai cancelli del mondo superiore. Proprio in quel momento arrivò il Colibrì, che disse: Continua a leggere “Krishnamurti o Gurdjieff?”
Per la tradizione Sufi esistono due tipi di pellegrinaggi: il Piccolo Pellegrinaggio, ossia la visita si luoghi sacri, e il Grande Pellegrinaggio, ossia la ricerca di se stessi. Mentre il primo è consigliato a tutti, il secondo è consigliato solo a coloro che lo desiderano più di ogni altra cosa, e per tale ragione è riservato a pochi, anzi pochissimi (non basta infatti sentirsi religiosi o aderire a scuole spirituali).
Ma per coloro che sono stanchi o insoddisfatti dei piccoli pellegrinaggi, l’essenza del sufismo, non dissimile dall’essenza di qualsiasi altro processo iniziatico, viene in soccorso. Al-Hallaj (858-922) sintetizzò splendidamente i passi da compiere per il Grande Pellegrinaggio, così come sono stati evidenziati da Gabriele Mandel:
1 – “Sconvolgi il tuo parlare e sii assente alle chimere”. Abbandona le frasi fatte e luoghi comuni; usa con cura ed attenzione le parole in base al loro significato profondo. Sottraiti il più possibile dai mille discorsi oziosi, banali e banalizzanti che permeano le tue giornate: pettegolezzi, gossip, discussioni politiche o sportive, filosofie strampalate, lamentele, eccetera… tutti argomenti di cui, in definitiva, non sai nulla, e che poco e nulla potrebbero influenzare la tua crescita interiore. Tutto ciò conduce infatti a mantenere ed alimentare mille illusioni in merito alla vita, a te stesso e agli altri.
Esiste una leggenda che narra di due amici vissuti durante la dinastia Han.
I due facevano parte di una casta elevata, il loro cuore era nobile. Erano cresciuti insieme, con temperamenti molto diversi. Una delle particolarità più belle della Cina antica è che facilmente si riusciva a rimanere in rapporto profondo anche con persone molto diverse da sé. Le differenze non erano solo accettate, ma addirittura ricercate strenuamente.
Uno dei due aveva un temperamento mite, tranquillo, pacifico. Era dedito ad attività meditative e devozionali. Il secondo era uno studioso, una persona di carattere, forza morale, dedito ad una ricerca attiva della trascendenza.
I due per diverso tempo ricercarono un maestro che potesse insegnare loro ad utilizzare il magico Libro dei Mutamenti, l’I Ching , attraverso pratiche e studi a loro più affini, ma non ebbero successo.
Un giorno il primo dei due andò dall’altro e gli disse:
La grande tradizione induista ha sempre posto in primo piano la questione dell’illusorietà della realtà.
Oggi, in tempi in cui un concetto come quello di “realtà virtuale” può rendere più intrigante una tale questione e in tempi in cui la fisica quantistica ci pone di fronte a sempre nuove possibilità teoriche, vale forse la pena occuparsene ancora una volta.
Il pericolo di dire “tutto è illusione”, “tutto è Uno” o “è tutto un sogno” è che questo può trasformarsi velocemente in una scusa per fare tutto ciò che ci pare e per indulgere in qualsiasi eccesso. Se tutto è illusione non importa se feriamo gli altri o se distruggiamo i nostri corpi con droghe e alcool perché i nostri corpi non sono comunque reali. Se la vita è solo un sogno, allora perché non prendere tutto ciò che possiamo senza tenere conto dei piedi che pestiamo e di quanti altri avranno meno a causa del nostro egoismo? Se tutto è Uno, allora non c’è né bene né male, giusto e sbagliato, e allora perché non ingannare, mentire e rubare?
Coloro che usano queste idee assolute indiscriminatamente non comprendono che la realtà assoluta non nega in alcun modo la realtà relativa. La non dualità non cancella la dualità. Coloro che comprendono veramente (contrariamente all’aver avuto una visione profonda ma fugace di questo) i principi esoterici del “guru interiore”, di “tutto è Uno”, di “il maestro è ovunque”, non sfoggiano mai queste verità come reazione a qualche sfida alla loro psiche o alla loro psicologia. Questi invece vengono resi umili dalla magnificenza della realtà che hanno intravisto tanto da spingerli a un maggiore servizio e a una maggiore partecipazione al vero mondo della dualità, il mondo in cui tutti viviamo. Continua a leggere “Advaita Vedanta comoda e per tutti!”
Tutti gli insegnamenti spirituali del mondo convergono sulla medesima finalità. Il messaggio profondo che unisce Oriente ed Occidente può riassumersi nell’antico motto dei Rosacroce:
Chi può dire di non essersi mai trovato faccia a faccia con uno dei più grandi dilemmi da affrontare per un serio e sincero cercatore: obbedire alla propria tradizione di riferimento (chiesa, scuola, ordine iniziatico, religione, ecc.) o tradirne il giuramento di fedeltà, sia esso esplicitato apertamente o comunque vissuto visceralmente?
Già, perché è fuor di dubbio che ciascuno di noi riconosce come una sorta di mediatrice divina quell’entità o organizzazione cui decide di affidare il proprio spirito. Inoltre, volontariamente o meno, i portavoce di ogni dottrina alimentano le idealizzazioni in merito all’autenticità del proprio ruolo. D’altronde, se così non fosse, un cammino definito spirituale perderebbe velocemente valore ai nostri occhi e non riuscirebbe più a spingerci oltre i limiti sedimentati ed abitudinari di noi stessi.
Ma ecco allora che presto o tardi la vita pone difronte ad una delle prove più difficili da affrontare, esattamente nell’attimo in cui da quella “voce” a cui abbiamo donato tutto il nostro consenso e la nostra gratitudine, proviene una richiesta o un messaggio in forte disaccordo con il nostro più profondo sentire. Continua a leggere “Obbedienza e libertà”
Ci sarebbe molto da dire in merito a ciò che si intende effettivamente per politeismo e monoteismo, dato che non sempre quest’ultimo può essere considerato più “evoluto” del primo, e non sempre le due concezioni sono così diverse di come potrebbe sembrare (basti pensare all’adorazione dei santi nella tradizione cristiana).